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Cigni neri e galline dalle uova d’oro: la truffa del sistema previdenziale italiano che rende sempre più precari i lavoratori.

| 4 luglio 2013 | LETTO: 11.640 VOLTE | 17 COMMENTI | Autore: | SHORT URL |

Investireste in uno strumento finanziario che vi promette di restituirvi solo gli interessi tenendosi il capitale? Forse… Ma se inoltre vi dicessero che il rendimento sarebbe più o meno quello dei titoli di stato e che il capitale su cui calcolare gli interessi potrebbe essere inferiore a quanto versato, probabilmente pensereste a una burla o al maldestro tentativo di un operatore finanziario eticamente scorretto, per non dire ladro.

Il “cigno nero” è un evento che non dovrebbe mai verificarsi. Il suo accadere, segnala uno stravolgimento di tutte le certezze e dei riferimenti validi fino a quel momento. Uno Stato che “fallisce”, andare in banca e non poter riprendere i tuoi soldi, è un cigno nero. Essere costretto a fare il tuo principale investimento per garantirti un futuro decente – quello previdenziale – in un fondo a rendimento negativo, è un cigno nero.

Come già riportato nel suo post da Silvestro De Falco, la mattina del 7 giugno scorso, sulle colonne del Corriere della Sera...

in un articolo di Enrico Marra è stato avvistato un cigno nero: “A causa della prolungata recessione, il coefficiente (di rivalutazione del montante pensionistico - NdR) si sta avvicinando alla soglia sotto la quale lo stesso montante diminuisce. Salvo sorprese ciò accadrà dal 2014, creando ulteriori danni alle pensioni”. Cioè tu prendi la pensione in base a quanto hai versato. Ma quanto hai versato viene diminuito perché ha un rendimento negativo legato al PIL.

Credo che questa cosa non sia ancora chiara ai dormienti lavoratori/cittadini italiani.

Il giornalista stesso confonde la causa con l’effetto… Il problema non è la recessione, ma le condizioni che si è deciso di imporre” ai lavoratori all’interno del sistema pensionistico contributivo.

Nei sistemi analoghi, fuori dall’Italia, le contribuzioni previdenziali sono trattate come risparmio vero e proprio che, in quanto tale, è remunerato in base ad un tasso di interesse che può essere fisso o variabile o può fruttare rendimenti legati all’andamento di uno o più strumenti finanziari.

In Italia invece i contributi versati all’INPS si rivalutano di anno in anno in base alla media a cinque anni del PIL e, dato che il PIL italiano è negativo dal 2008, i contributi accumulati saranno decurtati in misura pari al tasso di decrescita.

Nel sistema contributivo all’italiana dunque i contributi previdenziali non si accumulano fisicamente in un conto per poi essere investiti, per esempio in titoli di stato. Non possono essere investiti perché sono utilizzati già oggi per pagare le pensioni alle generazioni precedenti. Chi versa i propri risparmi nelle casse dell’INPS oggi potrà avere una pensione solo se i lavoratori futuri a loro volta verseranno contributi in misura sufficiente nelle casse dell’INPS.

Resta difficile credere che un sistema tipico delle truffe “piramidali” (schema di Ponzi, riportato alla ribalta da Bernard Madoff, ex presidente del Nasdaq) sia stato messo in piedi dallo Stato con il consenso dei principali rappresentanti dei lavoratori.

Questo sistema è stato introdotto quando è diventato chiaro che sarebbe stato impossibile mantenere le promesse fatte alla generazione del retributivo (promesse che oggi vengono chiamate “diritti acquisiti”).

Si è creata così una spaccatura fra chi si trova in un sistema costruito in base ad accordi e negoziazioni senza alcun nesso con lo stato dei conti dell’INPS e dell’economia (il retributivo), e chi invece viene esposto a rischi crescenti che portano a una erosione costante e senza fine di “diritti” e rendimenti (fino a un vero e proprio “furto” del capitale versato, con rischi crescenti compreso un possibile collasso del sistema). È il classico schema di Ponzi.

