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Sotto la lente dei sociologi

| 5 luglio 2012 | LETTO: 4.097 VOLTE | 4 COMMENTI | Autore: | SHORT URL |

Una recensione su "Partite Iva. Il lavoro autonomo nella crisi italiana", a cura di Costanzo Ranci, Studi e Ricerche, Il Mulino, Bologna 2012.

Finalmente la sociologia accademica ha compiuto uno sforzo serio per mettere a fuoco, dare una dimensione e capire il valore del lavoro autonomo in Italia. Questo volume è il quarto di una serie destinata a rendere pubblici i risultati di un ambizioso progetto di ricerca sui ceti medi del Consiglio italiano per le Scienze Sociali, coordinato da Arnaldo Bagnasco e finanziato in parte dalla Compagnia di San Paolo. Il progetto è partito nel 2004 e finora i volumi pubblicati sono Ceto medio. Perché e come occuparsene, uscito nel 2008 e curato dallo stesso Bagnasco, Restare di ceto medio, a cura di N. Negri e M. Filandri, uscito nel 2010, La costruzione del ceto medio. Immagini sulla stampa e in politica, a cura di R. Sciarrone, N. Bosco, A. Meo, L. Storti, pubblicato nel 2011, tutti presso Il Mulino, e finalmente questo sulle partite Iva.

Diciamo subito che uno dei meriti ma al tempo stesso dei limiti di questo lavoro sta proprio nel fatto che gli autori intendono arrivare a definire una componente del ceto medio - questo è lo scopo finale della ricerca – e pertanto analizzano il lavoro autonomo in quanto appartenente a questo ceto. Se lo scopo finale fosse stato quello di mettere a fuoco il lavoro autonomo in quanto tale probabilmente avrebbero dovuto approfondire molto di più l’aspetto soggettivo, la specificità “antropologica” del lavoro indipendente. Ma di questo si dirà in seguito. Qui importa rilevare che questo impianto di fondo ha consentito di scoperchiare un lato oscuro di cui il lavoro autonomo ha sempre sofferto e che ne ha fortemente limitato il riconoscimento sia sul piano sociale che sul piano istituzionale.

Il pregiudizio nei confronti del lavoro autonomo

“Il ceto medio non si dà in natura” è uno degli slogan di questa ricerca. Il ceto medio è il risultato di una costruzione mentale, di un’immagine che viene confezionata da diversi soggetti, è una rappresentazione che il ceto medio ama dare di se medesimo, di un’ideologia di status. Lo stesso vale per il lavoro indipendente, è una realtà ma al tempo stesso una rappresentazione della realtà, che vive di vita propria. Seguendo questa indicazione, gli autori rendono giustizia (dopo trent’anni!) del pesante giudizio che della piccola borghesia, alla quale il lavoro indipendente appartiene, aveva dato nientemeno che l’autorità indiscussa in materia di ceti sociali: Paolo Sylos Labini. “Topi nel formaggio”, “individui servili” e “culturalmente rozzi” aveva scritto l’illustre barone, ai quali andrebbero ricondotte “pratiche non di rado sgradevoli e perfino ripugnanti della nostra vita pubblica”. Parlava di gruppi della piccola borghesia, non specificamente di lavoratori autonomi, ma l’anatema era così forte e consentiva un giudizio sommario così “vendibile”, che la cultura italiana, felice quando qualcuno offre al suo moralismo un’opportunità di praticare un’esclusione, se ne è appropriata subito e ne ha individuato l’oggetto nel solo lavoro autonomo, forse anche al di là delle intenzioni dello stesso maître à penser. Quindi il primo merito indiscusso di questo libro è quello di riconoscere che il lavoro indipendente è stato per lungo tempo vittima di un pregiudizio e che l’origine di questo pregiudizio non stava nella redazione di qualche foglio scandalistico o chissà dove ma nel sancta santorum dell’università italiana.

Quando è stata superata questa visione puramente negativa del lavoro indipendente? Quando sociologi ed economisti si sono esaltati ad osservare i successi della microimpresa italiana dei distretti. Lo ammette una che aveva lavorato in parallelo a Sylos Labini, la sociologa e politologa americana Suzanne Berger, che 25 anni dopo le sue prime ricerche sul “caso italiano”, considerate a suo tempo assai autorevoli, ammise di “non aver capito” lo spirito d’intrapresa della provincia italiana e il grande slancio innovativo delle microimprese. Ecco dunque che il lavoro indipendente viene riabilitato ma a condizione di confondersi o di identificarsi con l’impresa. Perde la sua immagine negativa ma acquista un’immagine confusa, dalla quale è difficile districarlo, come vedremo. E’ un merito quindi di questi ricercatori averci consentito di ricostruire la genesi di una serie di aporie con le quali ci troviamo ancor oggi a fare i conti.

Fatta questa premessa, entriamo nel merito dell’impianto metodologico di questa ricerca. Ad esso è dedicato il paragrafo “la nostra proposta analitica” (p. 62-67).

