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Dal redditometro una maggiore consapevolezza per tutti?

| 9 gennaio 2013 | LETTO: 2.996 VOLTE | 8 COMMENTI | Autore: | SHORT URL |

L’entrata in vigore del redditometro è oggetto in questi giorni di una polemica tra il Corriere della Sera e Attilio Befera, direttore generale dell’agenzia delle entrate. Particolarmente significativo l’intervento di Piero Ostellino, che ha tra l’altro definito il redditometro uno strumento da stato di polizia tributaria. Oltre a trovare le osservazioni del giornalista - e quelle del Corriere in generale, che peraltro non è il solo quotidiano ad avere preso posizione contro questo “capolavoro” di oppressione fiscale e disincentivo ai consumi - pienamente condivisibili, vorrei rilevare altri due aspetti della questione, apparentemente in contraddizione tra loro.
Da un lato non si può non notare come il redditometro, mettendo a confronto i redditi percepiti con le spese sostenute nel corso di un anno, sembra fatto apposta per colpire ancora una volta i lavoratori autonomi, i cui introiti, come è noto, variano anche sensibilmente da un anno all’altro; d’ora in avanti (senza tenere quindi conto dell’applicazione retroattiva del redditometro, alla quale dovrebbe essere dedicato un intero post), pertanto, tutti i normali contribuenti (i grandi evasori e quelli totali, come sempre, si staranno facendo grasse risate) si trovano nell’assurda situazione per cui dovrebbero, per esempio, abitare in una casa di più o meno grande superficie e guidare un’automobile di più o meno grande cilindrata, o pagare o non pagare il premio di una polizza sugli infortuni a seconda che prevedano, anno dopo anno, che quello in corso sia di vacche grasse oppure magre. Certo, in sede di contraddittorio potranno mostrare che in un anno “povero” hanno usato i guadagni risparmiati negli anni “ricchi”. Ma, a parte il fatto che essere chiamati a confrontarsi con l’agenzia delle entrate è situazione non piacevole in sé, credo sia lecito nutrire forti dubbi sul fatto che basterà far vedere che si è iniziato l’anno con un certo ammontare di patrimonio finanziario e si è finito con un ammontare inferiore (per esempio, la norma parla di disinvestimenti, non di decrementi patrimoniali: e l’uso della liquidità preesistente come sarà considerato? E sarà così agevole provare che i titoli disinvestiti erano stati correttamente acquistati?). Se da un lato, quindi, i lavoratori autonomi appaiono ancora una volta particolarmente penalizzati rispetto a quelli dipendenti, dall’altro lato, però, non può non notarsi (e la posizione assunta da un quotidiano di solito molto misurato come il Corriere appare al riguardo decisamente significativa) come anche una parte rilevante dei percettori di un reddito fisso stia reagendo molto negativamente all’entrata in vigore del redditometro. Il motivo è evidente: diversamente dalle partite IVA, abituate da ormai molti anni a fare i conti con strumenti di controllo fiscale fondati su presunzioni come gli studi di settore (in fondo noi, se abbiamo un’auto tra i beni strumentali, in teoria dovremmo già da tempo adattarne la cilindrata al variabile andamento dei compensi), essi erano fino a ieri oggetto di “attenzioni” marginali da parte dell’agenzia delle entrate, e comunque mai sulla base di presunzioni. Il risveglio dai sogni di un mondo diviso tra una categoria di probi ed una di ladri, pur se causato di una botta meno violenta di quella subita dagli autonomi, è stato davvero molto brusco.

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