Acta l'associazione dei freelance

Considerazioni sulla “Legge sulle professioni non regolamentate”.

| 20 dicembre 2012 | LETTO: 9.787 VOLTE | 16 COMMENTI | Autore: | SHORT URL |

Pubblichiamo un'intervista di Barbara Imbergamo ad Anna Soru sulla riforma delle professioni non regolamentate appena approvata.

Barbara: La legge 3270 è stata approvata ieri. Acta ha espresso un parere negativo e dei timori in proposito. Quali sono le questioni principali che non condividete?

Anna: La legge apparentemente non cambia nulla ma rischia di creare gli spazi per l’introduzione di nuovi vincoli e nuovi costi per i professionisti, senza assicurare alcuna effettiva tutela della qualità e della professione e senza affrontare i veri problemi dei professionisti autonomi.

Barbara: Proviamo a immaginare cosa cambierà per un professionista, per esempio, un traduttore con la legge sulle professioni.

Anna: La legge stabilisce che le associazioni possano proporre una definizione ai sensi UNI della professione. Vale a dire che attraverso un percorso regolato da UNI (www.uni.com) saranno stabilite quali caratteristiche e abilità deve avere il professionista per svolgere quella professione. La legge usa il principio “garantisco il consumatore per garantire il professionista”, dimenticando che – in buona parte dei casi - i nostri clienti non sono rappresentati dal consumatore privato, ma dalle ben più forti realtà dell’impresa e della Pubblica Amministrazione. Aver normato la professione potrà cambiare il potere contrattuale nei confronti del committente? Aiuterà forse ad essere pagati in tempi più rapidi? Arresterà la tendenza all’erosione dei compensi? Semplificherà gli adempimenti burocratici?

Barbara: Ma sarà obbligatorio attenersi a quelle norme?
Anna: Formalmente no. La legge parla di volontarietà. I promotori della legge sottolineano che vi potranno essere quattro livelli di professionisti: quelli che qualcuno definisce “cani sciolti” ovvero privi di certificazione; quelli che sono coerenti con la norma UNI; quelli che sono coerenti con la norma UNI ed associati all’associazione di riferimento; quelli che oltre alle due cose precedenti hanno anche la certificazione delle competenze rilasciata da enti certificatori.


Barbara: Come immaginate che si muoveranno i professionisti in questo contesto in cui alcuni possono essere “certificati” e altri no?
Anna: Distinguiamo tra certificazione UNI e attestazione rilasciata dall’associazione ai propri iscritti.
Con la certificazione UNI sul mercato privato non cambia nulla. Il mercato ha ampiamente dimostrato che la certificazione UNI non garantisce la qualità dei servizi perché interviene solo sui processi.
L’attestazione dell’associazione può invece essere riconosciuta dal mercato, ma non dipende dal riconoscimento formale dell’associazione, bensì dalla reputazione che l’associazione ha saputo costruirsi.
Ma ciò che a noi preoccupa è il rapporto con le pubbliche amministrazioni.
I percorsi di accreditamento potrebbero richiedere la certificazione UNI e/o l’attestazione delle competenze da parte dell’associazione riconosciuta.
In tal caso chi vorrà lavorare con la PA dovrà adeguarsi e sostenere dei costi aggiuntivi, una fee per poter lavorare, che non è in grado di assicurare la qualità dei servizi, garantendo un bel mercato agli enti certificatori e un grande potere alle associazioni. Ecco la vera professione che esce rafforzata da questa riforma è quella del certificatore…

Barbara: E per chi svolge professioni di volta in volta “nuove”, cosa accadrà si andrà alla rincorsa di continue certificazioni o le nuove professioni si muoveranno altrimenti?
Anna: Questo è un altro problema: la posizione delle professioni intellettuali rispetto al mercato è assai differente da quella di altre categorie di lavoro autonomo e del tutto diversa da quella del lavoro dipendente, perché tali professioni non rispondono semplicemente a una domanda di mercato, ma spesso debbono “costruire il mercato”, “inventare la domanda”, in parole povere, scoprire le esigenze nascoste, inconsapevoli, implicite, della committenza. La nostra attività quindi, cambiando spesso il committente, non solo è scarsamente di routine, ma deve essere per forza un’attività di innovazione e per tale ragione è difficilmente normabile.

