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Finanza solidale e patriottica

Il giorno 8 luglio ho partecipato a Roma al convegno “Infrastrutture e competitività. 4 nodi strategici”, che si teneva nell’Auletta dei Gruppi Parlamentari. Ne scrivo perché quel che ho sentito può contribuire a capire meglio l’impasse in cui ci troviamo sul piano degli investimenti fisici, quelli che hanno la priorità rispetto agli investimenti in beni immateriali, che giustamente ACTA considera invece più importanti per portarci fuori dal guado.
Il convegno era stato indetto da tre prestigiose Fondazioni, Italia Decide di Luciano Violante, Astrid di Franco Bassanini e Res publica. Per l’occasione erano stati predisposti due ponderosi Rapporti pieni di dati e tabelle e informazioni di ogni genere.
I presenti erano tutte persone con ruoli chiave in istituzioni che hanno il compito di gestire i finanziamenti per le opere: Cassa Depositi e Prestiti, Banca Europea degli Investimenti, Banca d’Italia, Ministero del Tesoro, Ministero dei Trasporti, concessionari di autostrade, manager di importanti banche e fondi d’investimento, Presidenti di Regioni (Liguria, Friuli Venezia Giulia), l’Amm. Delegato delle FS Moretti, Presidenti di Autorità Portuali (da Genova a Venezia, da Trieste a La Spezia), Presidenti di Interporti e di Aeroporti…insomma tutta la gamma completa dei decisori più importanti. E alla fine, ovviamente, il Ministro, quel Lupi che occupa il dicastero dei Trasporti.
Che ci facevo là dentro? Ho fatto per anni il consulente del Ministero dei Trasporti e ho lavorato con alcuni dei personaggi lì presenti, da Claudio Burlando quando era ministro a Mauro Moretti ai Presidenti dei porti italiani e degli interporti. Anzi, a onor del vero, la Fondazione Italia Decide mi aveva chiesto di collaborare alla stesura del suo Rapporto ma i miei problemi di salute mi avevano impedito a farlo.
Andiamo al sodo. Il problema qual è?

I finanziamenti per la costruzione di infrastrutture fisiche vengono da tre fonti: l’Unione Europea e la BEI, Il Ministero del Tesoro italiano e la Cassa Depositi e Prestiti, i privati (fondi d’investimento specializzati e banche). Data la sempre maggiore scarsità di risorse pubbliche, chiave di volta di questa architettura diventa il soggetto privato e quindi il primo ostacolo da superare è quello che riguarda il cosiddetto project financing o PPP (public private partnership). In Italia non funziona, su più di 3.000 bandi emessi da pubbliche amministrazioni per la costruzione di opere pubbliche in project financing ne sono andati a buon fine solo un quarantina. La responsabilità viene attribuita in gran parte all’incompetenza delle P.A., che non sanno redigere dei capitolati di gara con sufficienti garanzie per chi partecipa. Per fornire consulenza alle P.A. in questa materia esiste da anni presso il Ministero del Tesoro e poi presso la Presidenza del Consiglio la cosiddetta Unità Tecnica Finanza di Progetto (UTFP). Io ho avuto l’opportunità di lavorare per un anno al CNEL assieme alla persona che ha diretto questo ufficio per ben nove anni dalla sua istituzione ed insieme abbiamo preparato un opuscolo che potete trovare anche sul sito del CNEL. Era una specie di Manuale del Project Financing. Quindi avevo imparato da questa esperienza che c’è il project financing vero e quello finto. Vero è quel co-finanziamento privato che viene assunto come rischio dall’investitore, finto è quello che ottiene la garanzia dello Stato, il quale è lui in ultima istanza ad assumersi il rischio. Per questa ragione l’Unione Europea considera i finanziamenti privati garantiti dallo Stato come spesa pubblica, quindi come debito pubblico. E’ dunque, in questi casi, una pura partita di giro. Il privato mette i soldi e se va bene intasca gli interessi ma se va male interviene lo Stato a farsi carico del debito.
Tutto questo lo sapevo prima di andare al convegno ma quando ho sentito che il privato mette dei soldi aspettandosi un ritorno del 10% almeno, ho pensato di aver capito male. Mi sono rivolto allora al mio vicino, Presidente di un grande Interporto, per chiedergli se ero stato disattento e lui mi ha detto che avevo sentito benissimo, aggiungendo che per un piccolo investimento aveva chiesto il finanziamento di un fondo delle Camere di Commercio e si era sentito chiedere un ritorno del 13%.
Allora parliamoci chiaro: è verissimo che le P.A. non hanno le competenze per formulare dei capitolati di gara che rispondano alle esigenze degli investitori. Mi è capitato di seguire alcuni bandi per opere portuali del valore di 3/400 milioni di euro, i cui testi sono stati riscritti più volte ed ogni volta il bando era sospeso, per cui capisco che un investitore prima di impegnarsi ci pensi dieci volte. Ma, mettendo in conto tutto questo, gira e rigira il problema è uno solo, è l’infinita avidità del settore finanziario, che pretende remunerazioni difficilmente realizzabili con un’opera pubblica. E’ la totale assenza di una propensione al rischio da parte di chi ha i quattrini, la sua pervicace insistenza nel voler trovare sempre dei metodi per scaricare in definitiva il rischio sui contribuenti o la responsabilità dell’insuccesso sulla P.A.. Infatti, qual è l’opera pubblica che ha avuto maggiore successo con il project financing in Italia? Il cimitero.
Allora si capisce meglio quando si sente gridare: “mancano le infrastrutture!” Mancano i soldi per finanziare le poche infrastrutture utili, i soldi vanno per finanziare quelle che spesso sono inutili o in eccesso, come le autostrade, che in genere danno un ritorno elevato al finanziatore che diventa poi concessionario. In questo modo perverso l’infrastruttura rimane sempre la priorità insoddisfatta, ogni governo continua a metterla in cima all’agenda, diventa la priorità delle priorità e cancella tutte le altre priorità, tra cui quella degli investimenti in beni immateriali. Non parliamo poi di quel che succede al costruttore che, secondo la teoria del poject financing built operate and transfer (BOT), dovrebbe essere anche il gestore. Falliscono grandi imprese di costruzioni in tutta Europa, vincono il bando al massimo ribasso e poi non ce la fanno a resistere, falliscono e l’opera rimane a metà, quando verrà ripresa costerà il doppio. E’ veramente un business insensato. Per questo ACTA ha ragione a battersi per dire che le priorità nell’economia delle conoscenza sono altre.
Un’ultima cosa. Quel convegno doveva fare delle proposte per uscire da questo impasse, ne ha fatte una sfilza ma nessuna è convincente o risolutiva, è stata l’ennesima passerella. Quando alla fine è intervenuto il Ministro ed ho sentito che solo uniti e tutti insieme si supera la crisi, che solo chi ha le idee chiare deve decidere e che questo governo con “il decreto del fare” cosiddetto ha già fatto moltissimo, ho chiuso l’audio e me ne sono andato.

