Acta l'associazione dei freelance

Il lavoro indipendente: rispettare la sua specificità

| 6 settembre 2012 | LETTO: 2.316 VOLTE | 3 COMMENTI | Autore: | SHORT URL |

Testo dell'intervento tenuto da Sergio Bologna al convegno di Venezia "La riforma del mercato del lavoro in una prospettiva di crescita?" del 15 giugno 2012.

Prendere la parola in un convegno di giuslavoristi per chi non ha studi di diritto alle spalle crea un certo imbarazzo. Tuttavia ho accettato il cortese invito del prof. Perulli di dire qualcosa sul lavoro indipendente (o autonomo) perché ritengo che alcuni elementi della realtà, che osserviamo tutti i giorni, possano offrire motivo di riflessione per chi ha il compito di formulare un nuovo ordinamento giuridico o d’interpretare
quello esistente.
Il mio osservatorio è dato
1) dalla partecipazione all’attività “sindacale” di un’Associazione di professionisti (ACTA, Associazione consulenti terziario avanzato) comprese le sue ramificazioni a livello internazionale (siamo membri dell’European Forum of Independent Professionals e gemellati con la Freelancers Union degli Stati Uniti)
2) da un’attività di ricerca sui problemi del lavoro che risale ai miei anni d’insegnamento universitario
3) dalla mia attività di professionista con partita Iva nel ramo della consulenza di organizzazione e direzione d’impresa e di pianificazione di pubblici interventi per il settore logistica e trasporti di merce (marittimi in particolare).

1. Per andare subito al centro della questione: il lavoro indipendente, dal punto di vista del suo inquadramento sociologico e culturale, si trova schiacciato tra due universi, tra due ordini simbolici, quello dell’attività mprenditoriale e quello del lavoro salariato (o dipendente), ai quali volta per volta viene assimilato con il risultato di cancellarne o deformarne la specificità. Dalla “ditta individuale” alla “finta Partita Iva” c’è tutto un gioco di rimandi, un vero ping pong, per far rientrare il lavoratore autonomo in universi che non gli appartengono.
Il termine stesso di “impresa individuale” o di “impresa con un solo addetto” – termine largamente in uso nelle statistiche e nella classificazione delle attività economiche – è un non-senso. Il termine “impresa” può essere utilizzato solo con riferimento a un sistema complesso, a un’organizzazione. L’impresa è qualcosa che nasce dalla cooperazione tra soggetti portatori di asset economici e di competenze diverse, non può essere rappresentata da un solo individuo. Eppure questo non-senso continua ad essere usato con conseguenze gravi, si pensi alle distorsioni prodotte nella valutazione di fenomeni che nella situazione italiana hanno un’importanza rilevante, come quello del cosiddetto “nanismo” delle imprese. Si pensi a come è stata sovrastimata la capacità di creazione d’impresa del sistema-Italia e di come è stata distorta la visione della “competitività” di questo sistema-Paese o di certi territori, come il Veneto. E tutto questo è avvenuto e continua a ripetersi quando in realtà sarebbe da chiamare “lavoro autonomo” una molteplicità di forme d’attività economica, che prendono il nome di “impresa” con tre/quattro dipendenti, anche sotto forma di società di capitale, che imprese non sono ma lavoro autonomo con un minimo grado di organizzazione - come potrebbe essere quello di uno studio professionale registrato come società a responsabilità limitata, dove due professionisti dotati di elevate competenze specialistiche e di una rete di relazioni si servono di alcuni collaboratori. Che cos’è l’essenza di quella “impresa” se non le competenze dei due professionisti, che cos’è il capitale di quella “impresa” se non il knowledge dei due titolari? La forma srl, la società di capitale, non è che un meccanismo di protezione dal rischio, non è essenziale per la “produzione” del servizio, che potrebbe benissimo essere fornito sotto forma di studio professionale associato. Nell’impresa i ruoli sono intercambiabili, il capitale può passare da una mano all’altra, il management pure. Nel lavoro autonomo la competenza del professionista, la sua rete di relazioni, la sua reputazione,non sono intercambiabili o sostituibili. Basta che uno solo di questi tre elementi manchi perché il lavoro autonomo diventi impraticabile.