Una parte dei lavoratori, quelli ricompresi nella “bolla protetta” del retributivo vedono una sostanziale “tenuta” dei livelli di reddito pensionistico atteso (anche ai livelli più alti e nei casi di doppie/triple pensioni), ma con la riforma Fornero hanno dovuto accettare l’innalzamento dell’età pensionistica.

I lavoratori sottoposti al regime contributivo, cioè gli ultimi arrivati, vedono contemporaneamente crollare i loro redditi pensionistici futuri e, dal 2014, decrescere il montante su cui sarà calcolata la loro pensione.

All’interno di questo panorama desolante i lavoratori che versano alla gestione separata sono quelli più penalizzati di tutti. L’INPS ha fame di sempre maggiori entrate (pena: problemi immediati di cassa, come nel caso degli esodati), e la riforma Fornero ha consentito un ulteriore aumento dei contributi che ha come scopo principale la tenuta del sistema. Così, chi versa nella gestione separata arriverà a pagare 6,48 punti in più di contributi rispetto ai dipendenti (26,52).

Ma come è possibile che milioni di lavoratori e di cittadini non si siano ancora resi conto di essere vincolati a un sistema truffaldino che tra l’altro rende il futuro impossibile proprio a chi è già più “precario” oggi?

L’ulteriore innalzamento dei contributi della Riforma Fornero è stato non solo avvallato, ma addirittura richiesto dai sindacati (che si siedono ai tavoli di concertazione, dove vengono distribuite le risorse, come rappresentanti dei lavoratori in generale, senza distinzione fra iscritti e non iscritti).

La storia del lavoro degli ultimi 15 anni nel nostro Paese potrebbe essere tutta riletta attraverso l’intrecciarsi del discorso sulla precarietà con i microeventi – scarsamente percepiti dagli stessi lavoratori – che stanno trasformando il sistema di welfare italiano in una macchina depauperatrice che relega una fascia sempre più ampia di cittadini al livello della semplice sussistenza o della pura e semplice povertà (e tutto questo non per il mercato, ma per “legge” dello Stato).

Il discorso sulla precarietà dice in sintesi: “bisogna scoraggiare il ricorso a qualsiasi forma di lavoro che non sia a tempo indeterminato. Aumentando il cuneo fiscale per questo tipo di lavoratori, i datori di lavoro troveranno più conveniente assumerli”…

L’aumento rapido e spropositato dei contributi (9 punti sotto il Governo Prodi, 6 punti sotto il Governo Monti, sempre con l’avvallo del sindacato) avrebbe dunque dovuto ridurre la precarietà e favorire la crescita degli occupati con il “posto fisso”.

Gli effetti auspicati vengono puntualmente disattesi: in effetti i lavoratori vengono “scoraggiati”, ma non per questo sono assunti a tempo indeterminato. Aumentano invece quelli che non cercano neanche più un’occupazione, quelli che si mettono a lavorare in nero, quelli che da collaboratori a progetto diventano partite iva (quindi ricchi, fortunati, evasori…).

Dal punto di vista dell’equilibrio del sistema pensionistico, l’aumento della contribuzione per i “precari” è stata la vera “gallina dalle uova d’oro”. Entrate crescenti a fronte di uscite future (comprimibili secondo necessità senza reazioni sindacali di sorta): così si è potuto continuare a garantire chi era già maggiormente garantito. E guarda caso la questione dell’innalzamento dei contributi è diventata sempre più pressante nei momenti in cui maggiore era la necessità di reperire fondi per mantenere i “diritti acquisiti”: lo scalone per i 58enni con il ministro Damiano, reperire soldi per gli ammortizzatori sociali con il Governo Monti…

