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Il nuovo popolo delle partite IVA: intervista per il Sole.

| 16 aprile 2013 | LETTO: 2.533 VOLTE | 4 COMMENTI | Autore: | SHORT URL |

Pubblichiamo il testo di un intervista di Giovanna Guercilena ad Anna Soru per Impresa e management del Sole 24 ore.

Recentemente l’Inps ha riconosciuto la legittimità dei congedi parentali anche per le professioniste iscritte alla cosiddetta gestione separata. Un risultato a cui Acta teneva molto. Siete soddisfatti?
Oltre un anno fa, il decreto cosiddetto Salva Italia ci riconosceva congedi parentali e malattia domiciliare, diritto che per inciso avrebbe dovuto partire sin dal 2008 in concomitanza con un aumento della nostra contribuzione proprio così finalizzata. Dopo una nostra raccolta firme, l’Inps ha finalmente cambiato i contenuti informativi del sito per quanto concerne i congedi parentali, ma non ancora per la malattia domiciliare. In più, non si è ancora attrezzata per permettere concretamente la richiesta dell’indennità, anche se ci aspettiamo chiarezza in tempi brevi (alla data dell’intervista l’Inps non aveva ancora provveduto, ndr). Infine, manca ancora il riconoscimento dei congedi parentali ai professionisti papà, un’assenza che quasi vanifica lo spirito della stessa legge sui congedi parentali.

Chi sono le moderne partite Iva?

Un popolo molto eterogeneo. Negli ultimi decenni, il lavoro autonomo non è complessivamente cresciuto molto, ma si è modificato profondamente: è diminuito il lavoro autonomo tradizionale di commercianti e artigiani, è cresciuto quello nei servizi rivolti a imprese e pubblica amministrazione e tutto il lavoro orientato alle funzioni della conoscenza e delle relazioni sociali. I dati del Ministero dell’economia ci dicono che nel 2012 c’è stato un sensibile aumento delle partite Iva, soprattutto per i giovani sino ai 35 anni. Sono perlopiù interessati i settori come servizi professionali, sanità e intrattenimento. Probabilmente l’aumento delle partite Iva dei giovani è il risultato congiunto delle difficoltà a trovare lavoro come dipendenti e dei forti incentivi all’avvio di nuove attività.

L’Isfol calcola in 400mila le false partite Iva. Vi risulta un fenomeno così rilevante?
Sicuramente il fenomeno esiste ed è importante, ciò nondimeno è minoritario, forse il 13-15% del totale. Il problema va affrontato, ma non con le modalità solite. Sino a ora, nel tentativo di riportare in automatico verso il lavoro dipendente, si sono praticamente solo elevati i contributi e i valori soglia, ma l’unico effetto misurabile è stato di rendere la vita difficile a chi è realmente autonomo.

Per effetto della riforma Fornero, la vostra aliquota pensionistica aumenterà sino al 33 per cento. La prospettiva vi piace talmente che avete promosso la campagna Dica: no 33. Cosa contestate in definitiva?
Noi professionisti privi di una cassa privata siamo obbligati a iscriverci alla gestione separata Inps. Dal 2006 la nostra contribuzione è cresciuta di 10 punti percentuali, ufficialmente per evitare che il costo più basso delle partite Iva facesse concorrenza al lavoro dipendente, ma anche per altri motivi: pagare con i surplus della gestione separata i deficit di altre gestioni, come artigiani e dirigenti, e finanziare servizi ad altre tipologie di lavoratori, dalla riduzione dello scalone pensionistico all’agevolazione dell’apprendistato. Attualmente, per la sola pensione versiamo il 27%, che è più di quanto non versino commercianti e artigiani, che a regime arriveranno al 24%, e più degli stessi dipendenti. Ma, soprattutto, è un’aliquota superiore a quella dei professionisti con cassa privata, che versano tra il 12 e il 16% e spesso operano nei nostri stessi mercati. Si pensi, ad esempio, a un informatico iscritto alla gestione separata che si trova a competere con un ingegnere informatico iscritto invece a Inarcassa. È chiaro che la nostra capacità competitiva ne risente parecchio. Ecco, proprio perché paghiamo già più di tutti, l’aumento al 33% è ingiustificato e iniquo, ci toglie ogni possibilità di ricorrere alla pensione integrativa, per noi non è sostenibile, specie in un momento in cui fatichiamo a sopravvivere.

Qual è uno dei problemi che più vi mette in difficoltà?
La distribuzione irregolare del reddito, che determina un maggior carico fiscale e squilibri nel meccanismo degli anticipi fiscali e contributivi. Percepire in tre anni un reddito di 30mila euro il primo anno, 90mila il secondo e ancora 30mila il terzo è ben diverso dal percepire un reddito costante di 50mila euro. Nella prima ipotesi il contribuente, che pure non ha un carico fiscale complessivo molto più elevato, si trova a dover anticipare contributi e imposte tarati su un picco. Per noi, persino l’opportunità di una crescita eccezionale di reddito può trasformarsi in un problema. Chiediamo, dunque, l’applicazione di aliquote e anticipi definiti sulla media di tre anni di reddito e non sul dato annuale.

