Argomenti

Articoli recenti

Sostieni ACTA

Fai valere i tuoi diritti di freelance! Sostieni Acta e assicurati un futuro lavorativo migliore grazie a vantaggi, convenzioni e maggiori tutele.

Gentiluomini e mercenari

Forse ACTA ha fatto male a snobbare la riforma delle professioni non regolamentate, cavallo di battaglia del Colap e di altri organismi di rappresentanza. Il disegno di legge reca il numero 3270 e sta completando il suo iter parlamentare perché, approvato dalla Camera il 17 aprile 2012, è approdato alla X Commissione del Senato (Industria, Commercio, Turismo), relatrice la sen. Anna Rita Fioroni del PD. Il testo lo si può scaricare agevolmente da Internet.

Su questa riforma gli Ordini erano andati giù pesante. Nei documenti inviati alla Commissione della Camera incaricata di esaminare il testo, si poteva leggere in quello del CUP (Comitato Unitario Professioni), scritto a nome degli Ordini, che coloro i quali esercitano una delle professioni non regolamentate non hanno nemmeno diritto di chiamarsi professionisti, perché questo titolo spetta soltanto agli appartenenti agli Ordini, gli altri sono “prestatori di servizi intellettuali” e quella che esercitano non è una “professione” ma un’attività economica di servizi intellettuali a terzi. “Professionista” è quello che ha seguito un preciso percorso formativo ed è riconosciuto da un Ordine a sua volta riconosciuto dallo Stato. Quindi si faccia pure una legge ma questa non rientra nella riforma delle professioni.

Intanto andava avanti e poi si concludeva l’iter dell’approvazione della riforma delle professioni ordinistiche, anch’essa ostacolata in ogni modo da certe posizioni oltranziste che non ammettevano forme di regolazione ulteriori a quelle esistenti. Alla fine il Governo, anche per dimostrarsi “diligente” verso l’Unione Europea, la spuntava introducendo delle blande forme di liberalizzazione ma compensando gli Ordini con l’accesso ai fondi per la formazione contestualmente all’obbligatorietà della formazione permanente. Per i giovani professionisti ordinisti era un costo in più, aggravato dall’obbligo di sottoscrivere una polizza assicurativa, un regalo che il mondo finanziario avrà apprezzato. La battaglia per rifiutare il titolo di professionista a chi appartiene alle professioni…pardon, ai servizi di prestazione d’opera, non ancora regolamentate…pardon, regolamentati da leggi dello Stato, oltre alle norme del Codice Civile, continua tenacemente in Commissione del Senato, se si leggono gli emendamenti. Ai quali però si è aggiunta la proposta di un senatore PdL, toscano e avvocato, d’inserire un nuovo articolo al testo del disegno di legge 3270. Recita il suo emendamento: “Art. 10 bis. Il Governo, sentite le Organizzazioni sindacali maggiormente rappresentative e previo parere delle competenti Commissioni parlamentari da emanarsi entro 60 giorni dalla data di trasmissione, è delegato ad adottare, entro sei mesi dalla data di entrata in vigore della presente legge, uno o più decreti legislativi al fine di individuare più efficaci forme di tutela previdenziale per i soggetti non iscritti al Fondo pensione lavoratori dipendenti dell’lnps, sulla base dei seguenti principi e criteri direttivi: a) Carattere interprofessionale della gestione previdenziale; b) Determinazione della contribuzione previdenziale in coerenza con la disciplina della gestione separata».

Non sappiamo che cosa abbia in mente il senatore, sta di fatto che il disegno di legge che prima aveva per titolo “Disposizioni in materia di professioni non regolamentate” oggi si chiama “”Disposizioni in materia di professioni non regolamentate e delega al Governo per la istituzione di specifiche forme di tutela previdenziale dei soggetti che esercitano le professioni non regolamentate”. Hanno intenzione di rimettere mano agli aumenti dei contributi? Hanno intenzione di aprire uno spiraglio alla previdenza privata? Noi abbiamo fatto male a disinteressarci del disegno di legge 3270 e certe associazioni hanno fatto male a non seguirci nella battaglia sulla GS, perché se la ritrovano tra i piedi nella loro beneamata riforma.

P.S. a me personalmente di chiamarmi “professionista” o “prestatore d’opera” non interessa un fico secco, l’importante è che il mercato riprenda ed i committenti mi paghino, e bene. Sono un mercenario, cioè appartengo alla categoria che per sopravvivere ha come unica possibilità quella di vendere la propria merce-lavoro, come diceva il buon Carletto. Questi ragionamenti risultano più chiari se si rilegge il Capitolo secondo del libro che ho scritto con Dario Banfi, “Vita da freelance”. Ve lo allego perché modestamente credo che contribuisca a capire alcune contraddizioni in cui si dibatte la mentalità del professionista oggi e che emergono chiaramente nel dibattito sulla riforma. De te fabula narratur!