L’impianto metodologico

I lavoratori indipendenti si caratterizzano, secondo questa proposta, per “collocarsi contemporaneamente su tre dimensioni del proprio lavoro: quella della professionalità, quella dell’imprenditorialità e quella dell’autonomia nelle relazioni organizzative”. Qui i ricercatori accolgono molte indicazioni contenute nelle ricerche anglosassoni sulla formazione del ceto medio di professionisti indipendenti, creato dalla scelta di molte imprese medio-grandi di esternalizzare i servizi esperti. La proposta analitica si sostanzia ulteriormente con l’accento posto sui problemi della regolazione, quindi si insiste molto sulla rilevanza del riconoscimento della professione attraverso gli Ordini professionali, sulla specificità della componente non ordinistica – dove i dati quantitativi sono purtroppo rappresentati ancora dagli studi del CNEL del 2005 – e sui problemi posti dall’esclusione di molte categorie dai sistemi di welfare. Per altre categorie invece, artigiani e commercianti soprattutto, si sottolinea il benign neglect di cui hanno goduto sul piano fiscale per un certo periodo. Fondamentale quindi per la collocazione sociale all’interno del ceto medio del lavoro indipendente è il sistema di regolazione a cui sono sottoposti i diversi gruppi al suo interno e le politiche di consenso che i vari governi della nostra Repubblica hanno con maggiore o minore consapevolezza praticato. La crisi però, sottolineano ripetutamente i ricercatori, sta cambiando profondamente questi assetti, il mercato riprende a prevalere sulla regolazione e ne mette a nudo i limiti. E’ proprio nei capitoli dedicati ai “grandi numeri” che risulta evidente l’aspetto che suscita alcune perplessità. I ricercatori considerano il territorio che va dal lavoro indipendente individuale alla piccola impresa un continuum socio-produttivo che si può catalogare sotto l’unica dizione di “lavoro autonomo”. Sfugge in tal modo tutta la problematica che riguarda la netta distinzione che esiste tra l’ordine simbolico del lavoro e l’ordine simbolico dell’impresa, una distinzione questa che ha forti risvolti sia sul piano giuridico-regolativo che sul piano della forme della rappresentanza (non è un puro fatto lessicale chiamare un’organizzazione Union piuttosto che Council of microbusiness). Ma di questo parleremo più avanti. All’interno di questo continuum si individuano le varie categorie e si attribuisce loro un peso quantitativo. Sulla base di elaborazioni di dati Istat per la serie storica 1992-2010, dei 5 milioni e 570 mila lavoratori indipendenti censiti nel 2010, 257 mila sarebbero gli “imprenditori in senso stretto”, pari al 4,5% del lavoro indipendente, 3 milioni 500 mila i “lavoratori in proprio”, artigiani e commercianti soprattutto, che rappresentano la quota più rilevante, il 60,9%, 1 milione 200 mila i “liberi professionisti”, che rappresentano il 20,6%, 400 mila i collaboratori, 370 mila i coadiuvanti familiari e 70 mila i soci di cooperativa. Tralasciando per ora il fatto se sia corretto o meno inserire questi ultimi due gruppi nel lavoro indipendente, merita soffermarsi sul giudizio dei ricercatori circa l’evoluzione subita dal lavoro indipendente, come da loro inteso, nel corso della serie storica presa in esame. Se si osserva il grafico a pagina 106 risulta a colpo d’occhio un’impressionante stabilità con tendenza alla diminuzione, il lavoro indipendente rimane quello che era vent’anni fa. In realtà il passaggio significativo in questo apparente immobilismo è quello che avviene all’interno dei vari gruppi e nella proporzione tra i medesimi. E’ il fenomeno che mi aveva fatto parlare di “lavoro autonomo di seconda generazione” in quanto scrivevo nel 1997, cioè di un lavoro orientato sempre più verso funzioni cognitive o di relazione sociale (servizi alla persona) rispetto al tradizionale lavoro autonomo nell’artigianato e nel commercio. Cala quest’ultimo e cresce l’altro, questo è il fenomeno rilevante della serie storica degli ultimi 20 anni. Nel paragrafo del terzo capitolo Trasformazioni del mercato del lavoro che cambiano il lavoro indipendente i ricercatori mettono in rilievo questo cambiamento, dato da una spinta evidente verso la diffusione di servizi professionali di alta qualificazione oppure di servizi alla persona determinati dai nuovi stili di vita. Curioso che lo facciano sulla base di scritti di autori che per lungo tempo avevano negato questa trasformazione, come Reyneri o Accornero. Più interessante l’analisi successiva che esamina all’interno di ciascuno dei diversi gruppi i cambiamenti avvenuti, prendendo in considerazione l’universo del lavoro autonomo non più dal punto di vista della sua posizione formale ma dal punto di vista dei contenuti reali e delle modalità effettive di svolgimento dell’attività. I cambiamenti sarebbero determinati essenzialmente dalle trasformazioni subite dal terziario: l’imprenditorialità diffusa della stagione dei distretti lascia il posto a diverse forme di organizzazione del capitale e diverse forme di esternalizzazione delle competenze, il settore degli addetti alle vendite viene assorbito dal lavoro subordinato anche grazie alle diverse forme flessibili di rapporto di lavoro, l’introduzione dei contratti di collaborazione assorbe una quota rilevante di occupazione femminile e così via. Hanno personale alle dipendenze 1 milione 524 mila lavoratori indipendenti, di cui due terzi sono lavoratori in proprio. 3 milioni 800 mila sono invece i lavoratori indipendenti individuali, anch’essi per la maggior parte lavoratori in proprio ma con una componente importante di circa 1 milione di professionisti individuali, al cui profilo si assimila quello dei collaboratori.

