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L’altra faccia del lavoro. Cosa è emerso dalle interviste.

| 21 febbraio 2013 | LETTO: 1.988 VOLTE | 2 COMMENTI | Autore: | SHORT URL |

La situazione in cui ci troviamo è frutto di una misto di stereotipi e opportunismo paternalista, alimentati da una condizione di vera e propria ignoranza delle condizioni che caratterizzano il nostro lavoro.
Abbiamo deciso di lanciare l’iniziativa di intervistare i candidati alle elezioni politiche perché sappiamo che questo è uno dei pochi momenti in cui è possibile ottenere la loro attenzione. Con questa campagna abbiamo voluto sensibilizzare i candidati dei diversi schieramenti politici, più che raccogliere le loro promesse elettorali.
Abbiamo perciò invitato alcuni candidati - scelti tra coloro che si occupano di lavoro, welfare e fisco- ad esprimersi sulle nostre proposte. In questo modo li abbiamo costretti a leggere le nostre domande, in qualche caso abbiamo ottenuto che leggessero anche le nostre proposte. E questo è già di per sé un risultato!
Abbiamo raccolto le interviste a otto candidati, tre del PD (Stefano Fassina, Fausto Raciti, Valeria Fedeli), due della Lista Monti (Pietro Ichino e Giuliano Cazzola), una del PDL (Daniele Capezzone), una di SEL (Titti di Salvo), uno di Fare per fermare il declino (Patrizio Tumietto).
In generale le risposte di Fassina e Raciti sono molto somiglianti, entrambi fanno riferimento a proposte di legge presentate dal PD, in particolare allo statuto del lavoro autonomo e per quanto concerne la pensione al protocollo del welfare (anche se non è citato). Piuttosto diverse le risposte della terza candidata PD, Valeria Fedeli, spesso contraria alle nostre proposte.
Ichino e Cazzola danno risposte simili per le questioni trattate dall’agenda Monti, sugli altri temi fanno riferimento alle diverse esperienze parlamentari precedenti.
Daniele Capezzone si dichiara favorevole a tutte le nostre proposte, ma le risposte non sono mai supportate da precedenti interventi legislativi o da riferimenti al programma del PDL.
Titti Di Salvo di SEL appare consapevole di confrontarsi con un mondo che non conosce molto bene, su alcune questioni è molto cauta e si dichiara non sfavorevole, oppure non le rifiuta ma suggerisce che sarebbe meglio un’altra soluzione. Molto netta la sua presa di posizione a favore dell’aumento dei contributi.
E infine Patrizio Tumietto appare sensibile alle questioni fiscali e al tema compensi, poco informato sui problemi del welfare.

Ma vediamo come hanno risposto, punto per punto.

Aumento dei contributi al 33%.
Sicuramente contrari Ichino e Cazzola, candidati per la lista Monti che nel suo programma [nelle linee di politica del lavoro, capitolo monitoraggio della Legge Fornero] prevede esplicitamente la revisione dell’aumento dei nostri contributi. Contrario anche Daniele Capezzone del PDL, che ritiene si debba ridurre la nostra contribuzione sino al livello degli altri autonomi, e Tumietto, che propone un’imposizione più leggera nei primi anni di attività e più elevata in seguito, quando le condizioni economiche migliorano [e se non migliorano? Perché questa certezza da studi di settore?].
Più articolata la posizione dei tre esponenti del PD. Fassina e Raciti rivendicano di essersi battuti per il rinvio dell’aumento nella legislatura in corso e promettono di continuare a farlo e anzi di spingersi per una ulteriore revisione, seppure con qualche ambiguità. Raciti ipotizza di diminuire la nostra aliquota pensionistica al 24%, come artigiani e commercianti, ma anche di aumentare la rivalsa al 9% [ma è incluso nel 24? Altrimenti farebbe esattamente 33%]. Fassina parla invece di parificazione con altri autonomi e anche coi dipendenti, ma non specifica su quali aliquote avverrà la parificazione. Decisamente favorevole all’aumento dei nostri contributi è invece la terza candidata del PD, Fedeli, che la giustifica per evitare dumping con il lavoro dipendente. Anche la candidata di SEL Di Salvo condivide questa impostazione, ed è favorevole all’aumento dei contributi anche per garantire pensioni più dignitose. Di fronte ad una mia replica su queste argomentazioni, propone tuttavia un confronto per approfondire e conoscere meglio le nostre ragioni.

Conclusioni: la maggior parte é d’accordo sul blocco dell’aumento dei contributi, ma oltre a qualche vecchio stereotipo, circola una nuova vulgata molto pericolosa: che la rivalsa sia pagata dal committente e che quindi non incida sul reddito dei professionisti autonomi.