Sergio Bologna

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7 Commenti

  1. Mimmo

    Un’autorevole conferma. Il cimitero. Piu’ chiaro di cosi’… E’ tristissimo, ma la ringrazio per quanto ha scritto.

    22 Lug 2013
  2. Andrea

    Credo che l’ultima frase sintetizzi bene il momento economico e di idee (nessuna) della nostra politica per migliorare questo paese.
    Saluti.

    23 Lug 2013
  3. Silvestro De Falco

    Ottima analisi, Sergio, come sempre.
    Mi permetterei solamente di eccepire su “l’infinita avidità del settore finanziario”, perché una tale affermazione ha le implicazioni emotive che portano quelli che, per convenienza e per pigrizia mentale, stanno sempre a propinarci la solita storiella delle multinazionali e dei mercati.
    Le banche sono “avide”? Ma certo che si! Tutti sono “avidi”.
    L’economia è proprio lo studio dell’uso di risorse limitate per soddisfare bisogni e desideri illimitati.
    Vorrei però affrontare la questione da un altro punto di vista.
    Se il professionista indipendente – diciamo una traduttrice – ha un cliente che non riesce ad organizzarsi per tempo e invece di inviargli il testo da tradurre il lunedì glielo manda il venerdì sera per il lunedì successivo, il traduttore è avido se chiede una maggiorazione del 50% sulla sua tariffa perché deve lavorare nel fine settimana?
    Certo che no. Il cliente aveva tutto il tempo di mandarle il lavoro prima e ora che le chiede di sacrificare il suo tempo libero può accusarla di essere “avida”.
    Allora, se al posto degli incompetenti che ci sono in quegli uffici pubblici ci fossero persone che sanno quello che fanno, che i progetti li sanno gestire veramente, non è plausibile pensare che le attività andrebbero come devono andare e che in quel caso le banche e i fondi farebbero la fila per investire, accontentandosi di rendimenti più bassi, perché sanno che nel progetto ci sono persone che sanno fare bene il loro mestiere?
    In altre parole, è possibile che in Germania i fondi chiedano meno del 10% per questi investimenti e che in Grecia chiedano più del 10%?
    Quindi ben venga il fosforo e – aggiungo io – la promozione dell’eccellenza nell’ambito del lavoro indipendente. Hai visto mai che riusciamo ad infonderne un po’ anche nel settore pubblico, in modo che riesca a fare le cose meglio e magari a costi più bassi, in modo da chiedere meno tasse e contributi previdenziali e lasciare alla traduttrice di cui sopra qualche soldo in più nella borsetta?