Un nuovo pregiudizio?

Esaminando l’universo del lavoro autonomo non dal punto di vista formale ma da quello della modalità organizzativa di svolgimento dell’attività, il primo problema che s’incontra è quello del “finto lavoro autonomo”. Va dato atto ai ricercatori che non cadono nella tentazione diffusa di ridurre tutto il lavoro autonomo delle Partite Iva a lavoro dipendente mascherato, visione questa unilaterale e tendenziosa ma purtroppo prevalente nel dibattito che ha preceduto la riforma Fornero. Nel paragrafo Spazi di autonomia e professionalità del terzo capitolo, in quelle che sono tra le pagine più articolate e interessanti della ricerca, si mette in luce l’estrema complessità della “contaminazione tra lavoro parasubordinato e lavoro indipendente tradizionale”, alla quale non sfugge in primo luogo il lavoro dipendente medesimo, che ha subìto in questi anni di postfordismo trasformazioni che non sono riconducibili alla sola gestione della flessibilità. La letteratura sociologica e in parte giuridica hanno distinto il problema dell’autonomia in una componente giuridico-formale, una economica e una operativa ed è proprio la combinazione tra queste ultime due a richiedere la necessità di un’analisi molto diversificata per distinguere, come propongono i ricercatori, l’area del lavoro parzialmente autonomo da quella del lavoro pienamente autonomo in modo da isolare l’area di “nessuna autonomia” (a tale proposito vengono forniti anche dei dati quantitativi nella tabella 3.10. a pag. 131). Il tema è di assoluta rilevanza perché il dilemma “finta o vera autonomia” è alla radice degli interventi di regolazione. La domanda da porre ai ricercatori allora è: perché non avete provato a esaminare la questione dal punto di vista di chi esercita il lavoro autonomo? Perché l’unico osservatorio è quello della sociologia accademica ed in parte del pensiero giuridico, escludendo il contributo dei soggetti organizzati? Se invece di guardare le cose dall’esterno le guardiamo dall’interno, dal punto di vista soggettivo di chi esercita l’attività di professionista individuale, la distinzione tra vera e finta autonomia perde molto del suo significato, la monocommittenza non risulta essere una relazione di lavoro molto diversa dalla pluricommittenza, perché la condizione di fondo del rapporto di lavoro dell’una e dell’altra è la forma della retribuzione ed è su questa che va misurata la differenza, non tra vera o finta autonomia ma tra lavoro salariato e lavoro a fattura. Una differenza che ha dei profondi risvolti esistenziali e che porta a mettere l’accento della regolazione su questioni diverse, come quelle della previdenza e della fiscalità. Sicché a ben pensare l’enfasi posta sulla questione dell’autonomia formale o sostanziale appare come la versione odierna del vecchio pregiudizio nei confronti del lavoro autonomo. Bollati come esseri scurrili e dannosi negli Anni 70, esaltati come businessman negli Anni 80, oggi i lavoratori autonomi diventano “finti” e la regolazione li caccia a pedate nelle schiere del lavoro subordinato in base alla teoria che questa sarebbe la strada percorribile per garantire a loro delle tutele sul piano previdenziale.

Questi risvolti, venuti alla luce in maniera prepotente durante il dibattito attorno alla riforma della signora Fornero, non sono presenti, né potevano esserlo per scadenze temporali, nei testi che stiamo esaminando.

