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Sindacato e sinistra fanno proposte per il nostro futuro. Ma hanno presente chi siamo?

Negli ultimi mesi è un gran fiorire di iniziative e di proposte che ci riguardano molto da vicino. Tra le più strutturate (molte sono solo sotto forma di discorsi e annunci) segnaliamo:

Sono il frutto di una collaborazione che principalmente ha coinvolto la CGIL e una parte del PD. Sono infatti state presentate dall’associazione 20 maggio (che fa riferimento alla CGIL) , da Lavoro & Welfare (presieduta da Cesare Damiano) e dal gruppo Under 35 del PD. Alla stesura avrebbero partecipato oltre 50 associazioni. Non sappiamo se tra queste 50 associazioni sia computata anche Acta, perché non è stato reso noto l’elenco. Potrebbe essere, perché abbiamo partecipato ad alcuni incontri, soprattutto per discutere lo Statuto dei lavoratori autonomi, portando il nostro contributo, peraltro molto poco ascoltato. Difficile riconoscerci nei progetti presentati e poniamo le nostre obiezioni, che sono sia di metodo sia di merito.

Il metodo: loro ci provano e noi paghiamo gli errori.
Da anni la CGIL ha deciso di occuparsi di noi, anche se la maggior parte di noi ne farebbe volentieri a meno. Per tanti motivi.

Il primo motivo è che la CGIL non ha capito e continua a non capire la nostra situazione, le nostre esigenze e i nostri problemi. Agisce con un percorso di sperimentazione, con un processo di prova-errore-tentativo di correzione dell’errore, che è deleterio, perché gli errori li paghiamo noi e i tentativi di correzione hanno un esito molto aleatorio.

Così è successo con la questione contributi. Per anni la CGIL ha chiesto che i nostri contributi aumentassero al 33%, in nome di una “parificazione” con il lavoro dipendente. Ha indubbiamente ispirato l’azione di Cesare Damiano, che da ministro ci regalò (la nostra opposizione purtroppo non ebbe successo) un aumento di 9 punti percentuali in una legislatura di soli 2 anni e mezzo, sostenendo che si trattasse di una misura in nostro favore! Successivamente la proposta di ulteriori innalzamenti è stata inserita nelle prime versioni dello Statuto del lavoro autonomo preparato dal PD e tuttora ci sono parlamentari (soprattutto ex sindacalisti) convinti della necessità di questa convergenza (si veda intervista a Valeria Fedeli, senatrice PD ). Siamo quasi arrivati a quello che era l’obiettivo dei sindacati: a partire dal 2014, con la riforma Fornero, scatteranno aumenti che nel 2018 porteranno la nostra contribuzione al 33%. E ora una parte della CGIL si è accorta (finalmente!) che è un peso non sostenibile e chiede non solo il blocco dell’aumento previsto, ma anche una riduzione al 24% (articolo 19 comma 6 dello Statuto). Più che d’accordo sia per quanto riguarda il blocco dell’aumento (abbiamo infatti lanciato la campagna DICA:NO33) sia sulla riduzione al 24%, ma con quali possibilità di successo potrà essere trovata la copertura finanziaria necessaria? Possiamo immaginare che questa misura possa rientrare nella lista delle urgenze della politica e del sindacato? E’ purtroppo molto difficile. La short list della CGIL, stando alle dichiarazioni del suo segretario, è già affollata: esodati, IMU, Cassa Integrazione. Ma i proponenti potranno comunque dire di averlo chiesto e eventualmente attribuirne la mancata approvazione al cattivo di turno…

