Argomenti

Articoli recenti

Sostieni ACTA

Fai valere i tuoi diritti di freelance! Sostieni Acta e assicurati un futuro lavorativo migliore grazie a vantaggi, convenzioni e maggiori tutele.

Pensioni d'oro: abbiamo qualcosa da dire?

E’ di questi giorni la divulgazione dei dati del Ministero del Lavoro sulle pensioni d’oro.

Secondo quanto riportato dal sottosegretario Dell’Aringa, le pensioni tra i 4mila ed i 90mila euro al MESE sono oltre centomila  Nella fascia di pensioni superiori ai 4.000 euro lordi mensili ci sono 104.793 persone e costano allo Stato più di 13 miliardi l’anno. Con un tetto alle pensioni collocato a 5.000 euro al mese si potrebbe ricavare un risparmio di quasi 7 miliardi annui. Cifra sufficiente a risolvere la questione IMU e la questione IVA. Ma non solo.

La notizia è particolarmente urticante per noi Partite iva della Gestione separata, condannati a versare per 42 anni un terzo del proprio reddito per ricevere a 67 anni una pensione di 1.000 o 1.500 euro al mese (e solo per i più fortunati).

E’ un ulteriore segnale della mancanza di equità e coerenza nei meccanismi di calcolo applicati dagli istituti di previdenza.

E’ infatti lo stesso Ministero del Lavoro Giovannini ad affermare che buona parte di queste pensioni NON sono state interamente pagate con il versamento dei contributi. Sono invece lievitate a causa del combinato disposto del calcolo retributivo unito a privilegi di settore (ad es. la cassa previdenziale dei telefonici, oggi drammaticamente in passivo), più i privilegi personali (era sufficiente avere uno scatto di stipendio sei mesi prima del pensionamento, per garantire alla propria pensione un incremento esponenziale stabile e duraturo).

Tutto ciò pone una grande questione etica e giuridica: i diritti acquisiti, in materia previdenziale, sono intoccabili? Sappiamo che un sistema giuridico serio deve garantire coerenza ed universalità nella applicazione dei suoi principi. Se qualunque ministro avesse il potere di mettere in discussione le regole decennali che hanno motivato le scelte professionali e previdenziali di milioni di persone… si rischierebbe il caos.

E tuttavia è con sano realismo che ACTA si permette di chiedere a questo come ai precedenti Governi, perché a noi sì ed a loro no?

Perché improvvisamente si è scoperto che l’INPS aveva bisogno di 3 o 4 miliardi delle partite IVA, portando l’aliquota su quote assurde (28% verso il 33% !!!) e non invece dei 7 miliardi delle pensioni d’oro?

L’equità non dovrebbe essere misurata anche su scala generazionale e diacronica?

Mi spiego meglio: quando ho aperto la partita IVA nel 1992 non esisteva la gestione separata. Io per anni non ho versato nulla, tant’è che avevo iniziato a versare contributi volontari ed auspicavo la nascita di una cassa previdenziale per le partite IVA.

Poi dal 1996 nasce la Gestione Separata, con una modesta aliquota del 10%, che poi da lì in avanti è cresciuta al 28% con la promessa di portarla al 33%. Bene: dovrebbero spiegare quali sono i miei diritti acquisiti. Molte delle mie scelte professionali e previdenziali sono state influenzate dal quadro normativo esistente negli anni 1992-1995, che poi però è mutato, come sappiamo.

Il rispetto dei diritti acquisiti non avrebbe forse dovuto tenere conto anche dei diritti da me acquisiti in quegli anni? La forza imperativa della Legge, non avrebbe dunque dovuto tenere conto del mio parere oltre che dei miei legittimi interessi?

Invece no: come uno schiaccia sassi le varie normative dal 95 ad oggi ci sono state imposte dall’alto dalla destra-sinistra della seconda repubblica. Quella stessa destra-sinistra che non ha mai avuto il coraggio di scoperchiare il pentolone delle pensioni d’oro (e delle baby pensioni) perché pieno zeppo di sindacalisti, dirigenti pubblici e dirigenti di aziende para-pubbliche. Quella casta che da decenni tiene bloccato il paese per mantenere i propri privilegi.

