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Finanza solidale e patriottica

| 22 luglio 2013 | LETTO: 6.356 VOLTE | 7 COMMENTI | Autore: | SHORT URL |

Il giorno 8 luglio ho partecipato a Roma al convegno “Infrastrutture e competitività. 4 nodi strategici”, che si teneva nell’Auletta dei Gruppi Parlamentari. Ne scrivo perché quel che ho sentito può contribuire a capire meglio l’impasse in cui ci troviamo sul piano degli investimenti fisici, quelli che hanno la priorità rispetto agli investimenti in beni immateriali, che giustamente ACTA considera invece più importanti per portarci fuori dal guado.
Il convegno era stato indetto da tre prestigiose Fondazioni, Italia Decide di Luciano Violante, Astrid di Franco Bassanini e Res publica. Per l’occasione erano stati predisposti due ponderosi Rapporti pieni di dati e tabelle e informazioni di ogni genere.
I presenti erano tutte persone con ruoli chiave in istituzioni che hanno il compito di gestire i finanziamenti per le opere: Cassa Depositi e Prestiti, Banca Europea degli Investimenti, Banca d’Italia, Ministero del Tesoro, Ministero dei Trasporti, concessionari di autostrade, manager di importanti banche e fondi d’investimento, Presidenti di Regioni (Liguria, Friuli Venezia Giulia), l’Amm. Delegato delle FS Moretti, Presidenti di Autorità Portuali (da Genova a Venezia, da Trieste a La Spezia), Presidenti di Interporti e di Aeroporti…insomma tutta la gamma completa dei decisori più importanti. E alla fine, ovviamente, il Ministro, quel Lupi che occupa il dicastero dei Trasporti.
Che ci facevo là dentro? Ho fatto per anni il consulente del Ministero dei Trasporti e ho lavorato con alcuni dei personaggi lì presenti, da Claudio Burlando quando era ministro a Mauro Moretti ai Presidenti dei porti italiani e degli interporti. Anzi, a onor del vero, la Fondazione Italia Decide mi aveva chiesto di collaborare alla stesura del suo Rapporto ma i miei problemi di salute mi avevano impedito a farlo.
Andiamo al sodo. Il problema qual è?

I finanziamenti per la costruzione di infrastrutture fisiche vengono da tre fonti: l’Unione Europea e la BEI, Il Ministero del Tesoro italiano e la Cassa Depositi e Prestiti, i privati (fondi d’investimento specializzati e banche). Data la sempre maggiore scarsità di risorse pubbliche, chiave di volta di questa architettura diventa il soggetto privato e quindi il primo ostacolo da superare è quello che riguarda il cosiddetto project financing o PPP (public private partnership). In Italia non funziona, su più di 3.000 bandi emessi da pubbliche amministrazioni per la costruzione di opere pubbliche in project financing ne sono andati a buon fine solo un quarantina. La responsabilità viene attribuita in gran parte all’incompetenza delle P.A., che non sanno redigere dei capitolati di gara con sufficienti garanzie per chi partecipa. Per fornire consulenza alle P.A. in questa materia esiste da anni presso il Ministero del Tesoro e poi presso la Presidenza del Consiglio la cosiddetta Unità Tecnica Finanza di Progetto (UTFP). Io ho avuto l’opportunità di lavorare per un anno al CNEL assieme alla persona che ha diretto questo ufficio per ben nove anni dalla sua istituzione ed insieme abbiamo preparato un opuscolo che potete trovare anche sul sito del CNEL. Era una specie di Manuale del Project Financing. Quindi avevo imparato da questa esperienza che c’è il project financing vero e quello finto. Vero è quel co-finanziamento privato che viene assunto come rischio dall’investitore, finto è quello che ottiene la garanzia dello Stato, il quale è lui in ultima istanza ad assumersi il rischio. Per questa ragione l’Unione Europea considera i finanziamenti privati garantiti dallo Stato come spesa pubblica, quindi come debito pubblico. E’ dunque, in questi casi, una pura partita di giro. Il privato mette i soldi e se va bene intasca gli interessi ma se va male interviene lo Stato a farsi carico del debito.
Tutto questo lo sapevo prima di andare al convegno ma quando ho sentito che il privato mette dei soldi aspettandosi un ritorno del 10% almeno, ho pensato di aver capito male. Mi sono rivolto allora al mio vicino, Presidente di un grande Interporto, per chiedergli se ero stato disattento e lui mi ha detto che avevo sentito benissimo, aggiungendo che per un piccolo investimento aveva chiesto il finanziamento di un fondo delle Camere di Commercio e si era sentito chiedere un ritorno del 13%.
Allora parliamoci chiaro: è verissimo che le P.A. non hanno le competenze per formulare dei capitolati di gara che rispondano alle esigenze degli investitori. Mi è capitato di seguire alcuni bandi per opere portuali del valore di 3/400 milioni di euro, i cui testi sono stati riscritti più volte ed ogni volta il bando era sospeso, per cui capisco che un investitore prima di impegnarsi ci pensi dieci volte. Ma, mettendo in conto tutto questo, gira e rigira il problema è uno solo, è l’infinita avidità del settore finanziario, che pretende remunerazioni difficilmente realizzabili con un’opera pubblica. E’ la totale assenza di una propensione al rischio da parte di chi ha i quattrini, la sua pervicace insistenza nel voler trovare sempre dei metodi per scaricare in definitiva il rischio sui contribuenti o la responsabilità dell’insuccesso sulla P.A.. Infatti, qual è l’opera pubblica che ha avuto maggiore successo con il project financing in Italia? Il cimitero.
Allora si capisce meglio quando si sente gridare: “mancano le infrastrutture!” Mancano i soldi per finanziare le poche infrastrutture utili, i soldi vanno per finanziare quelle che spesso sono inutili o in eccesso, come le autostrade, che in genere danno un ritorno elevato al finanziatore che diventa poi concessionario. In questo modo perverso l’infrastruttura rimane sempre la priorità insoddisfatta, ogni governo continua a metterla in cima all’agenda, diventa la priorità delle priorità e cancella tutte le altre priorità, tra cui quella degli investimenti in beni immateriali. Non parliamo poi di quel che succede al costruttore che, secondo la teoria del poject financing built operate and transfer (BOT), dovrebbe essere anche il gestore. Falliscono grandi imprese di costruzioni in tutta Europa, vincono il bando al massimo ribasso e poi non ce la fanno a resistere, falliscono e l’opera rimane a metà, quando verrà ripresa costerà il doppio. E’ veramente un business insensato. Per questo ACTA ha ragione a battersi per dire che le priorità nell’economia delle conoscenza sono altre.
Un’ultima cosa. Quel convegno doveva fare delle proposte per uscire da questo impasse, ne ha fatte una sfilza ma nessuna è convincente o risolutiva, è stata l’ennesima passerella. Quando alla fine è intervenuto il Ministro ed ho sentito che solo uniti e tutti insieme si supera la crisi, che solo chi ha le idee chiare deve decidere e che questo governo con “il decreto del fare” cosiddetto ha già fatto moltissimo, ho chiuso l’audio e me ne sono andato.

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