ARTICOLI CORRELATI

4 Commenti

  1. Barbara

    Mi piace sempre molto leggere Sergio Bologna però sulla conclusione sono parzialmente d’accordo. Vero è che vogliamo che il mercato riprenda e che i committenti paghino, e bene. Ma io vorrei anche che lo Stato considerasse gli autonomi non ordinisti come cittadini e che dunque rimettesse davvero mano alla questione previdenziale.

    30 Ott 2012
  2. Paola G - Comunica

    Caro Professore,limitatamente alle mie conoscenze in materia e alle mie possibilità di monitoraggio on-line, ho seguito saltuariamente questo ddl, ma non ho mai notato nulla che potesse far presagire un nuovo colpo di mano del legislatore. Anzi, tutti i segni sembravano aver accolto gli stimoli lanciati in tutti questi anni dalla forza di rappresentanza di Acta e dalle realtà delle altre associazioni di professionisti non (ancora) regolamentati. Tuttavia le voci su quello che si vuole costituire in Italia a livello degli enti di previdenza e fiscali sono ancora talmente vaghe e imprecise (almeno per una come me, che cerca di informarsi), che penso che queste siano solo “manovrine” per integrare un disegno “più complesso” che è ancora sconosciuto a molti. Forse mi sbaglio? Anche se fosse, mi rincrese dirlo, nulla toglie che queste premesse vanno in direzione contraria ai dati concreti sulla nostra condizione che sono stati elaborati in Acta con dedizione e trasmessi con cura a tutti i livelli, a livello culturale all’opinione pubblica, ma anche a livello tecnico difronte alle istituzioni, grazie ai rappresentanti esperti di Acta, meritevolissimi e che non finirò mai di ringraziare. Ora che però il campanello d’allarme è scattato, mi chiedo se sia possibile saperne di più e soprattutto avere un’idea di quanto può essere tentato a questo punto, affinché il legislatore non ci metta in ulteriore difficoltà. Mi sembra ovvio che, se chi legifera continua su questa strada, noncurante di tutte le informazioni che gli sono trasmesse, le previsioni di fuga in massa dalla Gestione Separata dell’INPS diverranno realtà, soprattutto per i redditi più bassi.

    3 Nov 2012
  3. Alfonso Miceli

    Sono d’accordo che sia uno sbaglio trascurare quello che sta succedendo nell’ambito di questa riforma, che sia giusto o sbagliato concettualmente, ma l’attuale “iconografia” del lavoro non dipendente (la forma lavoro del futuro, quella basata sul principio di mobilità, non di “fissità” del posto, stabilizzazione, ecc.) resta legata a due grandi stereotipi o modelli concettuali: da una parte le professioni ordinistiche e regolamentate (i “veri” professionisti), dall’altra i “dipendenti mascherati”, ora anche “finte partite iva”. Sulla riforma delle professioni non regolamentate sono saldamente schierate praticamente tutte le associazioni professionali (quelli che non si ritengono “precari” o “finti qualcosa”).

    Queste associazioni, per esempio i dirigenti del Colap, ritengono che il problema previdenziale possa essere risolto in questo modo: definiamo chi è professionista (cioè una procedura che certifica), e chi ricade in questa definizione automaticamente diventa un soggetto che a livello previdenziale deve essere “parificato” agli altri professionisti con ordini (12-20%) o almeno agli altri autonomi (es. artigiani).

    Dalla mia esperienza so che, anche grazie ad ACTA (e grazie all’aumento al 33% dei contributi), queste associazioni sono molto più sensibili ora alla questione previdenziale, ma sempre a partire dal presupposto che bisogna DEFINIRE chi è professionista e chi no (cioè precario, mascherato, finto, ecc. e quindi è giusto che paghi il 33%).

    Su questa posizione c’è in generale, mi sembra, anche l’accordo dei sindacati, compresa la CGIL, che ci ha sempre chiesto di DEFINIRCI per poterci distinguere dai “poveri disgraziati” (su cui può anche essere giusto che il sindacato si dia da fare) e di politici di diversi schieramenti (vedi anche la scenetta di Sacconi e Fornero sui maestri di sci… hanno una qualche forma di albo, quindi non hanno da temere…).

