Acta l'associazione dei freelance

Sindacato e sinistra fanno proposte per il nostro futuro. Ma hanno presente chi siamo?

| 3 giugno 2013 | LETTO: 3.290 VOLTE | 8 COMMENTI | Autore: | SHORT URL |

Negli ultimi mesi è un gran fiorire di iniziative e di proposte che ci riguardano molto da vicino. Tra le più strutturate (molte sono solo sotto forma di discorsi e annunci) segnaliamo:

Sono il frutto di una collaborazione che principalmente ha coinvolto la CGIL e una parte del PD. Sono infatti state presentate dall’associazione 20 maggio (che fa riferimento alla CGIL) , da Lavoro & Welfare (presieduta da Cesare Damiano) e dal gruppo Under 35 del PD. Alla stesura avrebbero partecipato oltre 50 associazioni. Non sappiamo se tra queste 50 associazioni sia computata anche Acta, perché non è stato reso noto l’elenco. Potrebbe essere, perché abbiamo partecipato ad alcuni incontri, soprattutto per discutere lo Statuto dei lavoratori autonomi, portando il nostro contributo, peraltro molto poco ascoltato. Difficile riconoscerci nei progetti presentati e poniamo le nostre obiezioni, che sono sia di metodo sia di merito.

Il metodo: loro ci provano e noi paghiamo gli errori.
Da anni la CGIL ha deciso di occuparsi di noi, anche se la maggior parte di noi ne farebbe volentieri a meno. Per tanti motivi.

Il primo motivo è che la CGIL non ha capito e continua a non capire la nostra situazione, le nostre esigenze e i nostri problemi. Agisce con un percorso di sperimentazione, con un processo di prova-errore-tentativo di correzione dell’errore, che è deleterio, perché gli errori li paghiamo noi e i tentativi di correzione hanno un esito molto aleatorio.

Così è successo con la questione contributi. Per anni la CGIL ha chiesto che i nostri contributi aumentassero al 33%, in nome di una “parificazione” con il lavoro dipendente. Ha indubbiamente ispirato l’azione di Cesare Damiano, che da ministro ci regalò (la nostra opposizione purtroppo non ebbe successo) un aumento di 9 punti percentuali in una legislatura di soli 2 anni e mezzo, sostenendo che si trattasse di una misura in nostro favore! Successivamente la proposta di ulteriori innalzamenti è stata inserita nelle prime versioni dello Statuto del lavoro autonomo preparato dal PD e tuttora ci sono parlamentari (soprattutto ex sindacalisti) convinti della necessità di questa convergenza (si veda intervista a Valeria Fedeli, senatrice PD ). Siamo quasi arrivati a quello che era l’obiettivo dei sindacati: a partire dal 2014, con la riforma Fornero, scatteranno aumenti che nel 2018 porteranno la nostra contribuzione al 33%. E ora una parte della CGIL si è accorta (finalmente!) che è un peso non sostenibile e chiede non solo il blocco dell’aumento previsto, ma anche una riduzione al 24% (articolo 19 comma 6 dello Statuto). Più che d’accordo sia per quanto riguarda il blocco dell’aumento (abbiamo infatti lanciato la campagna DICA:NO33) sia sulla riduzione al 24%, ma con quali possibilità di successo potrà essere trovata la copertura finanziaria necessaria? Possiamo immaginare che questa misura possa rientrare nella lista delle urgenze della politica e del sindacato? E’ purtroppo molto difficile. La short list della CGIL, stando alle dichiarazioni del suo segretario, è già affollata: esodati, IMU, Cassa Integrazione. Ma i proponenti potranno comunque dire di averlo chiesto e eventualmente attribuirne la mancata approvazione al cattivo di turno…

E qui emerge un secondo motivo per cui non vogliamo essere rappresentati dalla CGIL (o dalle altre associazioni sindacali e di imprese). Per loro noi non siamo il target principale (per i sindacati vengono prima dipendenti e pensionati, per la CNA gli artigiani, per la Confcommercio i commercianti…), le loro priorità saranno sempre altre , le nostre questioni non hanno mai carattere di urgenza e non entrano nell’agenda politica.
Secondo esempio del processo di prova- errore. Nel 2007, sempre con Damiano Ministro del lavoro (purtroppo per noi particolarmente prolifico), fu decisa l’astensione obbligatoria dal lavoro per la maternità delle professioniste, per evitare che “ finte” professioniste venissero costrette a lavorare durante i 5 mesi normalmente concessi per la gravidanza. Noi allora protestammo, evidenziando che interrompere completamente il lavoro per cinque mesi consecutivi poteva far perdere clienti e commesse. Ora si sono resi conto che avevamo ragione e chiedono il ripristino delle norme precedenti (articolo 19, comma 1). In questo caso è più facile che la norma sia accettata, perché non ci sono interessi economici in gioco. E ancora un terzo esempio, la recentissima Riforma delle professioni non regolamentate, approvata con il sostegno fondamentale della CGIL , che ora, con Davide Imola, chiede delle modifiche (convegno 18 marzo a Milano), in quanto loro stessi si sono resi conto dei limiti di una norma che si basa molto sull’autoreferenzialità delle associazioni, che mantiene l’indeterminatezza delle attività professionali (chiunque, anche una cartomante o un venditore di chimere, potrà dichiarare che la sua è una professione esercitata ai sensi della legge 4/2013) e che di certo nella sostanza introduce l’obbligo ad una certificazione UNI, con conseguente aggravio dei costi. Ma perché porsi sempre nelle condizioni di dover rimediare ai pasticci?