Per quale ragione si è continuato a chiamare impresa quel che impresa non è? Poiché non credo all’ignoranza di chi impiega questo termine in pubblicazioni scientifiche o in classificazioni statistiche, non vedo altra giustificazione che una eminentemente politica: per dare legittimità di rappresentanza a istituzioni o soggetti, come Confindustria o le varie Confederazioni dell’artigianato, per esempio, che rischierebbero di perderla se si valutasse meglio il loro peso organizzativo (per ammissione del suo Presidente una grande Confederazione dell’artigianato ha di recente dichiarato di rappresentare il 4% delle 100 mila imprese artigiane registrate tra Milano, Monza e l’area della Brianza).
Allo stesso modo, la pervicacia con la quale si insiste a considerare “finti” i lavoratori indipendenti che esercitano secondo l’ordinamento fiscale delle “partite Iva” ed a trattarli da lavoratori salariati mascherati, non ha altra ragione di essere se non l’inclusione a forza di un determinato gruppo sociale nel perimetro della titolarità contrattuale di CGIL, CISL e UIL. Ma procediamo con ordine.
2. A furia di dài e dài si è riconosciuto che l’universo simbolico nel quale includere i lavoratori autonomi è quello del lavoro e non quello dell’impresa (o del capitale, per usare una dizione marxiana). Un notevole passo avanti. Nelle classificazioni statistiche dell’ISTAT, Rilevazione continua delle forze di lavoro, si distingue ormai tra due posizioni: quella dei lavoratori dipendenti e quella dei lavoratori autonomi. Si tratta dunque in ambo i casi di soggetti che erogano le loro energie lavorative e intellettuali a favore di terzi e le scambiano con qualcosa che si chiama retribuzione (salario nel primo caso, onorario o compenso nel secondo caso). Lavoratore dunque, sia esso subordinato o indipendente, è una persona che riceve da terzi una retribuzione in grado di assicurargli almeno il minimo vitale, una persona che effettua una cessione a favore di terzi di competenze/conoscenze o energie lavorative, il più spesso le une e le altre. E qui cominciano le bizzarrie dei giuslavoristi.
Per vanificare la specificità del lavoro indipendente ed assimilarlo a quello salariato si è cominciato ad introdurre il concetto di “attività autonoma economicamente dipendente”, una tautologia, perché qualcuno mi dovrebbe dire dove esiste sul pianeta un “lavoratore” che non lavora per conto di terzi ma per conto di se stesso e quindi retribuisce se medesimo con la propria attività (non rientrano in questo discorso le economie di sussistenza che non conoscono né salario né compenso e spesso sono fondate sul baratto).
Se una persona è classificata come “lavoratore” è automaticamente classificata come economicamente dipendente. Pertanto la differenza tra lavoratore autonomo e lavoratore autonomo economicamente dipendente sta solo nella testa di chi ha inventato questa distinzione. Allo scopo, penso io, di assimilare il lavoro autonomo alla fattispecie di lavoro salariato prevista dal nostro ordinamento giuridico e di porre le
premesse per eliminare o almeno restringere il campo di un presunta ”anomalia”.
3. In realtà, se abbiamo un minimo di attenzione per quello che succede attorno a noi, le anomalie più gravi non si celano tra le diverse forme di lavoro autonomo ma si mostrano nel lavoro salariato. Qualunque teoria economica considera il salario un’anticipazione fornita dal datore di lavoro alla forza lavoro che è alle sue dipendenze per consentirne la riproduzione. Il concetto capitalistico di salario è quello di una misura del minimo vitale alla quale si aggiungono le variabili collegate alla produttività.
Nessun capitalista del secolo dell’industrialismo ritiene razionale erogare un salario al di sotto del minimo vitale e dall’affermazione del fordismo in poi nessun capitalista ritiene razionale erogare solo un minimo vitale ma un minimo vitale più un ammontare che consenta l’acquisto di beni di consumo durevoli. Il lavoratore diventa con il fordismo anche consumatore e solo in questa doppia veste si presenta il lavoro salariato dagli inizi del Novecento in poi. Ancor più con l’affermazione di un sistema di relazioni industriali, che vede l’instaurarsi di un meccanismo di dinamica salariale e di diritti che hanno un costo per il datore di lavoro.