    23 Lug 2013
  4. ugo

    Caro Silvestro,
    mi sembra davvero che tu abbia un’allergia a tutte le critiche sulla finanza. Ma qui sta il punto.
    Nel settore finanziario si sono realizzati e si realizzano profitti che non hanno riscontro nell’economia reale.
    La Ford dalla fine degli anni 80 realizza di più dal finanziamento delle vendite rateali che dal ricavo sul prodotto fisico.
    Le banche e a ruota i fondi di investimento entrano nel settore produttivo per “ristrutturare e salvare” e chiedono remunerazioni “finanziarie” che non sono compatibili con obiettivi dell’economia “reale”.
    Sono sicuro che già l’hai fatto, ma leggiti qualcosa di Stigliz, Gallino, Krugman: quando l’economia dei derivati vale 10 o 20 volte (neanche si riesce a calcolarlo) il PIL mondiale, significa che siamo seduti ad un tavolo verde in cui i giocatori puntano ciò che non hanno (ma dicono che avranno: vedi i future)

    24 Lug 2013
  5. Silvestro De Falco

    Caro Ugo,
    mi dispiace di non essere riuscito ad esprimermi ma io cerco di spiegare, non giustificare, per evitare di far prendere di mira gli avversari sbagliati. Anche perché se ce la prendiamo sempre con la finanza ci assolviamo dalle nostre manchevolezze.
    Quindi se non vuoi pagare tassi di interesse elevati, fai la persona seria e invece di assumere al Tesoro gli amici degli amici assumi persone che sanno quello che fanno.
    Sono sicuro che anche Sergio sarebbe d’accordo con il senso del mio intervento.
    Peraltro, se vai a vedere la mia proposta di riforma previdenziale – se non ce l’hai e ne vuoi una copia sarò felicissimo di fartela avere – oltre all’abbassamento della contribuzione chiedo l’allagamento delle agevolazioni fiscali a chi vuole farsi un piano di risparmio individuale, proprio per non investire nei fondi pensione delle banche e dei sindacati, che fanno pagare pure troppo per i risultati che danno, e perché ritengo che ognuno di noi sia in grado di fare meglio le proprie scelte di risparmio. Quindi, una maggiore scelta per lasciare con un palmo di naso gli incapaci che vorrebbero guadagnare non come facciamo noi – che ci battiamo tutti i giorni sul mercato – e che invece guadagnano perché operano in mercati protetti. Tutto questo, naturalmente, perché – personalmente – credo che i tempi belli della generosità del sistema previdenziale italiano siano finiti.
    Si chiama “empowerment” – e da traduttore mi dispiace non aver trovato un termine altrettanto efficace in italiano – che significa più o meno dare promuovere la possibilità per ognuno di noi di scegliere consapevolmente.
    Pensa che avevo proposto di fare corsi di educazione finanziaria a Roma – ovviamente osteggiati dal solito pensiero scarso e quindi non messi in atto – proprio per poter dare ai professionisti indipendenti gli strumenti per negoziare efficacemente con le banche.
    Così evitano di fare la fine che fece mia madre che, a 80 anni e con bassa scolarità, si vide rifilare una polizza assicurativa il cui andamento era legato ai titoli della new economy. Non sono mai riuscito ad acchiappare quel delinquente di funzionario per cantargliene quattro.
    Silvestro

    25 Lug 2013
  6. Mario Panzeri

    Premesso che ho trovato il post di Sergio Bologna molto interessante (ma sarei rimasto sorpreso del contrario), vorrei dire che anch’io penso non si possano attribuire al sistema finanziario più responabilità per il disastro generale di quelle, enormi, che effettivmente ha.
    Tanto per fare un esempio, le banche italiane hanno smesso di finanziare le imprese per acquistare BOT e soprattutto BTP non soltanto perché è assai più semplice e meno rischioso, ma anche perché sono state esplicitamente sollecitate a farlo dal governo precedente a quello attuale. Questo grazie anche al veto posto dalla Germania all’acquisto diretto da parte della BCE di titoli del debito pubblico, che ha costretto la banca centrale europea a prestare enormi quantità di denaro a tassi ridicoli agli istituti di credito, sperando che questi poi li utilizzassero, almeno in gran parte, per fare il pieno appunto di titoli, paganti ricche cedole, emessi del Tesoro. Certo, il mestiere delle banche sarebbe prestare denaro alle imprese; ma se, in aggiunta ai pesanti vincoli previsti da Basilea 3, viene loro non soltanto permesso ma addirittura vivamente “consigliato” di finanziare il debito pubblico, portano davvero tutta la responsabilità del soffocamento in corso del sistema produttivo nazionale?
    P.S. Sarà un caso che l’acronimo di “build, operate and transfer” è BOT…?

    27 Lug 2013
  7. romano

    Grazie a Sergio Bologna: l’allegato me lo sono scaricato e letto. Sarà molto utile per il mio lavoro di consulente della pubblica amministrazione. Le critiche che Sergio fa si rivolgono alle (deboli) capacità implementative del sistema amministrativo ed imprenditoriale italiano. Queste digressioni sulla finanza che vedo nei commenti, le trovo fuori posto.

    10 Ago 2013

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