    Sullo STATUS invece non sono così d’accordo che non sia importante. Certo, non si tratta di definire il professionista come uno che ha seguito un certo corso di studi… (in una convegno a Roma sul tema ho sentito qualcuno degli ordinisti affermare che le professioni intellettuali sono quelle a cui si accede tramite la laurea!!! Steve Jobs sarebbe escluso…). E’ vero che se hai un sapere di nicchia, ultra-specialistico, se hai un nome o un marchio riconosciuto, se produci risultati o elaborati tangibili, puoi anche stare tranquillamente sul mercato. Ma ci sono settori o ambiti che sono ugualmente validi anche se sono ormai “saturati”. Formatori, traduttori, counsellor… Per chi fa il coach per esempio, aderire all’ICF – International Coach Federation, può anche essere una buona cosa, l’associazione ha un respiro internazionale, a arrivano al suo sito anche richieste da parte delle aziende.

    E non sono d’accordo con la piega che sta prendendo l’associazione: facciamo seminari per aiutare le persone a diventare freelance, e seminari per aiutare a “travestirsi” da qualcos’altro… Ve l’immaginate un medico che fattura al suo cliente facendo finta di essere un artigiano o un commerciante? che figura ci fa? che tipo di patto può stringere con il suo cliente? il riconoscimento e lo status sono bisogni ben precisi e ineludibili per l’individuo e aiutano i nostri clienti a capire il valore dei nostri servizi e perché devono pagare certe tariffe. Su questo è basato anche il sistema di garanzie attraverso la certificazione di qualità UNI della Riforma delle professioni. Noi abbiamo sempre cercato di accreditare il Professionista Autonomo come categoria generale, ma è un concetto così avanzato per una società come quella italiana (in cui anche Schettino sta chiedendo di essere riassunto in Costa Crociere perché non sarebbe licenziabile per giusta causa) che finora la legislazione ha proceduto sempre di più a emarginarci fino a rendere IMPOSSIBILE l’esercizio della nostra attività (definendoci finti e portandoci a pagare il cuneo fiscale più alto rispetto a tutte le altre categorie di lavoratori). Secondo me ACTA per la prima volta rischia di commettere un grave errore strategico.

    Agli amici delle associazioni che si stanno impegnando sulla riforma porrei delle domande:
    – chi certifica chi? con quali costi? quali vantaggi? quali garanzie?
    – come fare per star dietro a professioni in rapidissima evoluzione?
    – E come/cosa fare per quei professionisti che esercitano più attività? (es. formatore, coach, counsellor.. si iscrivono a 3-4 associazioni?)
    – siamo sicuri che le associazioni abbiano interesse a formare i propri iscritti? (cioè che professionisti senior formino realmente i loro futuri concorrenti? potrebbe essere utile formare invece agli aspetti di qualità ed etici della professione…)
    – Un’associazione professionale è anche “controparte” del suo socio nel momento in cui deve certificare le sue competenze e/o deve sanzionarlo per comportamenti non conformi… Siamo sicuri che non ci sia un conflitto di interessi nel momento in cui decide anche del suo profilo INPS? (e quindi si fa rappresentante e non controparte del professionista).

    Insomma, anch’io sono contrario a porre vincoli e paletti, ma non sempre liberalizzare vuol dire lasciare che tutto sia indistinto o regolato da norme e definizioni di altre epoche e che hanno con quello che noi siamo e facciamo una connessione meno che casuale.

    3 Nov 2012
  4. Alberto

    BuongiornoAnch’io sono una commerciante che lavroa nei mercati, anch’io sono molto preoccupata per questa direttiva firmata dalla signora bonino, prodi e bolkestein (volutamente minuscoli!)Su una cosa sono assolutamente d’accordo ,che:- se e8 vera l’interpretazione che ne hanno uniformemente dato un po’ tutti.- se veramente siamo in 180.000 aziende coinvolte con almeno 2 addetti per aziendaE’ ASSOLUTAMENTE NECESSARIO VALICARE LE DIVERGENZE POLITICHE CHE POSSANO INTERCORRERE TRA TUTTI NOI E UNIRCI PER TUTELARE I NOSTRI DIRITTI.Restiamo in contattoLiliana AngeliniQuerceta Versilia Lucca ITALIA

    8 Nov 2012

Lascia un commento

Utilizzando il sito, accetti l'utilizzo dei cookie da parte nostra. maggiori informazioni

Questo sito utilizza i cookie per fornire la migliore esperienza di navigazione possibile. Continuando a utilizzare questo sito senza modificare le impostazioni dei cookie o cliccando su "Accetta" permetti il loro utilizzo.

Chiudi