Necessaria una svolta nell’analisi delle classi

La parte del volume finora presa in esame costituisce però una specie di ampia introduzione a quello che è il vero scopo, il vero obiettivo del lavoro: collocare il lavoro indipendente all’interno del ceto medio, definirne la posizione tra una classe (aggregato sociale che si può individuare con parametri oggettivi, come il livello di reddito, la ricchezza accumulata ecc.) e un ceto (aggregato sociale che si definisce per variabili culturali, mentalità, stili di vita, preferenze politiche ecc.). L’apparato statistico dell’Istat per valutare queste grandezze e queste variabili ovviamente non poteva essere sufficiente, si è fatto largo uso delle ricerche sui redditi delle famiglie della Banca d’Italia, di ricerche di Eurostat e di altre fonti internazionali. Senza entrare nel merito delle questioni relative alle fonti statistiche, vediamo subito i risultati di queste analisi. Per quanto riguarda i livelli di reddito vengono prese in considerazione anche figure del lavoro dipendente e la conclusione è che il grado di dispersione delle fasce di reddito lungo una scala che va da redditi molto elevati a redditi che non possono essere iscritti in quelli di un ceto medio, è molto più accentuato nel lavoro indipendente che in quello subordinato. In particolare questo vale per i professionisti e per i collaboratori (sono stati esclusi qui i coadiuvanti familiari, i soci di cooperativa e i lavoratori agricoli). Questa realtà di forte polarizzazione dei redditi induce i ricercatori a proporre ancora un’altra classificazione di profili del lavoro indipendente, sempre nell’ottica di una sua collocazione o meno all’interno del ceto medio: il lavoro manageriale e professionale, il lavoro qualificato e il lavoro non qualificato – quest’ultimo da collocarsi in uno strato sociale, che sta potenzialmente al di sotto del ceto medio e al di sotto della piccola borghesia. Ma qui casca l’asino. Questa suddivisione, mutuata come al solito dal lavoro dipendente (dirigenti, impiegati, operai qualificati, operai comuni), non regge di fronte all’analisi più puntuale dei redditi delle singole categorie e all’interno delle stesse categorie (si pensi al gran numero di avvocati iscritti all’Ordine che non sono in grado di versare i contributi alla loro cassa previdenziale a causa dei loro miseri redditi, si pensi ai redditi di tanti collaboratori a Partita Iva). Ciò che emerge in maniera evidente da un’analisi minimamente accurata della condizione del lavoro indipendente in Italia è che l’equazione “lavoro qualificato di soggetti altamente scolarizzati – redditi elevati” non funziona per niente ed è questa la specificità della formazione e della dissoluzione del ceto medio oggi, non solo in Italia. I sociologi potranno esercitarsi nelle loro belle classificazioni quanto vogliono e qui si danno esempi in continuazione, tra “classe superiore”, “professionisti e tecnici”, “classe inferiore” e via dicendo. Ma il punto, se si vuole parlare di ceto medio, di piccola borghesia e di nuovo proletariato (quello che alcuni chiamano il Quinto Stato) è che occorre liberarsi una volta per tutte dall’ordine gerarchico del lavoro dipendente, occorre soprattutto – quanto dev’essere duro per un accademico – ammettere che l’equazione “alto livello di istruzione – reddito elevato” non regge più e non regge sicuramente per la fase decisiva della vita in cui una persona imposta una famiglia e una carriera. Di fronte a questo dato di fatto, che rappresenta una svolta epocale, le pur interessanti osservazioni sulla soddisfazione del lavoro, sulla percezione dell’instabilità, sulle motivazioni e persino sui consumi (con dati fermi al 2006) o sugli orientamenti politici, appaiono come argomenti di secondaria importanza. Si rendono conto i ricercatori di questa svolta e della sua rilevanza? Sì, in diversi passaggi, per esempio, tanto per citarne uno, a pag. 158, quando segnalano che la difficoltà da parte delle imprese ad assorbire forza lavoro qualificata determina “una crescita esponenziale di persone che, una volta laureate hanno optato per la (libera?) professione quasi come una scelta obbligata in assenza di valide alternative di lavoro alle dipendenze”. Se avessero potuto disporre dei dati dell’Osservatorio sulle Partite Iva del Ministero delle Finanze, resi disponibili da pochi mesi, avrebbero potuto avere conferma di questa ipotesi nel fatto che le Partite Iva aperte nel gennaio 2012 per attività professionali, tecniche e artistiche hanno superato quelle per attività commerciali e che la fascia d’età in cui si concentra il maggior numero di aperture è quella più giovane, con un balzo del 25% rispetto al gennaio 2011, mentre tutte le altre fasce di età sono in regressione.

Un altro elemento interessante riguarda lo squilibrio tra redditi e prestigio sociale, tipica trappola ideologica del lavoro indipendente, dove l’alta considerazione di sé in presenza di redditi miserabili non trova riscontro nel lavoro subordinato. Quindi la “svolta epocale” è percepita, forse avrebbe potuto essere messa maggiormente in risalto, ma è importante che sia stata registrata e che induca i ricercatori a questa conclusione: “adottare una prospettiva di ‘ceto’ rispetto al lavoro indipendente appare un’operazione più complessa e difficoltosa di quanto avvenga con il lavoro alla dipendenze” (p. 186), in particolare – aggiungono - per le forti differenziazioni interne al lavoro indipendente tra microimprenditori e lavoratori in proprio da un lato e lavoro indipendente professionale e tecnico dall’altro. La parte consistente della ricerca dedicata a questo secondo segmento è quella che a noi di ACTA interessa di più. Vediamola pertanto in dettaglio.

Il lavoro professionale

Ad esso è dedicato il sesto capitolo, ma in realtà nel volume c’è molto di più, sparso nei capitoli precedenti e successivi, in particolare al paragrafo “Vecchi e nuovi professionisti: in crescita con problemi” del secondo capitolo, alle pp. 116-133 del capitolo terzo, al paragrafo “Gli ordini e le associazioni professionali di fronte al mercato” del capitolo ottavo, mentre tutto il capitolo quarto, come abbiamo visto, è attraversato da questa problematica. Il leitmotiv di questa consistente parte analitica è dato dalla presa d’atto che è in corso una profonda trasformazione interna nel lavoro cognitivo in generale e nelle singole professioni in particolare, una trasformazione che rende meno netti i confini tra il mondo delle professioni e quello delle collaborazioni, tra il mondo delle professioni e l’universo della microimpresa. Da questa presa d’atto discende il valore a nostro avviso più importante: l’aver rifiutato semplificazioni e generalizzazioni, non aver ceduto alla tentazione di risolvere la complessità con trovate lessicali tanto care al mondo dell’informazione (es. “il popolo delle Partite Iva”), l’aver esplicitato l’insufficienza di certi schemi analitici consolidati di fronte alla frammentazione e alla diversificazione della realtà, l’aver caratterizzato il passaggio in atto come momento di transizione dove tutto può essere messo in questione, non per causa della crisi ma per ragioni strutturali proprie dell’ultimo ventennio, acuite e messe in evidenza dalla crisi. Da questa ricerca il mondo delle professioni non esce con una nuova maschera appiccicata sul volto ma come una realtà sulla quale è indispensabile continuare a fare ricerca, secondo sentieri che qui sono tracciati egregiamente.

