Acta l'associazione dei freelance

L’Italia ha bisogno di fosforo

| 1 luglio 2013 | LETTO: 4.397 VOLTE | 42 COMMENTI | Autore: | SHORT URL |

L'Italia ha bisogno di fosforoIn una crisi di sistema che è anche crisi di idee, ACTA lancia una piattaforma che mette al centro il capitale umano come motore di nuovo sviluppo: 5 proposte per un’equa cittadinanza dei diritti dei lavoratori professionali indipendenti e per una nuova crescita dell’economia italiana. (1) Sostegno agli investimenti in capitale umano; (2) equità contributiva, per un nuovo assetto del lavoro professionale autonomo; (3) equità fiscale, per pagare tutti, ma pagare il giusto; (4) sostenibilità per le pensioni in regime contributivo; (5) riconoscimento della rappresentanza di primo livello.

La piattaforma ACTA sarà presentata a governo, partiti, sindacati, eletti che hanno aderito alla nostra campagna “Dica: no 33!”. Ma il vero motore sarà, come sempre, l’impegno di ciascuno di noi. Portala a conoscenza di altri lavoratori autonomi. Inoltrala a politici, sindacalisti, amministratori locali. Fai conoscere la piattaforma: l’Italia ha bisogno di fosforo! Impegnati in prima persona: la campagna Acta ha bisogno di te!

SCARICA LA piattaforma ACTA 1 luglio 2013 E INVIALA > SCARICA IL COMUNICATO STAMPA >

5 proposte ACTA per nuova crescita ed equa cittadinanza.


1. Sostegno agli investimenti in capitale umano.

Pensiamo ad un’importante azione pubblica a sostegno della crescita che passi attraverso l’incentivazione degli investimenti in capitale umano e servizi immateriali: Ricerca&Sviluppo e innovazione tecnica, informatizzazione, ma anche componenti più soft come innovazione commerciale e di marketing, organizzazione, attività per l’orientamento dei consumi.

Per questo chiediamo:

A. Una politica che solleciti gli investimenti immateriali sia della PA sia del settore privato, per migliorare l’efficienza, aumentare il valore aggiunto delle produzioni e dei servizi tradizionali, e valorizzare il ricco patrimonio intellettuale (dei giovani, ma non solo) attualmente sotto-utilizzato, secondo un modello che ha già mostrato di essere vincente in settori portanti per la nostra economia. “Made in Italy” non vuol dire solo fatto in una fabbrica italiana, ma concepito, disegnato, progettato, immaginato, tramandato attraverso il lavoro cognitivo che fa parte del patrimonio del lavoro italiano.

B. Una legge per incentivare gli investimenti immateriali, attraverso la loro defiscalizzazione per quanto riguarda il settore privato, e il riconoscimento del valore di investimento di queste tipologie di spese per la PA, in modo da poter derogare al Patto di stabilità. Come pensare ad una PA che si riorganizzi da sola, con una forza lavoro intrisa di una cultura della non efficienza, anagraficamente piuttosto anziana e in ritardo sotto il profilo tecnologico? Il tutto nel vincolo di una politica sostenibile sotto il profilo sociale e ambientale.

2. Equità contributiva: un nuovo assetto per il lavoro professionale autonomo.

Siamo contribuenti certi, come i lavoratori dipendenti, perché lavoriamo con regolari contratti per imprese e pubblica amministrazione. Ma non siamo cittadini come loro: siamo esclusi dal welfare, che finanziamo ampiamente attraverso il meccanismo perverso della Gestione Separata INPS. Siamo lavoratori indipendenti, come professionisti, artigiani e commercianti. Ma il nostro prelievo contributivo è del 27%, mentre il loro è rispettivamente del 14% e del 21%. Dove sta l’equità? Dove stanno le regole di mercato?

In dieci anni la nostra contribuzione INPS è passata dal 10% all’attuale 27%. E se non sarà cambiata la legge approvata già dal 2014 ricomincerà a crescere per arrivare al 33%. Questo comporterà la morte delle nostre attività, in un momento in cui tutti stiamo già lottando per la sopravvivenza economica. Questo è non solo inaccettabile: è miope!

