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Il cigno nero delle pensioni italiane

| 18 giugno 2013 | LETTO: 2.832 VOLTE | 8 COMMENTI | Autore: | SHORT URL |

Rara avis, uccello raro, fu la locuzione usata dal poeta romano Giovenale - uccello raro come un cigno nero- per definire una matrona romana che si suicidò per onore.
Nel 2007 fu pubblicato un libro intitolato“Il cigno nero” (The Black Swan”) che, con il senno di poi, dopo la crisi del 2008, fu considerato come un monito perché l’autore, Nassim Nicholas Taleb, sosteneva che i casi estremi – i cigni neri e quindi una crisi come quella del 2008 – sono per natura imprevedibili ma che comunque ci si può preparare ad affrontarli e, di conseguenza, non è necessario farsi prendere dallo sconforto se si materializzano scenari estremi.

Ebbene, la mattina del 7 giugno scorso, sulle colonne del Corriere della Sera in un articolo a firma di Enrico Marra è stato avvistato un cigno nero, la rara avis, vale a dire che

A causa della prolungata recessione, il coefficiente (di rivalutazione del montante pensionistico.NdR) si sta avvicinando alla soglia sotto la quale lo stesso montante diminuisce. Salvo sorprese ciò accadrà dal 2014, creando ulteriori danni alle pensioni.

L’articolo conclude che questo è il motivo per cui

…è fondamentale tornare a crescere e creare occupazione.

Questo perché i contributi versati all’INPS si rivalutano di anno in anno in base alla media mobile a cinque anni del PIL e, dato che il PIL italiano è più o meno negativo dal 2008, i contributi accumulati da tutti i lavoratori italiani iscritti all’INPS saranno decurtati in misura pari al tasso di decrescita. Perciò, se il calo del PIL è pari all’1%, chi ha un montante di 100,000 euro se lo vedrà ridotto a 99.000.

Un tale evento era improbabile ma non impossibile, proprio per come è stato congegnato il sistema contributivo all’italiana.

Infatti, un normale sistema a contributi definiti – il c.d. sistema contributivo – prevede un metodo di calcolo delle pensioni basato sull’accumulazione del risparmio previdenziale nel corso della vita lavorativa dei singoli, che accantonano ogni anno una quota dei compensi o dello stipendio che questi ultimi ricevono per il loro lavoro. Queste contribuzioni previdenziali sono risparmio vero e proprio che, in quanto tale, è remunerato in base ad un tasso di interesse che può essere fisso o variabile o può fruttare rendimenti legati all’andamento di uno o più strumenti finanziari.

Nel sistema contributivo all’italiana, gestito dall’INPS, i contributi previdenziali non si accumulano fisicamente in un conto per poi essere investiti, per esempio in titoli di stato, ma sono utilizzati per pagare le pensioni maturate dalle generazioni precedenti, dando vita ad sistema contributivo a ripartizione (notionaldefined-contributionsystem).

Questa impostazione è il frutto di una riforma in cui sono state confuse le cause con gli effetti.

Infatti, la riforma fu fatta perché l’effetto congiunto dell’invecchiamento della popolazione e della crescente denatalità aveva creato la consapevolezza che, in futuro, non ci sarebbe stato un numero sufficiente di lavoratori per versare i contributi necessari a pagare le pensioni correnti.

Il cambiamento del metodo di calcolo delle pensioni non risolve niente, perché a dover essere riparato era il metodo di finanziamento del sistema – a ripartizione era prima della riforma e a ripartizione è ora - dato che con l’invecchiamento, e con il calo della produttività, si assottiglia la base contributiva su cui effettuare i prelievi contributivi.

Il sistema può essere concepito come una bilancia, dove da un lato ci sono le pensioni da corrispondere e dall’altro le entrate contributive ed è in equilibrio quando le pensioni da un lato e i contributi dall’altro si equivalgono. Non consideriamo in questo caso lo stato di cose, auspicabile, in cui i contributi superano gli esborsi pensionistici. In ogni caso perché il sistema sia solido nel lungo periodo è necessario o che aumenti il numero dei lavoratori attivi – possibilmente in misura di gran lunga superiore al numero dei pensionati – grazie ad un incremento del tasso di occupazione o che cresca la produttività dei lavoratori, o entrambi, perché sia in un caso che nell’altro aumenta il monte salari su cui si applica il prelievo contributivo.
L’invecchiamento della popolazione e il calo della produttività fanno pendere la bilancia dal lato delle pensioni.

In quest’ottica centrata sul mantenimento del sistema a ripartizione,il sistema può essere riportato in equilibrio o diminuendo le pensioni, in modo da alleggerire il piatto corrispondente (a sinistra nell’immagine proposta), o incrementando i contributi in modo da appesantire il piatto corrispondente (a destra nell’immagine proposta), o attuando una combinazione dei due. In entrambi i casi ci perdono sia i pensionati sia i lavoratori e, soprattutto, questi ultimi perché pagano contributi elevati per ricevere una pensione bassa.

Conclusione

Nell’ottica di invecchiamento della popolazione era logico che una vera riforma prevedesse uno scollegamento fra le pensioni attuali e la base contributiva futura.

La mancata presa d’atto di questo non ha fatto altro che rinviare il problema, che adesso si sta riproponendo per penalizzare tutti i lavoratori iscritti all’INPS, dipendenti privati e pubblici, sindacalizzati e non, indipendenti e autonomi, di sinistra, centro e destra, con effetti che si protrarranno negli anni.

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