E qui emerge un secondo motivo per cui non vogliamo essere rappresentati dalla CGIL (o dalle altre associazioni sindacali e di imprese). Per loro noi non siamo il target principale (per i sindacati vengono prima dipendenti e pensionati, per la CNA gli artigiani, per la Confcommercio i commercianti…), le loro priorità saranno sempre altre , le nostre questioni non hanno mai carattere di urgenza e non entrano nell’agenda politica.
Secondo esempio del processo di prova- errore. Nel 2007, sempre con Damiano Ministro del lavoro (purtroppo per noi particolarmente prolifico), fu decisa l’astensione obbligatoria dal lavoro per la maternità delle professioniste, per evitare che “ finte” professioniste venissero costrette a lavorare durante i 5 mesi normalmente concessi per la gravidanza. Noi allora protestammo, evidenziando che interrompere completamente il lavoro per cinque mesi consecutivi poteva far perdere clienti e commesse. Ora si sono resi conto che avevamo ragione e chiedono il ripristino delle norme precedenti (articolo 19, comma 1). In questo caso è più facile che la norma sia accettata, perché non ci sono interessi economici in gioco. E ancora un terzo esempio, la recentissima Riforma delle professioni non regolamentate, approvata con il sostegno fondamentale della CGIL , che ora, con Davide Imola, chiede delle modifiche (convegno 18 marzo a Milano), in quanto loro stessi si sono resi conto dei limiti di una norma che si basa molto sull’autoreferenzialità delle associazioni, che mantiene l’indeterminatezza delle attività professionali (chiunque, anche una cartomante o un venditore di chimere, potrà dichiarare che la sua è una professione esercitata ai sensi della legge 4/2013) e che di certo nella sostanza introduce l’obbligo ad una certificazione UNI, con conseguente aggravio dei costi. Ma perché porsi sempre nelle condizioni di dover rimediare ai pasticci?

Il terzo motivo per cui non vogliamo essere rappresentati dalla CGIL (né dagli altri sindacati e associazioni di categoria, come le associazioni di commercianti, artigiani etc) è che il loro improvviso interesse per la nostra categoria risponde principalmente all’esigenza di trovare nuovi mercati, di compensare la perdita di aderenti entro i loro target tradizionali. Le loro onerosissime strutture richiedono infatti il reperimento di nuove fonti di finanziamento. E dal momento che ormai è chiaro a tutti che con le quote di iscrizione dei professionisti gli introiti sono ben pochi, molte delle proposte mirano ad ottenere un ruolo nell’erogazione di servizi finanziati dallo Stato. Con la riproposizione di strumenti ampiamente sperimentati nel lavoro dipendente e dimostratisi largamente inefficienti, quali osservatori e sportelli unici informativi, promozione dei bilanci di competenze, oltre che con la formazione, che viene incentivata se svolta entro enti accreditati (solo in questo caso viene proposta la totale deducibilità dei costi).

Il merito: i tre temi del nostro dissenso.

Sono tre le questioni che ci preoccupano e su cui dissentiamo:

  1. Le modalità con cui viene definita la rappresentanza e il sistema di riconoscimento /certificazione
  2. La questione dei servizi e della formazione
  3. L’ambiguità di una rivalsa al 9%

1. La rappresentanza e il sistema di certificazione

Alcune delle nuove norme proposte dai diversi provvedimenti vanno lette a integrazione del percorso avviato con la Riforma delle professioni.

  • Chi può rappresentare il lavoro autonomo professionale?

La legge sulle professioni non regolamentate ha definito l’area di rappresentanza: i sindacati, il COLAP e la CNA si sono accordati per una norma che consente la rappresentanza del lavoro professionale non regolamentato alle sole associazioni di secondo livello, ovvero a loro stesse, escludendo le associazioni di rappresentanza diretta, come ACTA.

  • Come viene stimata la rappresentatività?

L’articolo 4 dello Statuto prevede l’iscrizione delle Associazioni di rappresentanza (di tutti i lavoratori autonomi, incluse quelle dei professionisti ordinisti e non ordinisti, come chiarito con il comma 2 dell’art. 3) in appositi registri presso il Ministero dello Sviluppo economico. Al fine di valutare il peso della rappresentanza di ogni associazione i lavoratori autonomi e i professionisti che conferiscono mandato di rappresentanza ne dovranno dare specifica comunicazione alle camere di commercio, che contabilizzerà e fornirà i numeri al ministero.

  • Chi può esercitare la professione?