Per questo motivo il tema dei diritti acquisiti ha le armi spuntate. La Rivoluzione francese, Napoleone e Lenin non avrebbero mai potuto produrre cambiamenti (comunque li si vogliano giudicare) se fossero stati vincolati al concetto di “diritti acquisiti”. Tuttavia ogni cambiamento storico sociale si deve nutrire di consenso. Ed il consenso si struttura attorno ad una idea di equità e di solidarietà. E su di esso si costruisce un blocco sociale.

Il punto per noi oggi è: vi è la possibilità di costruire un blocco sociale attorno al tema del patto tra categorie produttive e tra generazioni? Quale idea di equità e di solidarietà siamo noi in grado di esprimere?

Nessun tag

ARTICOLI CORRELATI

11 Commenti

  1. Manuel

    C’è un solo modo per mettere in discussione quei diritti acquisiti: l’Italia deve arrivare al default, così finalmente l’acqua smetterà d’essere pompata nell’acquedotto.

    Diritti acquisiti? Uno Stato davvero può permettersi di suicidarsi per mantenere fede ad un patto indiscutibilmente suicida? Davvero è sufficiente che un governo qualsiasi, per ovvie ragioni clientelari, conceda dei privilegi assurdi per legare le mani a chiunque venga dopo? E’ lecito mandare in pensione una persona a 40 anni? E’ lecito concedere un vitalizio cinquanta volte superiore ai contributi versati?

    Domande retoriche. La risposta è ovviamente sì – uno Stato può suicidarsi – dato che coloro che sono chiamati a discutere sulla costituzionalità di eventuali provvedimenti riparatori sono gli stessi burocrati che beneficiano dei privilegi che andrebbero cancellati. Gli stessi burocrati che non hanno mai una parola di giustizia per i diritti calpestati della plebe.

    Ed allora lo ripeto: ben venga il default. Avvenuto il suicidio nazionale, vedremo chi saprà camminare con le proprie gambe e chi soccomberà perché ha saputo soltanto succhiare sangue alla collettività.

    12 Ago 2013
  2. ilario

    Quando ai parlamentari nazionali e regionali si domanda: ma lei va in pensione a 60 anni con 5 anni di “servizio” e con 3.700 euro netti al mese, ma non è esagerato?
    Risposta: La legge me lo consente. Parafrasando: lo Stato mi autorizza a rubare.
    RUBARE: Appropriarsi, indebitamente, di beni che appartengono ad altri”.
    La povera gente che prende una pensione da fame o non la prende proprio, si possono impiccare tutti quanti.
    Questi ci prendono per il c…. perchè sanno che gli italiani sono fessi. Infatti, mentre negli altri paesi europei (tutti), la riforma delle pensioni ha provocato disordini e tumulti, in italia, neppure un lamento.

    12 Ago 2013
  3. MAX

    CONCORDO IN PIENO!

    12 Ago 2013
  4. romano calvo

    Concordo con voi, ma ad Ilario vorrei dire (e sperare) che gli italiani non sono proprio tutti fessi. Dopo la riforma Fornero (lo ricordo bene) si stava scatenando il putiferio e sono dovuti intervenire proprio quelli del PD e la triade CGIL-CISL-UIL per tenere calmi gli animi. La differenza italiana forse sta proprio qui: abbiamo una alleanza tignosa tra ceto politico, sindacati, organizzazioni d’impresa e mass media. Talmente forte da riuscire a spegnere le voci dal basso. Che pure ci sono. Milioni di persone che la pensano come noi e che sarebbero pronti a scendere in piazza, se qualcuno sapesse organizzarli attorno a parole d’ordine sensate.