Per questo chiediamo:

A. Immediato blocco dell’aumento al 33% della contribuzione INPS, con procedura d’urgenza per dare

ossigeno al lavoro indipendente, duramente provato dalla crisi in atto.

B. In prospettiva una rinegoziazione del patto sociale fra Stato e lavoratori indipendenti, sulla base di un principio semplice e trasparente di reciprocità: corretta contribuzione per equa prestazione. Proponiamo che il lavoratore professionale indipendente possa scegliere fra due opzioni contributive alle quali corrispondano due differenti livelli di prestazione. Il primo livello prevede la contribuzione attuale, ma con un accesso a tutele più ampie di quelle attualmente previste. Il secondo livello prevede una contribuzione agganciata a quella di commercianti e artigiani con le attuali, scarsissime tutele. In allegato il dettaglio della nostra proposta.

C. Per i lavoratori indipendenti soci di SRL chiediamo il superamento dell’obbligo alla doppia contribuzione previdenziale – Gestione Separata INPS e Gestione Commercianti – per arrivare ad un regime che preveda l’assoggettamento di tutti i redditi dei soci professionisti esclusivamente alla Gestione Commercianti. Per rimuovere un importante ostacolo all’aggregazione, così necessaria in un mercato fortemente frammentato e per questo poco competitivo.

3. Equità fiscale: pagare tutti, pagare il giusto.

Nella rappresentazione mediatica e nella testa di molti siamo assimilati a quelle figure professionali che, offrendo un servizio a privati, costituiscono l’esercito degli evasori. Ma la realtà è molto differente: i nostri servizi sono rivolti ad aziende ed enti pubblici, quindi integralmente fatturati e totalmente trasparenti all’accertamento fiscale. Ma siamo penalizzati da un sistema di tassazione pensato o per il lavoratore dipendente o per l’imprenditore, mai per un lavoratore che si assume il rischio della propria attività.

La distribuzione irregolare del reddito determina un maggior carico fiscale e squilibri negli anticipi dovuti: percepire in tre anni un reddito di 30.000 euro il primo anno, 90.000 il secondo e 30.000 il terzo è ben diverso che percepire un reddito costante di 50.000 euro. L’impossibilità di dedurre integralmente costi vitali per la sopravvivenza lavorativa, legati all’aggiornamento e all’innovazione, trasforma i nostri investimenti in decurtazione di reddito. Un sistema burocratico sempre più costoso ed un rapporto fortemente asimmetrico nei rapporti con l’Agenzia delle Entrate ci espone a costi onerosi e incertezze costanti.

Per questo chiediamo:

A. Istituzione di un regime fiscale agevolato, sul modello esistente in altri paesi europei (es. Regno Unito), che interessi i lavoratori con un fatturato non superiore ai 70-80.000 euro e che rappresenti un reale incentivo all’iniziativa autonoma e alla creazione di nuova occupazione;

B. Applicazione di aliquote e anticipi definiti sulla media di tre anni di reddito e non sul dato annuale, in modo da non penalizzare chi subisce forti oscillazioni negli impegni e nei compensi;

C. Revisione del sistema di spese deducibili inerenti l’attività, in linea con le esigenze del nuovo lavoro professionale autonomo di assicurare competenze aggiornate, innovazione e mobilità: in particolare evidenziamo la necessità di prevedere la totale deducibilità delle spese in formazione, l’ammortamento anticipato dei prodotti ad alta tecnologia e la totale deduzione delle spese legate a trasferte.