La legge di riforma delle professioni non pone il vincolo di iscrizione ad una associazione riconosciuta, tuttavia l’art. 5 dello statuto (riconoscimento e semplificazione degli adempimenti, un titolo che suona ironico) dice che l’avvio di una attività autonoma richiederà una dichiarazione del lavoratore autonomo indicante l’oggetto dell’impresa e i requisiti o titoli professionali necessari al suo svolgimento e che le camere di commercio dovranno verificare la sussistenza di tali condizioni ai fini del conseguente riconoscimento delle attività di lavoro autonomo e professionale. Questo significa che:

a) L’ingresso nelle professioni non sarà libero, ma subordinato al possesso di requisiti che non è chiaro da chi e come saranno definiti; in sostanza occorrerà iscriversi ad una associazione riconosciuta: mentre la legge di riforma delle professioni parla di volontarietà dell’iscrizione, si configura il passaggio ad un’obbligatorietà, con conseguenti oneri.

b) sarà necessaria l’iscrizione alle camere di commercio, con conseguente tassa di registro.

  • La contrattazione

Sulla base dell’articolo 3 della Proposta di legge Diritti e doveri dei lavoratori parasubordinati e con partita iva individuale, le organizzazioni sindacali più rappresentative (definite quindi con la procedura del punto 2) contratteranno i compensi per i lavoratori autonomi, in modo che siano proporzionati alla quantità e alla qualità delle prestazioni. In assenza di accordi collettivi (art. 4), in assenza di contrattazione collettiva specifica,

il compenso non può essere inferiore, a parità di estensione temporale dell’attività oggetto della prestazione, alle retribuzioni minime previste dai contratti collettivi nazionali di categoria applicati nel settore di riferimento alle figure professionali il cui profilo di competenza e di esperienza sia analogo a quello del prestatore.

In sostanza viene proposta l’applicazione della contrattazione collettiva a tutti i lavoratori, non più solo ai dipendenti. Una contrattazione che sarà gestita dalla organizzazioni più rappresentative, che però devono essere di secondo livello!

La proposta di legge sull’equo compenso attribuisce invece la definizione di un equo compenso a una commissione che comprende sia rappresentanti sindacali, sia rappresentanti dei datori di lavoro e dei professionisti. Non è chiaro se l’advocacy dei professionisti sia affidata ai primi o ai secondi…

2. I servizi e la formazione
Tutte misure contenute nello statuto dei lavori autonomi, già presenti nelle precedenti versioni del 2010. Come abbiamo ampiamente argomentato a commento della prima proposta di Statuto dei lavori autonomi (con un documento nel luglio 2010)

  • Non siamo interessati a sportelli informativi e per l’incrocio tra domanda e offerta, né a servizi pubblici e privati accreditati che offrano consulenza. Sono strumenti nati per il lavoro dipendente, sono stati spesso introdotti anche per il lavoro autonomo, ma riteniamo non siano particolarmente utili. La loro implementazione richiede la costruzione di impianti molto costosi, pensiamo che sia più efficace usare diversamente le già scarse risorse pubbliche. Preferiamo agevolazioni fiscali, strumenti come il credito di imposta, da utilizzarsi anche per l’acquisto di servizi di consulenza sul mercato.
  • Riguardo alla formazione, siamo tutti d’accordo sul fatto che è necessaria per conservare l’occupazione e il reddito oltre che per facilitare la mobilità all’interno del contesto nazionale ed europeo. Siamo tuttavia contrari all’attuale sistema di accreditamento, di cui ben conosciamo le inefficienze. La nostra conoscenza della FORMAZIONE FINANZIATA ci porta ad essere estremamente critici perché l’obiettivo principale delle iniziative di formazione sta diventando sempre più il finanziamento degli enti che fanno formazione e le organizzazioni a cui afferiscono. La formazione è uno dei principali canali di finanziamento per molte organizzazioni di rappresentanza ed è la prova tangibile del crescente divario tra gli interessi delle organizzazioni di rappresentanza e quelli dei soggetti che dovrebbero essere rappresentati.