    12 Ago 2013
  5. Mario Panzeri

    Come non essere d’accordo (a parte Napoleone e Lenin, e lasciando stare la riforma Fornero, che almeno ha ridotto il gap tra chi, come noi, si trova da sempre in regime totalmente contributivo e i lavoratori dipendenti non più giovani ma ancora attivi, in regime misto retributivo-contributivo o addirittura totalmente retributivo)? Va però tenuto presente che lo scandalo delle pensioni d’oro è tenuto in vita, almeno nelle dimensioni attuali, non solo e non tanto da governo e parlamento (cioè dalla cosiddetta politica) ma dalla Corte Costituzionale, che ha recentemente dichiarato “l’incostituzionalità di due leggi che nel 2011 hanno istituito contributi di solidarietà, modulati per scaglioni e temporanei (fino al 2014), nei confronti dei redditi dei dipendenti pubblici e alle pensioni superiori a 90.000 euro. Si trattava di misure chiaramente miranti ad una (modesta: circa 25 milioni l’anno) riduzione della spesa pubblica corrente, attraverso la riduzione dei trattamenti economici più elevati. Obiettivo tutto sommato non irragionevole, visto che gli stipendi apicali dell’amministrazione pubblica italiana sono insolitamente alti, rispetto alle medie europee (addirittura, per i magistrati, un terzo più della Francia e più del doppio della Germania) e l’esistenza del fenomeno delle “pensioni d’oro”.
    Il punto non è solo che la Corte ha dichiarato l’incostituzionalità di questi contributi ma che, a differenza che in passato, quando aveva fatto invece riferimento a specifici criteri di irragionevolezza e arbitrarietà, lo ha fatto in maniera così generale da pregiudicare future azioni su queste voci di spesa che si basino sull’utilizzo della leva fiscale” (mi sono permesso di riportare un passaggio tratto da un post pubblicato sul sito di Fare per fermare il declino in quanto in grado di sintetizzare efficacemente quanto accaduto). Sarebbe necessario trovare quindi altre modalità per intervenire sulle pensioni d’oro (per esempio agendo, almeno da un certo importo in su, sulla ridefinizione dei criteri che conducono alla determinazione dei redditi pensionistici), nella consapevolezza, tuttavia, che anche una tale impostazione non sarebbe con ogni probabilità immune da censure di anti-costituzionalità da parte del cosiddetto giudice delle leggi. Che cosa si direbbe se migliaia di persone manifestassero davanti al Palazzo della Consulta? Probabilmente si griderebbe all’eversione perché, come è noto, le sentenze non soltanto vanno applicate ma devono pure essere rispettate.

    16 Ago 2013
  6. Romano Calvo

    Tito Boeri rilancia una interessante proposta: rendere trasparente per tutte le pensioni in essere, quale sarebbe l’ammontare se avessero anche per loro applicato il nostro metodo “contributivo”: http://www.fondfranceschi.it/cogito-ergo-sum/pensioni-d2019oro-e-l2019ora-della-trasparenza

    18 Ago 2013
  7. Paola G- Comunica

    E’ recente il provvedimento con cui la Corte Costituzionale ha annullato, in quanto deroga al principio di eguaglianza di tutti i cittadini, il versamento di “solidarietà” a carico dei cittadini più abbienti (in percentuali scaglionate a seconda del reddito, ma non inferiore a 300.000 euro lordi annui) varato come norma a carattere straordinario dal precedente governo tecnico. Che dire? Se la Costituzione obbliga la Corte a prendere simili provvedimenti slegando ancora una volta l’etica della ricchezza dai reali bisogni del paese, non sarebbe forse il caso di perorare un ritocchino della Costituzione? O di varare anche in merito a questi provvedimenti il principio dell’equità?
    A me non interessa fare le pulci in tasca ai ricchi e lo trovo moralmente riprovevole – non è la ricchezza che deve essere demonizzata. Finché la pensione d’oro è commisurata ai contributi versati, i conti tornano. Non bisogna però nemmeno perdere di vista il senso della misura e del valore, perché un prelievo straordinario dalla tasca di chi ha un reddito elevatissimo, senz’altro pesa molto meno e non risulta così penalizzante rispetto a chi ha un reddito meno elevato o addirittura basso.

