Acta l'associazione dei freelance

Ancora due commenti all'indagine ACTA

| 26 gennaio 2013 | LETTO: 1.250 VOLTE | UN COMMENTO | Autore: | SHORT URL |

Pubblichiamo due altri commenti sull’indagine ACTA con molto piacere perché si tratta nel primo caso del contributo di un politico il quale, come Assessore alle Politiche per il Lavoro della provincia di Roma, ha dimostrato interesse per la nostra attività e ne ha riconosciuto l’utilità sociale favorendo la realizzazione del seminario su come diventare Partita Iva, che abbiamo tenuto presso il Centro “Porta Futuro” di Roma. Nel secondo caso abbiamo invece un giovane ricercatore che collabora con l’Università di Trento che ha chiesto spontaneamente di poter dire la sua sulla nostra indagine, stimolato forse dai due interventi precedenti delle sue colleghe di Torino e di Milano. Merita infine una segnalazione l’articolo di Aldo Bonomi su “Il Sole 24 Ore” di domenica 20 gennaio nella rubrica “Microcosmi”, che prendeva spunto dalla nostra indagine e illustrava i risultati dell’inchiesta a vasto raggio che la sua società ha da poco concluso sui professionisti in provincia di Roma, inchiesta sollecitata proprio dall’assessore Smeriglio, ora dimissionario assieme al Presidente della Provincia Zingaretti, in corsa per le regionali. La sensazione di Bonomi è che il campione intervistato ha una percezione di sé più come lavoratore insicuro in un contesto di aleatorietà generale che di professionista con una posizione solida. Se questo è vero, ed anche noi propendiamo per questo tipo di sensazione, le cosiddette “riforme delle professioni” sono un buco nell’acqua perché non allargano in nessun modo il sistema di tutele, formali o informali, necessario ad un professionista nell’epoca del postfordismo in crisi ma ripropongono nella maniera più becera le vecchie tiritere sui codici deontologici, sugli accreditamenti, sulle certificazioni, come se ancora fosse necessario salvaguardare “il decoro” e non i diritti del professionista. I prossimi governi dovranno trovare un rimedio ad alcuni dei problemi che provocano ulteriori disagi a chi lavora in proprio. Per esempio, allontanando lo spettro dell’aumento dei contributi alla Gestione Separata dell’INPS.