Proponiamo invece di favorire lo sviluppo di una formazione che risponde alle esigenze dei lavoratori e non modellata sull’offerta, attraverso l’uso di voucher e con la deducibilità totale della formazione a pagamento. Ogni professionista compra la formazione che meglio gli si adatta. Per esercitare un controllo, se la formazione viene finanziata il voucher non deve coprire tutta la spesa (se non esiste un finanziamento pubblico, è sufficiente equiparare la formazione ad ogni altro investimento, di cui deve essere dimostrata la coerenza con l’attività svolta). L’esistenza di una quota a pagamento è utile anche ad introdurre i meccanismi di selezione della domanda, attualmente spesso poco motivata. Con riferimento alla formazione interamente a pagamento, proponiamo di considerare la spesa in formazione a tutti gli effetti come una spesa per investimento ( è la nostra principale attività di investimento, necessaria per cercare di prevenire la disoccupazione) e quindi ammetterne la totale deducibilità fiscale. Gli investimenti sono sempre considerati deducibili dal reddito senza alcuna certificazione: è l’imprenditore o il lavoratore autonomo a decidere se effettuarli o no, anche quando si tratta di investimenti non propriamente produttivi (ad es. l’arredamento di un ufficio). Naturalmente occorre che ci sia una coerenza tra quanto i beni e servizi di investimento acquistati e l’attività svolta, ma senza alcuna certificazione (con la deducibilità il lavoratore risparmia, ma comunque rinuncia ad una parte di reddito e si può ritenere ciò parziale garanzia dell’utilità attesa della formazione).

3. L’ambiguità della rivalsa al 9%
In molte dichiarazioni e annunci, accanto alla richiesta della riduzione dei nostri contributi al 24% c’è anche la proposta di un innalzamento della rivalsa al 9%, ma senza specificare se tale rivalsa sarebbe inclusa nel 24% (in caso contrario 24% più 9% di rivalsa farebbe esattamente 33%). Vorremmo chiarire subito che l’idea di obbligare i committenti a pagare una quota di contributi non può funzionare. Moltissimi di noi non riescono a scaricare neppure la rivalsa attuale del 4%. Il committente quando tratta il costo di un servizio, tratta un costo lordo, comprensivo di ogni onere. Per non parlare poi di chi lavora con l’estero! L’aumento della rivalsa non cambierebbe nulla per la maggior parte di noi.

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8 Commenti

  1. ugo

    Grazie del contributo Anna.
    Un ottimo spunto di discussione, anche in vista della stesura delle nostra piattaforma.

    3 Giu 2013
  2. Gilberto Allesina

    Ottimo articolo, che alla fine mi lascia perplesso nel vedere come sindacati e partiti ignorano la realtà non solo nostra come categoria di lavoratori, ma la realtà dell’Italia. Purtroppo l’ordinamento giuridico in Italia ci impedisci addirittura di fare una azione diretta di incostituzionalità riguardo queste misure infami che ci stano strangolando. Al riguardo, tempo fa’ ho scritto alla corte costituzionale e ho ricevuto questa risposta: “…in merito alla sua mail indirizzata al sito della Corte costituzionale, debbo fornirle alcune precisazioni sulle competenze che la Costituzione e le leggi che ad essa hanno dato attuazione assegnano alla Corte costituzionale.
    La Corte è innanzitutto chiamata ad accertare la conformità delle norme di leggi e degli atti aventi “forza di legge” alla Costituzione e, in caso di accertata difformità, ne dichiara l’illegittimità costituzionale.
    L’accesso alla Corte avviene principalmente su iniziativa di un giudice il quale, quando sorga una “questione di legittimità costituzionale” relativa ad una norma di legge che egli debba applicare nel giudizio pendente davanti a se stesso, abbia rinviato la questione alla Corte affinché quest’ultima decida se la norma sia o meno conforme a costituzione.
    La Corte può inoltre essere chiamata a decidere della costituzionalità di una norma a seguito di ricorso diretto dello Stato (contro una legge regionale o delle Province Autonome) o delle Regioni, o Province Autonome (contro una legge statale o di un’altra Regione o Provincia).
    L’ordinamento italiano non conosce invece, a differenza di altri Paesi, il “ricorso diretto” del singolo alla Corte costituzionale: ciò significa che il singolo non può ricorrere direttamente alla Corte nel caso in cui egli dubiti della conformità a Costituzione di una norma.
    La Corte non può rispondere a quesiti di natura giuridica che le siano stati sottoposti da singoli o da enti, né può dare seguito a denunce di asserite errate applicazioni di leggi vigenti da parte di Amministrazioni dello Stato.”
    Purtroppo stiamo a parlare con sordi…