La parte più convincente a nostro avviso è la breve inchiesta su due figure professionali, una – l’architetto – appartenente agli Ordini e l’altra – il consulente di direzione aziendale – appartenente alle professioni non regolamentate. Si tratta di 44 interviste, equamente suddivise, con persone in attività. Per chi, come noi di ACTA, appartiene a questo mondo, le informazioni e le considerazioni tratte dai ricercatori non dicono nulla di nuovo, possiamo solo testimoniare che essi hanno colto esattamente la realtà quando mettono in risalto, per gli architetti, a) la specificità del caso italiano che vede un numero di architetti per abitante che non ha paragoni in Europa, b) la scarsa protezione offerta dagli Ordini nei confronti del mercato, c) la concorrenza di professioni affini cui sono riconosciute dalla regolazione italiana prerogative proprie del ruolo dell’architetto, d) la scarsa autonomia e la limitata possibilità di estrinsecare la propria natura artistica di moltissimi giovani architetti che lavorano alla dipendenze di grossi studi professionali dopo il praticantato, e) la percezione di un sistema privato di tutele riservato solo a determinate figure, f) la trasmissione della professione di padre in figlio nel 40% degli esercenti l’attività. Sfiorata, ma a nostro avviso di grande importanza oggi, non solo tra gli architetti, la questione delle gare degli enti pubblici impostate sulla regola del massimo ribasso.

Molto diversa la condizione del consulente di direzione. Il campione prescelto secondo la tecnica del snowball (detta in volgare “catena di sant’Antonio”) ha portato a intervistare il tipico consulente che si è messo in proprio dopo un’esperienza di management o di quadro intermedio presso un’azienda pubblica o privata. Insofferente di interventi di regolazione, poco fiducioso sia nel welfare state che nella previdenza privata, portato su questo terreno a strategie individuali di risparmio/investimento previdenziale, il consulente di management dipende molto meno dell’architetto da appalti pubblici, accetta l’anarchia del mercato e cerca di trasformarla in opportunità, ha una visione della professione, dell’etica professionale, dell’aggiornamento professionale, delle credenziali, del tutto svincolata da organismi di controllo come gli Ordini e semmai affidata al brand della società per cui lavora, in un mercato fortemente polarizzato, dominato da alcune multinazionali che si spartiscono il mercato “ricco” delle grandi imprese, delle banche, delle Amministrazioni Pubbliche e lasciano le briciole alla miriade di piccoli studi professionali o di professionisti individuali.

E’ corretta anche l’osservazione conclusiva di questa breve analisi: il mondo della libere professioni – ordinistiche o non - sta scoprendo sempre di più il valore molteplice del network, sia per la penetrazione sul mercato che per la protezione sociale, sia per l’accrescimento professionale che per la compensazione tra piena autonomia individuale e vincoli organizzativi. Lo stereotipo del freelance solo contro tutti appartiene ormai alla cattiva letteratura.

Considerazioni di carattere più generale erano state fatte nel paragrafo indicato del capitolo secondo, dove si parla di “svolta epocale” negli Anni 90 quando irrompe nel mercato la nuova generazione di professionisti del lavoro cognitivo, frutto dell’esternalizzazione delle competenze o dei nuovi servizi alla persona. “Se l’espansione delle cosiddette ‘nuove professioni’ ha rappresentato un punto di discontinuità rispetto al lavoro indipendente tradizionale, a ciò non è tuttavia seguita un’innovazione altrettanto chiara nei meccanismi di funzionamento del mercato” (p.90). Perché? L’esternalizzazione delle competenze da parte delle imprese sarebbe stata fatta secondo una logica di variabilizzazione dei costi, con l’intento di mantenere sostanzialmente un personale di alta qualificazione alle dipendenze in un rapporto di committenza con soggetti a Partita Iva, prova ne sia che, secondo una fonte Eurostat, “la quota di professionisti ad elevata qualificazione nel campo scientifico e tecnologico sarebbe in Italia del 12,4% rispetto a una media europea del 18,1%”. L’esternalizzazione cioè non avrebbe creato un mercato competitivo su servizi ad elevato grado di conoscenza ed avrebbe portato ad una situazione di offerta di bassa qualità, con una forte frammentazione interna e polarizzazione tra servizi mediocri e servizi di standard internazionale. Giudizio in parte condivisibile, sul quale sarebbero necessarie evidenze empiriche e statistiche più approfondite, ma che andrebbe forse integrato con l’osservazione che la domanda espressa dal mondo delle imprese e dal mondo dei servizi in Italia è di bassa qualità. E’ l’intero sistema che “vola basso” e sempre più si è orientato verso le posizioni di rendita, l’immobiliare e la finanza. Dall’altro lato, quelli che possono venir definiti servizi di livello internazionale forniti dalle filiali italiane delle multinazionali della consulenza, molto spesso sono soluzioni standard a pacchetto integrato laddove il mercato italiano così particolare richiede soluzioni personalizzate. Sicché l’offerta del piccolo studio professionale specializzato su un settore o su un territorio può risultare in definitiva di migliore qualità di quella della grande multinazionale. Non è facile nel settore dei servizi professionali definire la qualità del servizio con parametri oggettivi, questo è un forte ostacolo all’analisi. Infine, bisogna pur dirlo se parliamo di “economia della conoscenza” e di consulenza al management, l’Università italiana – che fornisce una quota non irrilevante di servizi consulenziali - non è stata proprio il più brillante esempio di gestione della qualità. Lascia perplessi invece la seconda osservazione di carattere generale, che viene proposta nel secondo capitolo e cioè che “nel nostro paese non è mai decollata una vera e propria cultura professionale, un ‘professionalismo’ per come questo termine è inteso nella cultura anglosassone” (p. 93). Qui si tratta evidentemente di una lettura assai diversa della sociologia delle professioni da quella che abbiamo fatto nel capitolo Da gentiluomini a mercenari del nostro libro “Vita da freelance” , dove il professionalismo viene definito né più né meno che un’ideologia di status, costitutiva dell’identità borghese. Quindi è un elemento deteriore della mentalità del professionista, è una sua sindrome elitaria, che lo porta a distinguersi dalla figura di “lavoratore della conoscenza”, e tanto più insensata quanto più fragile diventa la sua condizione economica nel mercato. Ma proprio per questo costituiva di una coscienza, di una cultura di ceto. Professional non è l’equivalente di professionista. Senza dubbio nel mondo anglosassone si è ragionato sul rapporto tra competenze e mercato assai più di quanto si è fatto nell’Italia degli Anni Novanta (ci si è chiesti anche se il business è una professione, tanto per dire). Da noi ci si dovrebbe chiedere piuttosto se le competenze e le credenziali hanno ancora un valore – non solo nell’universo delle professioni ma in generale - o se sono schiacciate da un sistema di clientelismi e di consorterie che uccide ogni merito.