Regime fiscale agevolato, imposizione fiscale e anticipi su media di tre anni, spese deducibili
Fedeli è contraria a spalmare la contribuzione fiscale su un reddito triennale, perché considera normale la fluttuazione di un reddito autonomo, al pari di quanto accade al rendimento delle azioni [ In sostanza paragona il reddito da lavoro autonomo ad un rendimento da capitale!]. E’ invece favorevole alla deducibilità della formazione.
Raciti e Fassina citano lo Statuto del lavoro autonomo, che prevede il sostegno alle nuove attività ed altre agevolazioni, oltre che la reintroduzione e l’allargamento del regime dei contribuenti minimi [quest’ultima misura tuttavia non compare nello Statuto del lavoro autonomo].
Cazzola giudica condivisibili tutte le nostre proposte fiscali, ma avanza dubbi sulla loro sostenibilità sul piano dei conti pubblici.
Ichino, citando l’agenda Monti, indica come misura prioritaria la riduzione della imposizione fiscale su tutti i redditi da lavoro, a partire da quelli più bassi. E’ favorevole alla deducibilità spese di formazione e trasferta e all’ammortamento accelerato delle spese per i prodotti tecnologici
Capezzone é favorevole a tutte le misure , mentre Di Salvo non é contraria a nessuna delle proposte, particolarmente favorevole alla deducibilità delle spese di formazione.
Tumietto è l’unico che si esprime sulla doppia contribuzione previdenziale delle SRL, a cui è contrario [forse l’unico che ne è a conoscenza]. E’ inoltre favorevole alla completa deducibilità di tutte le spese inerenti la professione, mentre appare perplesso su un regime agevolato per gli autonomi, che ritiene anticostituzionale [?].

Conclusioni: su questo fronte non abbiamo raccolto grande entusiasmo. La richiesta di un regime agevolato è forse percepito come una rivendicazione corporativa, mentre voleva essere un modo per riconoscere la flessibilità del nostro lavoro, in analogia al trattamento agevolato degli straordinari per i dipendenti . L’esigenza di calcolare l’imposizione fiscale e gli anticipi sulla media dei tre anni probabilmente in molti casi non è stata compresa. Solo sulla deducibilità delle spese c’è stata una elevata convergenza. Dobbiamo sicuramente impegnarci per spiegare e sensibilizzare i nostri interlocutori sui temi fiscali.

Salario minimo orario.Tariffe minime per libera professione
Posizione abbastanza omogenea da parte dei tre candidati del PD. Fedeli contraria perché preferisce ricorrere alla contrattazione collettiva inclusiva. Anche Fassina e Raciti richiamano la contrattazione collettiva per la definizione di un compenso equo, ma non sono favorevoli a tariffe minime, perché non possibili a causa di limiti europei.
Sull’ipotesi di salario minimo concordano Ichino, Capezzone e Di Salvo. Ichino e Cazzola sono contrari alle tariffe minime per i professionisti, il primo perché contro la libera concorrenza, il secondo perché ritiene che la nostra richiesta nasconda il desiderio di ordine professionale.
Tumietto ritiene che se anche le tariffe minime sono contrarie alle liberalizzazioni auspicate dalla Commissione Europea, occorre trovare una forma di tutela per evitare lo strapotere dei committenti. Di Salvo e Capezzone favorevoli sia a salario minimo, sia a tariffe minime (per Capezzone con la vigilanza da parte di un soggetto terzo).

Conclusioni: liberalizzazione è diventata sinonimo di efficienza, trasparenza e crescita. Questa convinzione è radicata in tutti, solo qualcuno riconosce l’esigenza di porre un freno alla caduta dei compensi e allo strapotere dei committenti. Maggiore apertura sul salario minimo, ma il PD ritiene che debba rientrare nella contrattazione collettiva.

Proposta di una pensione base, acquisibile con 10 anni di versamenti, in aggiunta alla pensione contributiva
Cazzola non può che essere d’accordo perché la nostra proposta è stata mutuata da progetti di legge da lui presentati nell’attuale legislatura. Favorevoli anche Di Salvo e Capezzone, quest’ultimo insiste anche sull’incentivazione della previdenza integrativa.
Ichino ritiene si debba intervenire per garantire la continuità della copertura contributiva e una totalizzazione agevole e gratuita, oltre che per incentivare la previdenza complementare.
Fedeli, Fassina e Raciti sono su posizioni simili: nessun meccanismo svincolato dall’effettiva contribuzione, però garantire un tetto minimo di pensione per chi ha carriere discontinue o scarse retribuzioni, secondo un meccanismo proposto dal governo Prodi [non è chiaro perché il riferimento è all’accordo sul welfare, che prevedeva un minimo legato alle ultime retribuzioni e quindi svincolato dall’effettiva contribuzione].

Conclusioni: c’è consapevolezza della necessità di intervenire per assicurare pensioni dignitose a chi è in regime contributivo, non ci sono ancora soluzioni condivise.

Maternità universale (e paternità universale)
Tutti favorevoli alla maternità universale, ma Tumietto richiede che ci sia una copertura apposita [?].

Mutualismo malattia
Cazzola e Fedeli sono favorevoli solo ad una copertura mutualistica, solo se integrativa rispetto a quella obbligatoria. Di Salvo non é contraria al mutualismo, ma ritiene che già lo 0,72 attuale possa, se usato interamente, garantire una copertura da parte dell’INPS.
Raciti si dichiara favorevole [richiama sempre statuto lavoro autonomo, dove però il mutualismo è incentivato solo se integrativo, non sostitutivo]
Ichino dichiara di non conoscere adeguatamente il tema per poter rispondere.

Conclusioni: prevalgono perplessità sul’opting out dall’INPS.

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