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L’Italia ha bisogno di fosforo: Anna Soru risponde alle critiche di Costanzo Ranci

| 16 luglio 2013 | LETTO: 2.698 VOLTE | 12 COMMENTI | Autore: | SHORT URL |

Dopo gli interventi di Dario Di Vico sul Corriere della Sera e di Roberto Ciccarelli sul Manifesto, anche Costanzo Ranci interviene sulla nostra piattaforma "L'Italia ha bisogno di fosforo." E lo fa sulla Nuvola del Lavoro.

Riportiamo alcuni stralci del suo post:

... Acta propone la seguente soluzione. Distinguiamo, una volta per tutte, le P. Iva ricche da quelle povere. Ai ricchi concediamo la possibilità di un exit parziale dal sistema previdenziale pubblico, abbassando aliquote e benefici a quelli già previsti per altre figure del lavoro autonomo (artigiani, commercianti, libere professioni).

Ai poveri proponiamo un sistema simile a quello in vigore per il lavoro dipendente (che era poi la ricetta Fornero): alta contribuzione (non però al 33%) in cambio di alta protezione.

A me pare che questa proposta abbia due punti molto deboli. In primo luogo, rischia di uccidere i poveri ancor prima che essi possano approdare alla pensione: a questi si chiede infatti di accettare un carico contributivo elevatissimo proprio nel momento di maggiore debolezza reddituale, in cambio di una garanzia futura poco credibile e di modesta entità.

In secondo luogo, separando ricchi e poveri, il sistema previdenziale verrebbe frantumato nella sua base di solidarietà. Ogni sistema pensionistico moderno si fonda su una forma, per quanto attenuata, di solidarietà tra generazioni e tra gruppi sociali, tale per cui i membri più forti della società contribuiscono almeno un poco a sostenere i più deboli (i più anziani, i più malati, i più poveri).

... Ci sono altre soluzioni ai problemi sollevati da Acta? A me appare più convincente una soluzione, largamente praticata in Europa, fondata sull’istituzione di più pilastri del welfare. Non possiamo ostinarci a voler risolvere tutti i problemi previdenziali e contributivi, di ricchi e poveri, restando in un unico sistema di solidarietà.

Probabilmente non siamo riusciti a spiegarci bene, ma la proposta Acta è ben lontana dal voler dividere tra poveri e ricchi, al contrario vuole favorire soprattutto chi ha redditi più bassi. La sintesi fatta da Ranci è una caricatura.

Ci riprovo, ma prima di tutto vorrei contestare due passaggi:

1) Si può considerare 30.000 euro di reddito lordo l’anno una soglia di ricchezza? Tale per cui coloro che la superano ”hanno accumulato proprietà e reddito, ed hanno un’attività ben avviata”? Con l'attuale pressione fiscale e contributiva significano circa 1.300 al mese. Suvvia!

2) Riemerge il solito stereotipo della partita iva evasore fiscale, (“fedeltà fiscale, già non troppo forte, delle partite Iva più ricche”) riferito ai professionisti iscritti alla gestione separata, che nella gran maggioranza dei casi lavorano per imprese e pubbliche amministrazioni e che quindi non hanno alcuna possibilità di evasione. Fedeltà che dipende dal tipo di clienti e non dalla “ricchezza”.

Ciò che proponiamo non mette in discussione l'universalismo e la solidarietà collettiva del sistema previdenziale, né contestiamo l’esistenza di un sistema pensionistico obbligatorio (anche se contrastiamo l’uso pseudosolidaristico a vantaggio di chi ha diritti acquisiti col regime retributivo, a scapito di chi è nel contributivo).

Il nostro punto di partenza è l’aver constatato (con rilevazioni dirette ai nostri iscritti) che una parte dei professionisti autonomi è indubbiamente più sensibile alle garanzie, un’altra parte invece rivendica il diritto (riconosciuto a tutte le altre categorie di lavoratori autonomi) di provvedere in proprio a costruirsi un sistema di sicurezze, con assicurazioni, investimenti etc.
Per questi due gruppi, in sostituzione dell’attuale sistema che (già ora senza l’aumento dei contributi al 33%) è costoso come quello di un dipendente ma senza alcuna tutela, proponiamo due diversi regimi fiscali- previdenziali, uno che punta all’innalzamento delle garanzie al livello dei dipendenti, il secondo alla riduzione della contribuzione a quello degli altri autonomi. Il “regime garantito” è accessibile sino ad un massimo di 90.000 euro, il regime non garantito è accessibile a chi ha più di 30.000 euro.

Le due opzioni potrebbero essere totalmente libere, ogni professionista potrebbe scegliere il regime fiscale-previdenziale a cui aderire.
Abbiamo optato per rendere il “regime garantito” obbligatorio sotto i 30.000 euro (ma sull’obbligatorietà ci sono ancora discussioni) per due ragioni :
1) per fare in modo che chi è costretto ad aprire una partita iva pur lavorando in realtà in condizioni di subordinazione, debba rientrare in un sistema di tutele, per contrastare la diffusione dell’uso della “falsa partita iva” al solo scopo di risparmiare sui contributi;
2) perché nelle situazioni più fragili è difficile fare a meno degli ammortizzatori sociali, così come è difficile riuscire a provvedere ad una pensione complementare, che infatti per moltissimi è solo un’opzione teorica.

Infine è importante sottolineare che il “regime garantito” che proponiamo prevede un calcolo della contribuzione come per i dipendenti (i 2/3 sul fatturato e 1/3 sul reddito al netto dei 2/3) e un’esenzione fiscale sul 25% del reddito, che vanno a compensare l’aggravio dei contributi (a cui va aggiunto il risparmio del commercialista reso possibile dalla semplificazione fiscale). Proprio perché è vantaggioso, abbiamo escluso che possa essere applicato a chi ha un reddito che supera i 90.000 euro.

La nostra proposta è comunque aperta alla discussione e all’introduzione di miglioramenti e ringrazio Costanzo Ranci per il suo contributo. Anzi, colgo l’occasione per invitarlo ad un'iniziativa che faremo a breve (dopo la pausa estiva) proprio per confrontarci sulla nostra piattaforma.

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