Ora, se c’è un fenomeno al quale stiamo assistendo, da un decennio almeno, è quello di una graduale erosione del rapporto tra salario e minimo vitale. In un paese come la Germania, secondo i dati 2011 forniti dall’Institut für Arbeit und Qualifikation (IAQ) di Duisburg, esistono almeno 4 milioni di persone considerate working poor, cioè lavoratori regolarmente assunti che debbono ricorrere alle varie forme di sussidio pubblico per raggiungere il minimo vitale sia che si tratti di lavoratori manuali o di lavoratori intellettuali (su questo vedi l’approfondimento nel libro mio e di Dario Banfi, Vita da freelance. I lavoratori della conoscenza e il loro futuro, pubblicato da Feltrinelli l’anno scorso). La situazione italiana non è migliore se si pensa che i salari d’ingresso del nostro paese sono tra i più bassi in Europa e che mancano quel tipo di ammortizzatori sociali che consentono un’integrazione del reddito da lavoro dipendente, da lavoro parasubordinato e ovviamente da lavoro autonomo. Da un decennio a questa parte è diventato normale considerare il lavoro gratuito una forma di occupazione (i cosiddetti stages o tirocinii gratuiti). La nozione di “lavoro”, di “lavoro salariato”, com’è stata intesa nella civiltà occidentale del Novecento (non in astratto su una prospettiva di millenni) sta perdendo dunque il suo significato, malgrado l’esistenza di un sistema di relazioni industriali nelle quali è riconosciuta al sindacato la titolarità dei rapporti contrattuali tra datore di lavoro e lavoratore.
Questo aspetto, forse il più drammatico all’interno del mondo del lavoro nell’Europa di oggi, viene completamente oscurato dall’enfasi con cui si tratta il problema della regolarizzazione del lavoro atipico come un mero problema di stabilizzazione del rapporto di dipendenza parlando esclusivamente di “forme contrattuali” e non di rapporti economici. Oggi il problema non è se un rapporto di lavoro è stabile o
precario, il problema vero è se il rapporto di lavoro, stabile o precario che sia, consente di raggiungere un reddito in grado di assicurare un’esistenza dignitosa o meno. Mentre affannosamente politici ed esperti del diritto cercano di far entrare il lavoro atipico nell’alveo del lavoro standard, è il lavoro standard che sta uscendo dagli argini tracciati dal secolo dell’industrialismo e dalla civiltà occidentale del Novecento. E questo spiega in parte la resistenza con la quale i lavoratori indipendenti classificati impropriamente come “finti” accolgono l’offerta di essere trasformati in salariati (per esempio in base alle norme previste dal DDL del Governo Monti).
Il lavoro salariato consente un’esistenza dignitosa ad un numero sempre più ristretto di occupati regolari. E il lavoro autonomo a quali livelli di reddito può dare accesso?
4. Com’è noto il Ministero delle Finanze di recente ha dato vita a due lodevoli iniziative. Sul suo sito ha istituito un “Osservatorio sulle Partite Iva” consultabile liberamente, che ci aggiorna mese per mese sulle aperture di nuove P. Iva distinte per regione, sesso, fascia di età e per grandi aggregati professionali. Inoltre ha messo in rete i dati riguardanti le dichiarazioni dei redditi con alcune elaborazioni per gli anni d’imposta 2009 e 2010. Se guardiamo i dati relativi al 2010 osserviamo che i redditi medi da lavoro autonomo sono circa il doppio dei redditi medi da lavoro dipendente e sono superiori anche al reddito medio d’impresa.