Cos’altro proponete?
Un sistema di spese deducibili modellato per le esigenze di chi, come noi, lavora con la conoscenza e la creatività. Possiamo scaricare il costo di capannoni e impianti, che è molto improbabile che abbiamo, ma solo parzialmente le spese che ci sono vitali per aggiornamento e mobilità. Siamo anche costretti a lunghi tempi di ammortamento dei prodotti ad alta tecnologia, un pc, ad esempio, ha un coefficiente di ammortamento del 20% annuo. Sempre sul fronte fiscale, proponiamo di superare la norma, per noi estremamente penalizzante, che impone alle Srl la doppia contribuzione previdenziale, all’Inps gestione separata e alla cassa commercianti. Si tratta di un autentico ostacolo all’aggregazione fra professionisti. Chiediamo anche di non essere considerati come fornitori di prodotti in caso di fallimento dei nostri committenti, bensì come normalissimi lavoratori.

Un binomio diffuso recita lavoro autonomo uguale a evasione. È così?
Noi siamo favorevoli a un controllo fiscale severo, purché non sia la semplice applicazione di automatismi presuntivi, come studi di settore e redditometro. Naturalmente vorremmo una riduzione del carico fiscale e contributivo che, come già detto, per noi è superiore a quello dei dipendenti, rispetto ai quali siamo per altro sfavoriti in termini di tutele. Per tanti anni c’è stata una sorta di patto di scambio tra politica e lavoro autonomo, in ragione del quale c’era una certa tolleranza, un cosiddetto benign neglect, sul fronte dell’evasione fiscale. Ma per la tipologia di clienti che noi abbiamo, cioè imprese e pubblica amministrazione, possiamo essere pagati solo dietro presentazione di fattura, per cui questo patto scellerato non ci ha mai avvantaggiato, anzi.

Con le banche come va?
Il sistema delle banche non si è attrezzato per le nostre esigenze. Se uno di noi ha bisogno di un prestito perché o deve fare qualche investimento, come pagarsi un corso di formazione o acquistare dei macchinari, o il cliente non paga o, ancora, non ha i soldi per adempiere agli adempimenti con l’Inps, può solo chiedere un prestito al consumo, con gli oneri pesantissimi che ne derivano. Per questo motivo, abbiamo chiesto ad alcune Regioni la costituzione di un fondo di garanzia che, in accordo con le banche, ci consenta di accedere a piccoli prestiti a tassi equi. Ancora non abbiamo avuto risposte.

Chiedete anche di potervi sganciare dall’Inps sul fronte assistenziale. Perché?
Per chi non è il classico dipendente, l’accesso a diritti all’assistenza e alla protezione della persona è incerto e inadeguato, in particolare per chi oscilla tra occupazione dipendente, occupazione indipendente e disoccupazione. L’accesso al welfare, infatti, è legato ai versamenti pregressi nella situazione di lavoro autonomo, ai versamenti del periodo attuale se si lavora come dipendente. Per la malattia, le prestazioni previste sono così esigue da non garantire una reale tutela. Noi chiediamo semplicemente la possibilità di sostituire l’obbligo di versamento all’Inps per malattia con l’adesione a una società di mutuo soccorso, potendo dedurne il costo. Più precisamente, proponiamo la riduzione del versamento previdenziale Inps per le spese assistenziali dallo 0,72% attuale allo 0,30%, che è la quota necessaria alla tutela della maternità.

A proposito di Inps, c’è anche il problema delle pensioni, che per tutti si prospettano molto basse, per le partite Iva ancor di più. È così?
Da anni cerchiamo di richiamare l’attenzione su quella che sarà una vera e propria bomba pensionistica. Le pensioni che percepiremo noi “contributivi puri”, così è per tutti gli iscritti alla gestione separata Inps indipendentemente dall’età, saranno inadeguate. Per chi ha iniziato a lavorare da dieci-quindici anni, parliamo di tassi di sostituzione che non vanno oltre il 50 per cento. E che sono persino inferiori al 30% per gli iscritti alla gestione separata che oggi hanno più di cinquant’anni, che hanno dunque subito la riforma in corsa senza alcun intervento di transizione. Inoltre, per chi è fuori dal sistema del welfare, incideranno negativamente i periodi di non lavoro dovuti a disoccupazione, cura dei figli, malattia. Serve un riequilibrio, da un lato la riduzione dei privilegi dei pensionati attuali, dall’altro il recupero della finalità solidaristica delle pensioni contributive attraverso l’istituzione di una pensione base, aggiuntiva a quella puramente contributiva e legata al numero degli anni lavorati, indipendentemente dai contributi versati e dalla tipologia di lavoro svolto. Chiediamo anche la definizione di misure transitorie per chi va in pensione con il solo contributivo entro i prossimi 10-15 anni, perché rischia di non poter andare in pensione prima dei 70 anni, visto che uno dei requisiti per la pensione a 65 anni è aver maturato un assegno almeno pari a 1,5 volte l’assegno sociale e che le pensioni che si matureranno saranno invece più basse.

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