Considerazioni critiche

Non mi soffermerò sui due capitoli, il quinto e il settimo, dedicati rispettivamente ai piccoli imprenditori manifatturieri e ai commercianti e chiuderò dedicando semmai qualche parola al capitolo sulle forme di rappresentanza e l’associazionismo.

Prima però vorrei segnalare alcuni aspetti sui quali mi è parso che la ricerca sia carente.

1. L’aver incluso nel mondo del lavoro indipendente la figura del piccolo imprenditore manifatturiero ha inevitabilmente trascinato con sé una visione dell’Italia fortemente condizionata dall’economia e dalla sociologia dei distretti. Del resto non poteva essere altrimenti con Bagnasco, uno dei maggiori teorici e analisti della “Terza Italia”, coordinatore del progetto di ricerca. Si è offuscata quindi l’altra componente fondamentale per capire la crescita del lavoro indipendente, quella metropolitana, ed è sfuggita l’estrema importanza che assumono al suo interno l’”economia dell’evento” e l’industria dell’intrattenimento. Le figure professionali, di carattere artistico e tecnico, che questi settori richiedono, arricchiscono il mondo del lavoro indipendente su un versante diverso da quello che in questa ricerca viene maggiormente messo a fuoco, il versante dei servizi all’industria, e contribuiscono notevolmente alla “contaminazione” tra professionisti, collaboratori, occasionali, intermittenti, creando un bacino di lavoro autonomo potenziale ancora più complesso e diversificato.

2. E’ data per scontata e quindi non viene messa in risalto la fondamentale importanza dell’informatica e dell’uso del personal computer nella creazione del lavoro autonomo. Questa è stata la svolta epocale, che ha reso possibile l’ubiquità del luogo di lavoro, la domestication e il nomadismo, l’accessibilità a un mercato remoto, che ha svuotato in parte il sistema delle credenziali e dei curricula formativi predefiniti, che ha inaugurato nuove inedite forme di sfruttamento del lavoro cognitivo e creativo. Il freelance completamente autarchico, essere prigioniero del suo solipsismo e convinto di padroneggiare il mondo tramite il web – questa figura tragica che cosa l’ha creata se non l’epoca di Internet? Ma al tempo stesso la web civilisation sostanzia in maniera del tutto nuova l’idea di network e inaugura una nuova era della socialità del lavoro cognitivo indipendente – si pensi agli spazi di co-working – e forse crea le basi per una nuova Internazionale dei “nativi digitali” – si pensi ai vari Piraten Partei – che non rientra in nessun parametro di appartenenza di ceto o di classe come quelli finora conosciuti. Aver dato per scontato questo elemento della “svolta epocale” ha impedito di cogliere alcuni aspetti che, a nostro parere, avranno importanza fondamentale nel futuro.

3. Purtroppo i ricercatori non hanno potuto utilizzare i dati delle dichiarazioni dei redditi per gli anni d’imposta 2009 e 2010 né quelli dell’Osservatorio sulle Partite Iva, che sono stati messi di recente in rete dal Ministero delle Finanze. Però, trattandosi di una ricerca universitaria di alto livello, sarebbe stato auspicabile uno sforzo in più per accedere alle fonti amministrative, in particolare ai dati INPS, e per verificare l’attendibilità della ricerca CNEL sulle professioni non regolamentate sei/sette anni dopo.