Nel lavoro autonomo è bene distinguere tra quello tradizionale, in agricoltura, nel commercio, nei trasporti di merce, da quello “di seconda generazione” concentrato nelle “attività professionali intellettuali e tecniche”, che rappresentano una percentuale sempre più elevata delle aperture di nuove Partite Iva. Pertanto, per avere alcuni ordini di grandezza del reddito da lavoro autonomo è utile prendere in considerazione i redditi imponibili dichiarati dai professionisti per il 2010. Si suddividono nella maniera seguente:
da 0 a 5.000 euro il 6,23%, da 5.000 a 10.000 euro il 5,77%, da 10.000 a 29.000 euro il 25,92%, da 29.000 a 60.000 euro il 28,65%, da 60.000 a 80.000 euro il 9,73%, da 80.000 a 100.000 euro il 6,75%, da 100.000 a 200.000 euro il 9,77%, oltre i 200.000 euro il 2,59%.
36.000 contribuenti denunciano reddito zero o perdita.
Una situazione relativamente privilegiata, dunque, quella del lavoro professionale (non tutto svolto sotto forma di lavoro autonomo, ovviamente).
Ma il quadro cambia se analizziamo la distribuzione per fasce di reddito dei soli compensi professionali:
da 0 a 10.330 euro il 13,98%, da 10.330 a 20.660 euro il 14,19%, da 20.660 a 40.000 euro il 22,49%, da 40.000 a 61.970 euro il 15,22%, da 61.970 a 309.870 euro il 27,70%
15.993 contribuenti hanno dichiarato compensi superiori, fino a cifre massime di alcuni milioni
33.508 hanno dichiarato compensi zero. ( i dati si riferiscono all’anno d’imposta 2009, nelle elaborazioni relative al 2010 la separazione dei compensi professionali dai redditi imponibili non è riportata. Non credo sia stato un caso.)

Considerando i soli compensi professionali, il 50,6% è dunque al di sotto di un reddito imponibile di 40.000 euro. Tenuto conto delle aliquote Irpef, abbiamo l’immagine di una categoria di persone che può mantenere un determinato tenore di vita grazie al godimento di rendite derivanti da beni patrimoniali (o da lavoro dipendente o da pensione). Chi ha come unica fonte di reddito i compensi professionali – questo è il genere di persone che la nostra Associazione rappresenta – si trova in una condizione che non è molto distante da quella del lavoratore dipendente di reddito medio. E ciò spiega la nostra strenua battaglia condotta contro l’aumento dei contributi alla Gestione Separata prevista dall’ultimo DDL.
Si potrebbe a questo punto analizzare in dettaglio le aperture di nuove Partite Iva, ma per non dilungarmi troppo segnalo soltanto che per il 2011 ed anche per i primi mesi del 2012 il numero di nuove aperture nel settore “attività professionali, scientifiche e tecniche” è al primo posto, superando quelle del settore del “commercio” e che nel gennaio 2012, mese in cui si concentra il massimo delle aperture, tutte le fasce di età hanno segnato una diminuzione rispetto al gennaio 2011, tranne la fascia d’età più giovane (dai 25 ai 35 anni) che è addirittura aumentata di un quarto rispetto all’anno precedente. Segno che si tratta di forza lavoro scolarizzata, probabilmente con titoli accademici, che, non trovando opportunità d’inserimento lavorativo, comincia intanto a predisporsi ad un’attività indipendente o a svolgere rapporti di lavoro con Partita Iva.