Barbara: Sulla formazione, la legge stabilisce che le associazioni promuovano la formazione dei propri iscritti. È un vantaggio per i soci?
Anna: In linea generale siamo assolutamente favorevoli alla promozione della formazione, ma non riteniamo che le associazioni siano in grado di controllare l’effettivo processo di aggiornamento dei propri iscritti. Conoscenze, saperi e competenze dei moderni professionisti spesso sono acquisite mediante percorsi complessi e articolati, a volte mediante esperienze di vita aziendale come lavoratori dipendenti, e per ciascuno sono frutto di un processo formativo individuale.
Attualmente molte associazioni richiedono che ogni iscritto dimostri di aver seguito un percorso di aggiornamento professionale, ma da un lato spesso non riconoscono l’autoaggiornamento, che pure per molti di noi ha un peso rilevante, dall’altro lato non entrano più di tanto nel merito dei corsi frequentati (può essere considerato valido anche un corso sugli aspetti fiscali della professione, che nulla ha a che vedere con la qualità del servizio erogato da un informatico o da un formatore) e si accontentano di una certificazione della frequenza (è come se all’università ci si potesse laureare solo frequentando i corsi, senza passare gli esami).
Anche qui l’insidia è legata all’introduzione di vincoli di certificazione nell’accreditamento presso le PA.
In altre istituzioni di rappresentanza (sindacati, associazioni datoriali) la formazione è diventata una delle principali fonti di finanziamento e molto spesso è funzionale agli interessi dei rappresentanti e non dei rappresentati. Gli iscritti non sono liberi di scegliere sul mercato e la qualità della formazione lascia spesso a desiderare. Temiamo che questo sistema possa essere adottato anche nelle associazioni.
La sostenibilità economica delle associazioni è un problema comune a tutte, la formazione può essere una risposta. La formazione erogata dalle associazioni può essere offerta, ma non imposta.

Barbara: La rappresentanza è affidata ad associazioni di secondo livello, ovvero associazioni di associazioni. Quali considerazioni su questo?
Anna: Quando in parlamento si devono discutere norme sul lavoro dipendente vengono consultati i sindacati, quando sono norme sulle imprese vengono consultate le associazioni datoriali: sono tutte associazioni di primo livello.
Se invece si discuterà di norme su di noi, potranno rappresentarci le associazioni di associazioni, come Colap, CNA, Consulta delle professioni CGIL… tutte associazioni ibride che fanno riferimento non solo a lavoratori autonomi, ma anche a dipendenti e imprese e che proprio per questa commistione, oltre che per la distanza dai lavoratori che vogliono rappresentare non ne conoscono i problemi effettivi.
C’è il sospetto che sia stato un modo per chiudere la rappresentanza e circoscriverla a chi in tanti anni si è occupato solo di riconoscimento delle professioni e ai soggetti tradizionali come il sindacato e le associazioni datoriali, che hanno deciso di diversificare il loro target e che hanno scelto la strada dell'associazione di associazioni dopo aver visto quanto era difficile raggiungere direttamente i singoli lavoratori.

Barbara: In sostanza quali vantaggi ne ricava il professionista?

Anna: Nessuno. È questo il punto. Nel migliore dei casi, si tratta di una legge che non serve a nulla, nel peggiore una legge che fa spendere soldi al professionisti senza portare vantaggi.

Barbara: E allora perché le associazioni l’hanno molto voluta?
Anna: Per ottenere un riconoscimento formale che è più “simbolico” che altro perché li rende simili, ma bada bene privi delle medesime tutele, agli ordinisti e perché forse pensano di poterne ricavare dei vantaggi in termini di iscrizioni e di centralità. La situazione attuale mostra che anche gli ordini non sono più in grado di garantire le tutele del passato, figuriamoci questi albi di serie B. Tanti professionisti si aspettano che il riconoscimento darà più valore alle loro professioni, ma è un’illusione, è il retaggio di un modello del passato che non funziona più.

Barbara: E allora quale è la proposta di Acta?

Anna: Acta ritiene che si debba fare molto di più: che si debbano riconoscere i lavoratori free lance, riconoscere le loro peculiarità, includerli dentro welfare e diritti e ammetterli alle negoziazioni con le istituzioni. Un ulteriore rischio, con questa legge, è che i partiti pensino di “avere fatto il loro” su questo tema e non si impegnino su temi ben più importanti, come l’eliminazione del programmato aumento dei contributi previdenziali, il rispetto dei tempi di pagamento, le questioni relative a fisco e pensioni, la semplificazione degli adempimenti burocratici.

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