Massimiliano Smeriglio

Negli ultimi decenni pre-crisi avevamo assistito ad un processo di grandi trasformazioni del lavoro, c’era stato non solo in Italia ma a livello internazionale, uno spostamento dal lavoro dipendente al lavoro indipendente, processo che è ancora in atto e che fa dire ad alcuni analisti (Littler & Mendelson) che nei prossimi anni il 50% degli occupati sarà composto da continget workers ingaggiati a progetto e free lance anche nelle mansioni ad elevato contenuto professionale. Questo trend è stato strettamente legato al fenomeno dell’outsourcing che aveva via via spostato fuori dal perimetro dell’impresa o delle amministrazioni pubbliche una quantità di servizi anche ad alto contenuto professionale. A questo si è associato un processo di svalorizzazione del lavoro cognitivo e della produzione di conoscenza, favorito dalla possibilità di flessibilità contrattuale e da innumerevoli strumenti normativi che hanno favorito la precarizzazione diffusa di una platea di professionisti variamente intesi (continget workers) con Partita IVA, contratualizzati a progetto o con tempo determinato. Il costo e le condizioni del lavoro cognitivo, intellettuale, della produzione di conoscenza, è stato quindi abbandonato alla contrattazione individuale dei singoli, e senza garanzie di ammortizzatori sociali . Questa platea di soggetti che sta tentando negli ultimi anni di aggregarsi in un associazionismo autonomo ed indipendente, è rimasta nelle sue richieste sostanzialmente inascoltata anche nella nuova riforma del mercato del lavoro del Ministro Fornero.
Dunque anche se una fetta consistente del nostro mercato del lavoro è rappresentata dai professionisti free lance, le Partite IVA vere, quelle del lavoro cognitivo, che esprimono il senso più autentico del lavoro autonomo di seconda generazione (c. Sergio Bologna) questi, soprattutto per le professioni non ordinistiche, non hanno ancora ricevuto la giusta attenzione dal punto di vista legislativo ed anche gli ultimi interventi anticrisi del Governo Monti ne sono la riprova. Questa platea di professionisti, soprattutto delle professioni non ordinistiche, ha visto contrarre la committenza a causa di un calo di domanda di servizi professionali in particolare, come vediamo nell’ultima indagine di ACTA, il calo riguarda soprattutto chi lavora con la P.A. Tale situazione racconta gli esiti delle politiche economiche messe in campo nell’ultimo anno con i tagli agli enti locali, l’obbligo del pareggio di bilancio introdotto anche per gli enti locali, la cosidetta spending review , la politica dei tagli lineari in cui tutto è ugualmente un costo senza attenzione alla qualità dei servizi ed all’effetto recessivo delle manovre messe in atto. Altri effetti sono poi certamente dovuti a interventi legislativi che hanno avuto un incidenza diretta sul settore dei professionisti autonomi : la Riforma del Mercato del Lavoro (Legge 92 /2012 ) per la parte che riguarda quelle che vengono definite “finte Partite Iva” e le collaborazioni a progetto. “Gli effetti provocati dal provvedimento sono state soluzioni che si prestano a interpretazioni controverse e l’aumento dei contributi alla Gestione Separata dell’INPS, che ha spinto larga parte del mondo dei lavoratori autonomi a Partita Iva in una situazione di incertezza esistenziale, ottenendo in tal modo un risultato opposto a quello che diceva di voler perseguire nelle buone intenzioni iniziali” (c. Sergio Bologna “Una finestra sul lavoro Autonomo” cap. 4 del Rapporto sul mercato del lavoro della Provincia di Roma 1° Semestre 2012).
Occorre restituire dignità e diritti al Lavoro Tout Court ed al lavoro dei professionisti free lance con interventi che da un lato agevolino, facilitino, rendano meno gravosa e più praticabile la vocazione all’autonomia gestionale dei singoli professionisti, contemplando anche un allargamento dei diritti di tutela e di natura fiscale e previdenziale che rispettino la natura del lavoro indipendente ma sostengano i singoli di fronte alle difficoltà. Questo risultato può essere solo il frutto di un percorso condiviso di ascolto e di attenzione verso questo variegato universo che in nuce abbiamo iniziato nell’esperienza del Governo della Provincia di Roma da poco conclusa e che auspichiamo di poter continuare anche a livello regionale e nazionale