4. Dopo vent’anni di ricerche e discussioni sul lavoro autonomo, particolarmente nel campo giuslavoristico, la sociologia non ha ancora preso nota che la forma della retribuzione è uno degli elementi decisivi per distinguere la condizione del lavoratore indipendente da quella del lavoratore subordinato. Non si tratta solo del problema di “come farsi pagare”, cioè di come quotare il proprio lavoro, o solo del problema dei tempi di pagamento (lo stillicidio di suicidi di microimprenditori in questi mesi forse aprirà gli occhi a qualcuno) ma è la differenza concettuale tra la retribuzione salariale e il pagamento di una fattura che ha valore di spartiacque.

Una sfida da raccogliere

Questi limiti nulla tolgono al valore che questa ricerca ha per il riconoscimento del peso e del ruolo del lavoro autonomo nel nostro Paese. “Nonostante la graduale erosione avvenuta nell’ultimo decennio, l’Italia resta un paese di lavoratori indipendenti”: così inizia il capitolo conclusivo. Essi rappresentano una componente importante del ceto medio ma al loro interno sono così divaricati i livelli di reddito che alcuni segmenti di questo universo sono a rischio di povertà mentre altri sono classificabili nella fascia più alta dei redditi imponibili. Se paragonati con il reddito medio dei dipendenti, gli autonomi vengono riconosciuti tra “i vincitori” della fase storica che si è aperta con la cosiddetta Seconda Repubblica. Ma in gran parte ciò dipende dal maggior patrimonio di cui dispongono, immobiliare soprattutto, piuttosto che dalle retribuzioni. Questo vale in particolare per i professionisti, che sarebbero, tra le diverse categorie di autonomi qui prese in considerazione, quelli con l’incremento di reddito medio meno elevato nel periodo 1991-2008 (p. 292). Un dato confermato dalle dichiarazioni dei redditi per l’anno d’imposta 2009 – che i ricercatori non avevano ancora potuto consultare – secondo i quali più del 50% di coloro che vivono del solo reddito per compensi professionali dichiarano un imponibile inferiore a 40.000 euro l’anno.

Ma il livello di reddito, come è stato detto più volte, non basta per definire l’appartenenza di ceto, esiste per gli indipendenti un forte disequilibrio tra condizione economica e prestigio sociale, che complica le cose.

La realtà che i ricercatori hanno messo in luce è caratterizzata da una doppia crisi: a) la crisi di mercato che ha reso insufficienti le protezioni finora assicurate dal sistema ordinistico per gli uni e richiede agli altri forme istituzionali di certificazione delle credenziali ancora inesistenti

b) la crisi del contratto sociale che finora aveva retto il rapporto tra Stato e universo del lavoro autonomo.

Per quanto riguarda quest’ultimo aspetto, l’universo del lavoro indipendente – ma in particolare artigiani, commercianti e lavoratori in proprio – si troverebbe a fare i conti con un atteggiamento dello Stato sempre più “sottrattivo” (p. 299) dopo un lungo tempo di benign neglect, determinando una reazione di disaffezione e di sorda o esplicita protesta che trova diversi canali, anche politici. Estraniazione dallo Stato e distacco dalla politica sarebbero presenti massicciamente anche tra i professionisti e questo stato d’animo renderebbe molto difficile la riuscita degli sforzi di alcuni gruppi per un’autoregolazione e un maggiore impegno associativo.

“Lasciato sinora alla deriva dalla carenza di proposte organiche e credibili da parte della politica, il lavoro indipendente è alla ricerca di nuove forme di organizzazione collettiva dei suoi molteplici interessi, entro cui incanalare le sue richieste di sostegno, di riconoscimento e di tutela dei rischi. Chi li ascolterà e darà loro voce e rappresentanza? La sfida è aperta” (p. 305). Con queste parole si chiude il volume. Ma non questa mia recensione, perché troppo forte è la tentazione di cominciare a rispondere a quella domanda. E la risposta in parte si trova nel capitolo ottavo sulle forme di rappresentanza e le associazioni, in particolare quelle dei professionisti. Che cosa abbiamo visto in questi ultimi anni? Gli Ordini perdere la loro funzione di protezione nel mercato e di limitazione degli accessi e tuttavia ostinatamente opporsi – in parte a ragione - ai tentativi di riforma radicale, le associazioni non ordinistiche perseguire stupidamente una strategia imitativa, essere per lungo tempo incapaci di esercitare una pressione sufficiente a introdurre un sistema di accreditamento istituzionalizzato (“a dieci anni e più dalla nascita del Colap, il modello accreditatorio non è stato ancora istituzionalizzato”, p. 274). Sembra che ora, con il disegno di legge n. 3270 (“Disposizioni in materia di professioni non regolamentate in Ordini e Collegi”) ce l’abbiano fatta a ottenere una forma di riconoscimento, approvata dalla Camera in prima lettura il 17 aprile e, al momento in cui scrivo, ancora ferma al Senato per un’ulteriore richiesta di approfondimento conoscitivo. Ma se si legge il testo del DDL e si leggono i documenti presentati dai gruppi e dalle associazioni all’esame del Comitato ristretto della X Commissione Industria (nominato per svolgere questo lavoro di approfondimento), da Accredia all’UNI, da Rete Imprese Italia all’ANCOT, da Confprofessioni a Federprofessional, ci si accorge subito che il riconoscimento non conferisce poteri di sorta alle associazioni, in quanto un soggetto può esercitare l’attività anche senza essere iscritto ad alcuna associazione e può farsi accreditare e certificare presso gli Enti riconosciuti per scelta individuale, secondo il principio della “libera adesione” ai processi di formazione delle credenziali, senza passare per un’Associazione. Le Associazioni sono invitate a partecipare al processo di miglioramento delle procedure e in particolare – ruolo importante - alla definizione di una professione, in modo da renderla compatibile con quelle europee, così com’è stato fatto per i consulenti di direzione con la norma EN 16114 su iniziativa dell’UNI, ma il presunto “riconoscimento” delle Associazioni, sbandierato da alcune come soddisfazione epocale di una rivendicazione perseguita da più di un decennio, non va al di là di un inserimento del nome dell’Associazione in un elenco presente sul sito del Ministero. Senza parlare del fatto che l’organismo unitario rappresentativo degli Ordini, il CUP, nel documento presentato al Comitato ristretto è andato giù pesante, scrivendo che “il soggetto che per l’ordinamento giuridico italiano è qualificabile come ‘professionista’” è altra cosa rispetto al soggetto il quale “pur svolgendo servizi che hanno ad oggetto prestazioni d’opera intellettuali non può essere qualificato come ‘professionista’”. Quindi, secondo il CUP, parlare di “professionisti non regolamentati” – come finora abbiamo fatto nel corso di questa recensione - è illegittimo, in quanto questi sono “liberi prestatori d’opera intellettuale”, che non esercitano una “professione”. Il DDL 3270 entra pertanto in contraddizione, secondo il CUP, con la legge 14 settembre 2011, n. 148 in materia di professioni regolamentate e la sua approvazione potrebbe essere impugnata davanti ai tribunali amministrativi.