5. E così siamo giunti all’ultima delle trovate escogitata per erodere la specificità del lavoro indipendente ed assimilarlo a quello salariato, eliminando quella che secondo alcuni è una grave anomalia del mercato. La trovata si chiama “finte Partite Iva”, acronimo F.P.I.. Evidentemente il concetto di “lavoro autonomo economicamente dipendente” non bastava ad eliminare l’”anomalia”. Il DDL varato dal governo Monti
fissa dei parametri per individuare le F.P.I.: monocommittenza o percentuale del fatturato superiore al 75% prodotta dal medesimo cliente, esercizio della professione presso i locali e con i mezzi messi a disposizione del committente. In effetti una delle condizioni del lavoro autonomo è l’assunzione da parte del lavoratore del costo dei mezzi di produzione. Ma questo è l’unico punto per il quale può essere plausibile la definizione di F.P.I.. Non è plausibile invece sull’aspetto centrale del rapporto di lavoro: la forma della retribuzione. Esiste una sostanziale differenza tra un salario e un onorario corrisposto su fattura. Il salario è concettualmente un ammontare monetario che assicura la riproduzione della forza lavoro, la cui responsabilità compete al datore di lavoro. L’onorario è il corrispettivo di un servizio che prescinde completamente dalla riproduzione della forza lavoro, la cui responsabilità compete al lavoratore tanto quanto l’acquisto e la manutenzione dei mezzi di produzione. Sono due universi concettualmente distinti ed è per questo che invece di lavoro dipendente o subordinato io preferisco sempre la dizione “lavoro salariato”. Da questa distinzione discendono una serie di specificità della condizione esistenziale del lavoratore autonomo. I tempi di pagamento variabili, la corresponsione di un ammontare lordo cui vanno detratti i contributi alla Gestione Separata, l’Irpef e l’Irap, il versamento di obblighi fiscali indipendentemente dall’incasso dei compensi sui quali sono calcolati.
Da quale di queste specificità sono esenti le cosiddette F.P.I.? Nessuna. Sono specificità che incidono profondamente nella gestione della sopravvivenza di un lavoratore autonomo, anzi ne condizionano in alcuni casi l’esercizio stesso della professione e gli obblighi familiari. Solo perché il lavoro autonomo contiene in sé una buona dose di economia della sussistenza non assistiamo oggi in questo mercato allo stillicidio di suicidi che si verifica presso i piccoli imprenditori. E’ vero, i dati delle dichiarazioni dei redditi sono espliciti, il lavoro professionale indipendente può assicurare oggi in Italia dei guadagni che solo certe attività finanziarie o immobiliari possono procurare. Ma questo è un campo dove non si pone il problema delle F.P.I., questo è un campo riservato quasi esclusivamente a professionisti appartenenti a vecchi ordini professionali, che cumulano spesso redditi da attività di libera professione con redditi da lavoro dipendente, da beni patrimoniali e da investimenti finanziari.
6. Lo ripetiamo da tempo: il problema del lavoro autonomo e del suo inquadramento giuridico incontrano molte criticità perché riguardano il lavoro autonomo “di seconda generazione”. Questi problemi si configurano solo all’interno di un quadro storico ed economico che differisce in maniera sostanziale da quello in cui si è formata la figura del lavoro salariato della prima metà del Novecento - che costituisce il punto di riferimento del nostro ordinamento giuslavoristico e del nostro sistema di sicurezza sociale. Ma differisce anche in maniera sostanziale dal quadro storico in cui si sono formate le libere professioni, sia intellettuali che tecniche, protette da Ordini. Il lavoro autonomo “di seconda generazione” è principalmente un prodotto dell’esternalizzazione di competenze e funzioni tipica del postfordismo, è il prodotto della creazione del web e della diffusione del personal computer, si concentra sempre più nelle attività caratteristiche della knowledge economy, sta entrando oggi in una fase nuova dello sviluppo economico che qualcuno ha battezzato “quarto capitalismo”, dove al lavoro continuo e regolare della manifattura e dei servizi si sostituisce sempre più il lavoro intermittente dell’economia dell’evento, propria della cosiddetta “industria culturale”, dell’entertainment e di altri settori che incidono con percentuali elevate nel mercato del lavoro dei grandi agglomerati urbani. E’ un lavoro autonomo che ha come cliente l’impresa, l’agenzia, la P.A. non la persona, non il privato. In questo sistema l’impresa stessa è un’impresa precaria, intermittente, è una temporary firm, quindi il lavoro diventa sempre più contingent work. La monocommittenza diventa un fenomeno sempre più ristretto a rapporti di lavoro con la Pubblica Amministrazione ma nel settore privato tende ad assottigliarsi sempre più, sia come quota sul totale dei rapporti di lavoro a partita Iva sia come durata del rapporto. Sarebbe stato quindi ragionevole che tra i parametri fissati per distinguere una F.P.I. ci fosse almeno un rapporto biennale con il medesimo committente. Così com’è stata formulata la posizione di F.P.I. può essere classificata come abuso sulla base di una sola annualità.