Francesco Miele
Altamente qualificati, fortemente instabili, sempre più poveri e soli di fronte al mercato. Si potrebbe riassumere in queste poche parole l'immagine drammatica e preoccupante data dall'indagine compiuta da Acta relativamente alle condizioni dei lavoratori autonomi di seconda generazione in tempi di crisi economica. Tra i diversi spunti forniti da questa ricerca, difficilmente affrontabili tutti assieme in poche righe, ce n'è almeno uno che appare interessante approfondire: la crescente solitudine e debolezza dei lavoratori autonomi in un mercato economico in profonda crisi.
Innanzitutto va osservato come gli intervistati percepiscano la crisi soprattutto quando si tratta di negoziare il prezzo con i propri clienti (il 67,2% degli intervistati segnala che le pressioni sui prezzi sono crescenti e che la contrattazione con i clienti è sempre più lunga e sfiancante). In aggiunta, al momento di indicare quali siano i principali fattori di competitività sul mercato, gli intervistati agli elementi relazionali (quali fiducia e competenza) affiancano il prezzo dei servizi forniti (importante per quasi il 40% degli intervistati). In questo quadro, i lavoratori autonomi di seconda generazione avanzato sono messi di fronte ad un bivio, dovendo scegliere se svendere la propria professionalità, fornendo servizi altamente qualificati a prezzi estremamente bassi, o se proteggerla, rifiutando lavori e perdendo clienti (il 54,6% degli intervistati opta per quest'ultima scelta). Parallelamente in settori come editoria, archeologia e architettura aumentano le richieste di svolgere prestazioni professionali gratuite, utili al fine di promuoversi presso nuovi clienti o di rafforzare i legami con quelli abituali, anch'essi in forti difficoltà a causa della crisi economica in corso.
Da questo scenario ne esce ridimensionata l'importanza dei network interpersonali, su cui la letteratura organizzativa aveva iniziato a porre una particolare enfasi già all'inizio degli anni '90. Basti pensare all'ormai classico articolo “Neither Market Nor Hierarchy: Network Forms of Organization” di Walter Powell, che riferendosi soprattuto ad alcuni settori produttivi (come l'editoria, la ricerca e sviluppo, il campo dell'arte e dell'artigianato) sanciva il ridimensionamento della importanza del mercato e il prevalere di forme organizzative di rete, in cui organizzazioni e professionisti invece di competere tra loro si alleano con l'obiettivo di produrre beni, servizi e conoscenze di alta qualità. Per sopravvivere in tempi di crisi, invece, non sembrano più bastare le relazioni di fiducia reciproca stabilita con clienti e partner, la reputazione e il know how guadagnati sul mercato. Al contrario, ai lavoratori autonomi di seconda generazione è richiesto l'abbassamento del costo del proprio lavoro, la svalutazione delle competenze guadagnate durante le proprie carriere e, con molta probabilità, il cambiamento del proprio stile di vita. In altre parole, la crisi economica sembra aver accelerato un processo di mutamento sociale esplorato da Sergio Bologna già qualche anno fa, ossia la perdita di futuro dei ceti medi, di cui gran parte degli intervistati fa (o faceva) senz'altro parte.
Se i lavoratori autonomi di seconda generazione appaiono sempre più soli di fronte al mercato e costretti a cedere alle pressioni provenienti da clienti interessati più al prezzo che al contenuto del loro lavoro, la necessità di “fare coalizione” si fa sempre più impellente. Infatti, il processo di progressiva squalificazione del knowledge work compiuto dai professionisti non tradizionali può essere invertito solo attraverso la costruzione di reti rivendicative comuni che portino i singoli a tutelare i propri diritti e a conquistarne di nuovi. In questo senso appaiono interessanti le istanze emerse negli ultimi anni ad opera delle associazioni e dei movimenti maggiormente vicini ai lavoratori autonomi di seconda generazione, si veda ad esempio le proposte di salario minimo orario, di fissare un tempo massimo per i pagamenti da parte dei clienti o i tentativi di avanzare sul fronte dei diritti previdenziali dei professionisti non iscritti agli albi professionali.
Il lavoro associativo e conoscitivo compiuto da Acta è senz'altro estremamente importante per dare voce a gruppi di lavoratori spesso trascurati da sindacati e partiti politici. In questo senso, può essere utile concepire questa esperienza di ricerca come l'inizio di un percorso di monitoraggio di lungo periodo sulle condizioni degli autonomi di seconda generazione. Da una parte, infatti, è necessario comprendere l'effetto di un'eventuale uscita dalla crisi economica sul processo di svalutazione della professionalità di questi lavoratori (si bloccherebbe o almeno smorzerebbe? O continuerebbe imperterrito?), dall'altra risulta importante comprendere se il lavoro sul territorio compiuto da soggetti come Acta sta crescendo in termini di adesione da parte dei lavoratori, di conoscenza dei propri diritti e di esigenza di creare reti di rivendicazione e mutuo aiuto. La ricerca svolta da Acta, quindi, appare come un importante punto di partenza per continuare a gettare luce sulle condizioni dei lavoratori autonomi di seconda generazione e, d'altra parte, per valutare e, eventualmente, ridirezionare le azioni rivendicative compiute da quest'ultimi sul territorio nazionale.

  • Facebook
  • Twitter
  • Google Plus
  • Add to favorites
  • Email

UN COMMENTO »