    19 Ago 2013
  8. romano calvo

    Sì Paola G. il provvedimento della Corte Costituzionale è appunto il detonatore della questione pensioni d’oro. Tuttavia seguendo la stampa più seria è abbastanza acclarato che il problema non è la Costituzione (la migliore del mondo, che nessuno la tocchi) ma il modo in cui è stata fatta la legge Fornero e le altre minchiate del governo Monti, cioè troppo in fretta e formulate in modo giuridicamente non corretto. Nulla impedirebbe ad un governo serio di emanare una legge che spingesse (non obbligasse) verso un ricalcolo delle pensioni in essere secondo il metodo contributivo e poi, ad esempio, lascar scegliere ai super pensionati se preferiscono un ritocchino, oppure avere un ricalcolo secondo il metodo contributivo.

    26 Ago 2013
  9. Giontix

    C’era in un noto film “Il principe cerca moglie” una scena in cui la moglie del Re di Zamunda sottolineava che la legge per cui il figlio del re dovesse sposare per forza una principessa fosse da cambiare. Ed il Re per contro rispondeva “Chi sono io per cambiare le leggi?” e la moglie “Mi sembra che tu sia il Re..”

    Ecco tanto per dire che costituzione o no, diritti acquisiti o no, il governo ha il potere per intervenire modificando le leggi esistenti come meglio crede (ovviamente nel rispetto dei cittadini). Tutto il resto sono inutili parole. Se non lo fa è perché non c’è volontà.
    Ma quanto è banale che i privilegi esistono perché qualcuno li ha previsti, e non per indicazione divina? Naturale che non tutto si può togliere così come un soffio di vento, ma va fatto con ragionevolezza, e l’equità nel distribuire pensioni oggi non esiste, per cui intervenire per portare equilibrio dovrebbe essere un fatto talmente ovvio da essere condiviso dal 100% dei parlamentari…

    Ma perché non si fa?
    Le risposte le avete già date tutti voi….

    28 Ago 2013
  10. Alessandro Storti

    “il problema non è la Costituzione (la migliore del mondo, che nessuno la tocchi)”
    Sono certo che si tratti di una battuta. Vero?

    8 Set 2013
  11. Mario Panzeri

    Purtroppo, Alessandro, temo che non si tratti di una battuta (posizioni ideologicamente conservatrici, ahimé, non mancano neppure in ACTA…).
    In ogni caso le modifiche alle leggi esistenti non possono andare contro il dettato costituzionale (nell’interpretazione che di esso dà la Consulta). E se la Costituzione mostra la necessità di essere modificata, tale intervento non può effettuarlo il Governo, ma il Parlamento, tra l’altro seguendo una procedura piuttosto complessa.
    Probabilmente la citata Zumunda de “Il principe cerca moglie” era una monarchia assoluta: altrimenti, se fosse stata costituzionale, il re – fortunatamente – non avrebbe avuto il potere di cambiare le leggi.
    Spesso il problema dell’Italia non è la presenza di leggi sbagliate, ma – per esempio in materia di contrasto all’evasione fiscale – l’assenza di norme che regolino l’attività dei soggetti preposti semplicemente all’applicazione delle norme stesse e non anche, come invece ora avviene, alla loro determinazione. Il minimo che si può chiedere ad uno stato di diritto.

    9 Set 2013

Lascia un commento

Utilizzando il sito, accetti l'utilizzo dei cookie da parte nostra. maggiori informazioni

Questo sito utilizza i cookie per fornire la migliore esperienza di navigazione possibile. Continuando a utilizzare questo sito senza modificare le impostazioni dei cookie o cliccando su "Accetta" permetti il loro utilizzo.

Chiudi