Tutto questo diventa più comprensibile se guardiamo alla composizione dei tesserati del sindacato: nel 2006 i tre sindacati confederali CGIL, CISL e UIL avevano complessivamente 11 milioni, 731 mila e 269 tesserati. Di questi, 5 milioni, 767 mila e 103, pari al 49,16%, erano pensionati. I tesserati in attività non arrivavano alla soglia dei 6 milioni, per la precisione 5 milioni 964 mila e 166. Che su un totale di 22 milioni e 988 mila lavoratori vuol dire il 25,9 %. Nel suo libro dedicato all’analisi della “macchina” sindacale italiana (“L’altra Casta”), Stefano Liviadotti scrive: “I sindacati che trattano con il Governo la riforma delle pensioni o la griglia delle aliquote fiscali (…) rappresentano dunque poco più di un lavoratore italiano su quattro.”

Non c’è dubbio che tanti nel sindacato si sentano sinceramente impegnati nella lotta contro la precarietà, ma quando si tratta di battere cassa e distribuire le risorse, non esitano a tutelare gli interessi dei loro iscritti e a fare quadrato per difendere il sistema sindacale attuale. Se le cose vanno male per i “giovani” precari è sempre colpa dei cattivi “padroni”, dello sfruttamento del capitale sul lavoro (metafisicamente inconfutabile), e in fondo è colpa degli stessi “precari”, ingenui e un po’ sprovveduti, bisognosi della tutela di un sindacato nato dalle lotte rischiose dei loro padri, incapaci di auto-organizzarsi e di sviluppare un pensiero autonomo sulla loro reale situazione.

I “cigni neri” dovrebbero spingere a una nuova lettura e interpretazione di quello che sta succedendo, altrimenti si rischia di fare la fine della gallina dalle uova d’oro. Non basta protestare e scendere in piazza, se le bandiere sventolate sono quelle di chi vi sta fregando.

Sento dire troppo spesso che il problema è quello “di farci conoscere” da chi, sia nella politica che nel sindacato, afferma di voler rappresentare tutti i lavoratori.

Ma non è così. Ci conoscono molto bene. Da almeno 15 anni.

Il 28 gennaio 1998 sul Corriere della Sera appare un articolo dal titolo “Attenta Sinistra, il mercato non aspetta”, nel quale Pietro afferma che la crisi del “fordismo” e le nuove tecnologie digitali cambiano “non solo il paradigma produttivo” ma “il modo d’essere della relazione lavorativa”. Dalla “cultura prometeica” della “fabbrica gigante fordista” si passa “all’impresa a rete”, alla “modulazione reticolare”: “muta profondamente il modo di essere del lavoro, o piu' esattamente dei "lavori al plurale". Le figure lavorative si frantumano e contemporaneamente si complicano. Il "posto fisso", il lavoro di tutta una vita, diventa una chimera”.

Si potrebbe obiettare che queste sono visioni di un grande politico, la realtà è diversa.

Ma basta spulciare un po’ per trovare decine di articoli come quello che appare, sempre sul Corriere della Sera, il 22 novembre 1997 con il titolo “Il posto fisso piace meno: parola di sindacato”, Bruno Ravasio, l’allora segretario della CGIL Brianza, dichiarava: “Rispetto a qualche anno fa non c'e' più la corsa al posto fisso. Ma sarebbe sbagliato dire che e' tutta colpa del mercato, che offre sempre meno posti tradizionali: fra i giovani c'e' sempre più la voglia di cambiare, di sperimentare e di mettersi alla prova”. E ancora “Sindacati e aziende devono adeguarsi a queste nuove esigenze e disponibilità - dice ancora Bruno Ravasio -. La flessibilità può anche essere positiva purché non sia selvaggia e non venga vista solo come alternativa alle assunzioni a tempo indeterminato. Occorre poi investire nella formazione, perché al giorno d'oggi le aziende non sanno cosa fare di operai e impiegati generici. Se non ci si specializza, il lavoro rimane una prospettiva irraggiungibile”.

Discorsi semplici, chiari, sensati.

Poi i conti del sistema previdenziale hanno cominciato a non tornare più, e l’unico problema del mercato del lavoro è diventato quello di dare un posto fisso a vita a tutti.

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