L’Ordine dei consulenti del lavoro ha già emesso un parere sulla difficile applicabilità di questa norma, la quale sta già facendo dei danni, come ci ha segnalato uno dei nostri soci il quale ha perduto il suo migliore cliente – quello che produceva la maggiore quota del suo fatturato - perché, nel timore di incorrere in situazioni di irregolarità, prudenzialmente non gli ha più rinnovato l’incarico. “E pensare” – scrive questo socio in una lettera disperata che abbiamo pubblicato integralmente sul nostro sito www.actainrete.it – “che per tenermelo buono avevo fatto dei sacrifici ed era quello che mi dava da vivere”.
7. Dice il proverbio che ciascuno di noi è artefice dei propri mali. I lavoratori indipendenti di “seconda generazione”, quelli appartenenti alle professioni non ordinistiche, non hanno saputo darsi una rappresentanza forte e autorevole, restando frammentati in qualcosa come 250 associazioni professionali, hanno perseguito e continuano a perseguire la strada senza sbocchi del riconoscimento della professione secondo il modello degli Ordini. In parte perché sperano di poter ottenere un loro sistema di previdenza privato, in parte perché continuano a restare prigionieri della ideologia del “professionalismo”, che è una pura ideologia di status. Vogliono “sentirsi” come i medici, gli avvocati, gli architetti, i giornalisti, vogliono sentirsi “borghesia” e per questo hanno preferito identificarsi con l’impresa piuttosto che con il lavoro.
L’impoverimento degli ultimi anni li ha ricondotti ad una più realistica e meno ideologica visione del loro status effettivo, anche perché sono ormai i giovani avvocati, medici, architetti e giornalisti a percepire più chiaramente il peso di una proletarizzazione crescente. La nostra Associazione non mette l’accento sulla
professione e non aspira a riconoscimenti pubblici (secondo una pubblicazione dell’ILO quella del consulente non è nemmeno una professione, perché non ha un percorso di studi predefinito, consulente può essere l’ingegnere ma anche il teologo, il filosofo ecc.). Si batte per degli obbiettivi che ritiene siano comuni a tutti coloro che lavorano con partita Iva nel campo delle attività intellettuali e tecniche, problemi previdenziali e fiscali soprattutto, e trovano in questo forti affinità con altre associazioni, ben più strutturate e autorevoli, sia nel mondo anglosassone che in altri Pesi europei.
Nemmeno rispetto al DDL del governo Monti siamo riusciti a creare un fronte comune con le altre associazioni (anche se in questi ultimissimi giorni qualcosa pare stia cambiando). E quindi non dovremmo lamentarci se il lavoro autonomo un giorno viene assimilato all’impresa e un altro giorno al lavoro salariato. Ciononostante riteniamo nostro dovere mettere in guardia le forze politiche e sindacali dal ridurre la complessità dei lavori del posfordismo al paradigma del lavoro salariato perché in tal modo si contribuisce ad ingessare ulteriormente questo paese già sufficientemente bloccato e incapace di innovazione istituzionale. Non si risolvono i problemi degli autonomi ma nemmeno quelli dei precari, non si fa un passo avanti nella formulazione di una flexsecurity, si continua a credere che, aumentando il costo di determinati contratti per il datore di lavoro, sia possibile eliminare gli abusi ma finché esisterà per il datore di lavoro una possibilità di trovare una soluzione più flessibile tra quelle che la legge riconosce come legali, adotterà sempre quella a costo di rinunciare al rapporto con un collaboratore, se ciò avviene in un contesto storico di assoluta pace sociale.
La mia conclusione, che potrà sembrare a taluni utopica ad altri banale, è che un cambiamento può avvenire solo se cambia il clima sociale, solo se il lavoro - salariato, indipendente o precario che sia - riprende una sua forza “sindacale”. E’ un problema politico non giuridico. Al diritto spetta, a mio avviso, in questa fase, solo il compito di non peggiorare le cose.

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