Il terzo motivo per cui non vogliamo essere rappresentati dalla CGIL (né dagli altri sindacati e associazioni di categoria, come le associazioni di commercianti, artigiani etc) è che il loro improvviso interesse per la nostra categoria risponde principalmente all’esigenza di trovare nuovi mercati, di compensare la perdita di aderenti entro i loro target tradizionali. Le loro onerosissime strutture richiedono infatti il reperimento di nuove fonti di finanziamento. E dal momento che ormai è chiaro a tutti che con le quote di iscrizione dei professionisti gli introiti sono ben pochi, molte delle proposte mirano ad ottenere un ruolo nell’erogazione di servizi finanziati dallo Stato. Con la riproposizione di strumenti ampiamente sperimentati nel lavoro dipendente e dimostratisi largamente inefficienti, quali osservatori e sportelli unici informativi, promozione dei bilanci di competenze, oltre che con la formazione, che viene incentivata se svolta entro enti accreditati (solo in questo caso viene proposta la totale deducibilità dei costi).

Il merito: i tre temi del nostro dissenso.

Sono tre le questioni che ci preoccupano e su cui dissentiamo:

  1. Le modalità con cui viene definita la rappresentanza e il sistema di riconoscimento /certificazione
  2. La questione dei servizi e della formazione
  3. L’ambiguità di una rivalsa al 9%

1. La rappresentanza e il sistema di certificazione

Alcune delle nuove norme proposte dai diversi provvedimenti vanno lette a integrazione del percorso avviato con la Riforma delle professioni.

  • Chi può rappresentare il lavoro autonomo professionale?

La legge sulle professioni non regolamentate ha definito l’area di rappresentanza: i sindacati, il COLAP e la CNA si sono accordati per una norma che consente la rappresentanza del lavoro professionale non regolamentato alle sole associazioni di secondo livello, ovvero a loro stesse, escludendo le associazioni di rappresentanza diretta, come ACTA.

  • Come viene stimata la rappresentatività?

L’articolo 4 dello Statuto prevede l’iscrizione delle Associazioni di rappresentanza (di tutti i lavoratori autonomi, incluse quelle dei professionisti ordinisti e non ordinisti, come chiarito con il comma 2 dell’art. 3) in appositi registri presso il Ministero dello Sviluppo economico. Al fine di valutare il peso della rappresentanza di ogni associazione i lavoratori autonomi e i professionisti che conferiscono mandato di rappresentanza ne dovranno dare specifica comunicazione alle camere di commercio, che contabilizzerà e fornirà i numeri al ministero.

  • Chi può esercitare la professione?

La legge di riforma delle professioni non pone il vincolo di iscrizione ad una associazione riconosciuta, tuttavia l’art. 5 dello statuto (riconoscimento e semplificazione degli adempimenti, un titolo che suona ironico) dice che l’avvio di una attività autonoma richiederà una dichiarazione del lavoratore autonomo indicante l’oggetto dell’impresa e i requisiti o titoli professionali necessari al suo svolgimento e che le camere di commercio dovranno verificare la sussistenza di tali condizioni ai fini del conseguente riconoscimento delle attività di lavoro autonomo e professionale. Questo significa che:

a) L’ingresso nelle professioni non sarà libero, ma subordinato al possesso di requisiti che non è chiaro da chi e come saranno definiti; in sostanza occorrerà iscriversi ad una associazione riconosciuta: mentre la legge di riforma delle professioni parla di volontarietà dell’iscrizione, si configura il passaggio ad un’obbligatorietà, con conseguenti oneri.

b) sarà necessaria l’iscrizione alle camere di commercio, con conseguente tassa di registro.

  • La contrattazione

Sulla base dell’articolo 3 della Proposta di legge Diritti e doveri dei lavoratori parasubordinati e con partita iva individuale, le organizzazioni sindacali più rappresentative (definite quindi con la procedura del punto 2) contratteranno i compensi per i lavoratori autonomi, in modo che siano proporzionati alla quantità e alla qualità delle prestazioni. In assenza di accordi collettivi (art. 4), in assenza di contrattazione collettiva specifica,

il compenso non può essere inferiore, a parità di estensione temporale dell’attività oggetto della prestazione, alle retribuzioni minime previste dai contratti collettivi nazionali di categoria applicati nel settore di riferimento alle figure professionali il cui profilo di competenza e di esperienza sia analogo a quello del prestatore.