D. Semplificazione burocratica e superamento di distorsioni normative e legislative. In particolare: (1) definizione certa dei parametri che rendono obbligatoria la contribuzione IRAP; (2) obbligatorietà dell’IVA per cassa; (3) utilizzo degli studi di settore e del redditometro esclusivamente come strumenti indicativi, senza scaricare sul contribuente l’onere della prova, non di rado impossibile da fornire; (4) obbligatorietà per L’Agenzia delle Entrate della convocazione del contribuente prima dell’applicazione di sanzioni pesanti; (5) il rimborso delle spese sostenute dal contribuente in risposta a contestazioni fiscali o entro un contenzioso con l’Agenzia delle Entrate, quando dimostra di essere stato corretto.

4. Sostenibilità per le pensioni in regime contributivo.

Il dibattito sulle pensioni continua ad essere polarizzato dai problemi dei pensionati e pensionandi, che hanno fruito o fruiranno di una pensione totalmente o prevalentemente retributiva. Noi chiediamo attenzione sui problemi di chi avrà una pensione contributiva: tutte le proiezioni mettono in evidenza che i futuri pensionati si troveranno in condizioni economiche molto peggiori delle attuali, a causa di meccanismi di rivalutazione inadeguati e di coefficienti di conversione penalizzanti, specie in un’economia stagnante.

La situazione è particolarmente critica per noi, che siamo espressione di un mercato del lavoro nuovo, ma con un welfare ancorato al passato: non siamo tutelati, non solo in termini di mancato guadagno, ma anche di versamenti pensionistici, nelle situazioni di non lavoro per malattia, disoccupazione e lavori di cura. Per primi sperimenteremo, e in qualche caso stiamo già sperimentando, gli effetti del sistema contributivo, senza che siano stati previsti interventi di transizione.

Per questo chiediamo:

A. Che si recuperi la finalità solidaristica delle pensioni anche nel sistema contributivo, prevedendo una pensione di base, aggiuntiva a quella puramente contributiva, legata al numero degli anni lavorati, indipendentemente dai contributi versati e dalla tipologia di lavoro svolto.

B. La definizione di misure transitorie per chi va in pensione entro i prossimi 10-15 anni, che, se ricade interamente nel regime contributivo, rischia di non raggiungere neppure l’ammontare previsto per l’assegno sociale e di non poter andare in pensione prima dei 70 anni: uno dei requisiti per la pensione a 65 anni è aver maturato una pensione almeno pari a 1,5 volte l’assegno sociale.

C. L’introduzione di contributi pensionistici figurativi a copertura degli impegni di cura familiare dei figli.

5. Riconoscimento della rappresentanza di primo livello.

Pensiamo che la condizione sociale dei lavoratori professionali autonomi non abbia nulla a che vedere con la vecchia figura del professionista ordinista. Ma non così sembrano pensarla il legislatore, gran parte dei partiti – di destra, centro e sinistra – il sindacato e per la verità anche qualche associazione di lavoratori autonomi: tutti ritengono che la difesa e la certificazione della professionalità sia l’obiettivo da perseguire.

In realtà noi siamo lavoratori professionali di nuova generazione, figli del post-fordismo e della disseminazione dei saperi fuori dall’impresa e dalla PA. Ma di questa crescente figura sociale si preferisce non parlare. ACTA nasce proprio per dare voce a questa radicale svolta nella composizione sociale: per dare rappresentanza trasversale, non corporativa, aperta al futuro ai lavoratori professionali autonomi.

Per questo chiediamo:

A. Riconoscimento della rappresentanza sociale dei lavoratori professionali di nuova generazione: chiediamo perciò che siano previste consultazioni con associazioni di primo livello aperte a più tipologie professionali, in modo da permettere un legame diretto coi lavoratori che oggi lavorano nei comparti più dinamici delle imprese italiane che affrontano la competizione globale o per le PA che attingono dal mercato competenze necessarie al miglioramento qualitativo dei servizi alla comunità.

B. Un’applicazione non corporativa della nuova legge sulle professioni che rischia di dare voce solo ad associazioni di secondo livello non rappresentative della nuova realtà sociale, ma figlie di una vecchia visione del lavoro professionale e ben inserite in un’organizzazione del consenso basata solo su partiti, sindacati e organizzazioni datoriali attuali.

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