    3 Giu 2013
  3. Alfonso Miceli

    il fatto che la CGIL non fornisca l’elenco delle associazioni con le quali avrebbe collaborato è un altro segnale forte di come si relazionano con noi… puri “accidenti” per arrivare alla “sostanza” delle cose, alla verità assoluta di cui la CGIL pensa di essere la sola detentrice. La vicenda dei contributi presenta poi per me un tristissimo risvolto: molti “lavoratori” (soprattutto nella galassia dei “precari”) sono assolutamente appiattiti sulla posizione della CGIL, e pensano che anche nel terziario saranno automaticamente le imprese a pagare l’innalzamento contributivo… vabbé, che dire… datevi una svegliata, eh?

    3 Giu 2013
  4. rinaldo crespi

    Se può essere utile, segnalo che una “cittadina” eletta del M5S, sarda, EMANUELA CORDA, di professione grafica, ha sollevato il problema del lavoro autonomo (gestione separata INPS) in vari post.
    Questo è uno dei link: http://www.beppegrillo.it/listeciviche/liste/cagliari/2012/11/tasse-da-morire-quando-il-lavoro-autonomo-diventa-incubo.html
    Io non la conosco personalmente, né ho particolare affezione al M5S, però visto la “loro” sbandierata attenzione ai problemi comuni del vivere, non pensate che la si debba coinvolgere in maniera più diretta?

    3 Giu 2013
  5. ugo

    Grazie Rinaldo per la segnalazione: mi vado a leggere subito il post.
    Concordo con te che il M5S può essere un interlocutore importante per far entrare nel palazzo i nostri temi: ne abbiamo parlato anche nell’ultimo Consiglio Direttivo di ACTA ed è fra gli obiettivi a brevissimo.

    5 Giu 2013
  6. susanna

    Cara Anna, ottima analisi. D’accordo su tutto, tranne che su un punto: l’innalzamento e l’obbligatorietà della rivalsa al 9% (e ne abbiamo già parlato varie volte). Condivido il timore del 24%+ 9% = 33%, e saremmo punto e a capo, ma a parte questo, la mia esperienza di trenta anni di contrattazione con i clienti mi ha insegnato che se si vuole ottenere qualcosa bisogna lottare, altrimenti saremmo ancora all’era della rivoluzione industriale, e non lottare soltanto contro lo stato, ma anche con i datori di lavoro, di qualsiasi genere. Perchè partire sconfitti? molti di noi già oggi riescono ad applicare il 4%, pur facoltativo, e lo scorporano in preventivo e in fattura. Altrimenti lo stesso discorso si potrebbe fare per tutti i nostri compensi: la controparte cercherà sempre di pagarci di meno, è nella natura delle cose e del mercato, ma sta a noi insistere per migliorare le nostre condizioni di lavoro.

    8 Giu 2013
  7. Selena

    Concordo sulla visione di Susanna in merito all’applicazione della rivalsa: un libero professionista deve imparare ad essere anche un venditore di sé stesso e delle proprie compentenze, contrattando prestazioni e condizioni economiche … se non si ragiona in quest’ottica è meglio abbandonare questa professione e lavorare da dipendenti.

    19 Giu 2013
  8. Guido

    Il mio committente mi ha chiesto lo sconto del 2% (quindi il contributo del 4% si riduce a 2), figuriamoci la rivalsa… mi scoppia a ridere in faccia.

    19 Giu 2013

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