In sostanza viene proposta l’applicazione della contrattazione collettiva a tutti i lavoratori, non più solo ai dipendenti. Una contrattazione che sarà gestita dalla organizzazioni più rappresentative, che però devono essere di secondo livello!

La proposta di legge sull’equo compenso attribuisce invece la definizione di un equo compenso a una commissione che comprende sia rappresentanti sindacali, sia rappresentanti dei datori di lavoro e dei professionisti. Non è chiaro se l’advocacy dei professionisti sia affidata ai primi o ai secondi…

2. I servizi e la formazione
Tutte misure contenute nello statuto dei lavori autonomi, già presenti nelle precedenti versioni del 2010. Come abbiamo ampiamente argomentato a commento della prima proposta di Statuto dei lavori autonomi (con un documento nel luglio 2010)

  • Non siamo interessati a sportelli informativi e per l’incrocio tra domanda e offerta, né a servizi pubblici e privati accreditati che offrano consulenza. Sono strumenti nati per il lavoro dipendente, sono stati spesso introdotti anche per il lavoro autonomo, ma riteniamo non siano particolarmente utili. La loro implementazione richiede la costruzione di impianti molto costosi, pensiamo che sia più efficace usare diversamente le già scarse risorse pubbliche. Preferiamo agevolazioni fiscali, strumenti come il credito di imposta, da utilizzarsi anche per l’acquisto di servizi di consulenza sul mercato.
  • Riguardo alla formazione, siamo tutti d’accordo sul fatto che è necessaria per conservare l'occupazione e il reddito oltre che per facilitare la mobilità all’interno del contesto nazionale ed europeo. Siamo tuttavia contrari all’attuale sistema di accreditamento, di cui ben conosciamo le inefficienze. La nostra conoscenza della FORMAZIONE FINANZIATA ci porta ad essere estremamente critici perché l’obiettivo principale delle iniziative di formazione sta diventando sempre più il finanziamento degli enti che fanno formazione e le organizzazioni a cui afferiscono. La formazione è uno dei principali canali di finanziamento per molte organizzazioni di rappresentanza ed è la prova tangibile del crescente divario tra gli interessi delle organizzazioni di rappresentanza e quelli dei soggetti che dovrebbero essere rappresentati.

Proponiamo invece di favorire lo sviluppo di una formazione che risponde alle esigenze dei lavoratori e non modellata sull’offerta, attraverso l’uso di voucher e con la deducibilità totale della formazione a pagamento. Ogni professionista compra la formazione che meglio gli si adatta. Per esercitare un controllo, se la formazione viene finanziata il voucher non deve coprire tutta la spesa (se non esiste un finanziamento pubblico, è sufficiente equiparare la formazione ad ogni altro investimento, di cui deve essere dimostrata la coerenza con l’attività svolta). L’esistenza di una quota a pagamento è utile anche ad introdurre i meccanismi di selezione della domanda, attualmente spesso poco motivata. Con riferimento alla formazione interamente a pagamento, proponiamo di considerare la spesa in formazione a tutti gli effetti come una spesa per investimento ( è la nostra principale attività di investimento, necessaria per cercare di prevenire la disoccupazione) e quindi ammetterne la totale deducibilità fiscale. Gli investimenti sono sempre considerati deducibili dal reddito senza alcuna certificazione: è l’imprenditore o il lavoratore autonomo a decidere se effettuarli o no, anche quando si tratta di investimenti non propriamente produttivi (ad es. l’arredamento di un ufficio). Naturalmente occorre che ci sia una coerenza tra quanto i beni e servizi di investimento acquistati e l’attività svolta, ma senza alcuna certificazione (con la deducibilità il lavoratore risparmia, ma comunque rinuncia ad una parte di reddito e si può ritenere ciò parziale garanzia dell’utilità attesa della formazione).

3. L’ambiguità della rivalsa al 9%
In molte dichiarazioni e annunci, accanto alla richiesta della riduzione dei nostri contributi al 24% c’è anche la proposta di un innalzamento della rivalsa al 9%, ma senza specificare se tale rivalsa sarebbe inclusa nel 24% (in caso contrario 24% più 9% di rivalsa farebbe esattamente 33%). Vorremmo chiarire subito che l’idea di obbligare i committenti a pagare una quota di contributi non può funzionare. Moltissimi di noi non riescono a scaricare neppure la rivalsa attuale del 4%. Il committente quando tratta il costo di un servizio, tratta un costo lordo, comprensivo di ogni onere. Per non parlare poi di chi lavora con l’estero! L’aumento della rivalsa non cambierebbe nulla per la maggior parte di noi.

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