Siamo dunque ancora su un terreno incerto e ci si chiede quale vantaggio potrebbero trarre da queste norme persone che hanno problemi ben più pressanti, in termini economici, di condizioni di lavoro, di pagamenti, di contenziosi con il fisco, di malattia. Il disagio che percorre il mondo del lavoro indipendente, più acuto oggi in periodo di crisi, la sua debolezza nei confronti della committenza, il suo scarso potere negoziale, la concorrenza suicida – a questo chi ci pensa, qual’è l’organizzazione di tutela sindacale cui un soggetto può rivolgersi? Il mondo associativo delle cosiddette professioni non regolamentate da questo punto di vista è carente, questo è il vero vuoto di rappresentanza. I ricercatori che hanno lavorato al volume de Il Mulino hanno colto la diversità di ACTA, il suo tentativo di rappresentare qualcosa di diverso, un’organizzazione trasversale, rappresentativa di molte categorie professionali, concentrata sui problemi grossi: previdenza e fisco. Non a caso collegata ad organizzazioni di consulenti di alto livello che la pensano allo stesso modo, come i britannici del PCB, ventimila iscritti, o con organizzazioni dove il 30% dei soci lavora con contratti verbali, come la statunitense FU, 170 mila soci.

Ma ACTA, dove i soci paganti sono 300 e non 170 come dice il volume, e 2.000 circa gli iscritti, malgrado la sua forte visibilità, è una goccia nel mare, non priva di contraddizioni interne, tra chi si sente più vicino al mondo del precariato e chi più vicino al ceto medio dei ‘professionisti’ incravattati. Insomma, sono i lavoratori autonomi stessi i primi responsabili della loro situazione di debolezza nelle decisioni politiche che li riguardano, la riforma Fornero è stata da questo punto di vista una cartina di tornasole. C’è da augurarsi pertanto che questo volume possa servire al lavoro autonomo non solo dal lato dell’immagine pubblica ma anche dal lato della consapevolezza dei soggetti che lo compongono.

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1 Alcuni materiali relativi a questo progetto di ricerca erano già stati resi disponibili in precedenza, come la rassegna a cura di Giovanni Semi intitolata “La questione del ceto medio: un percorso bibliografico”, del 2005. Leggendo questo lavoro, dedicato alla letteratura sull’argomento in Gran Bretagna, Stati Uniti e Francia, ci si chiede perché mai sia stata tralasciata la Germania, la cui sociologia, dagli anni Venti, è stata la prima a indagare il fenomeno del lavoro indipendente. Anche nel volume che stiamo esaminando si sente questa mancanza.

2 In maniera più ampia queste considerazioni sono svolte nel mio intervento al Convegno di Venezia del 15 giugno 2012 “La riforma del mercato del lavoro: una prospettiva di crescita?”, organizzato dall’Università di Ca’ Foscari con il coordinamento del prof. Adalberto Perulli.

3 Una nuova ricerca del servizio studi di Confindustria, non ancora conclusa e di cui si conoscono i primi risultati, relativa a un campione consistente di imprese manifatturiere che in questi anni di crisi hanno continuato a crescere, ha messo in luce una tendenza accentuata alla re-internalizzazione delle competenze; v. A. Arrighetti, F. Traù, Far from the Madding Crowd. Sviluppo delle competenze e nuovi percorsi evolutivi delle imprese italiane, in “L’Industria”, n. 1, gennaio-marzo 2012.

4 D.Banfi, S. Bologna, “Vita da freelance. I lavoratori della conoscenza e il loro futuro”, Milano 2011.

5 Una ricerca comparata sul terziario avanzato nelle provincie di Roma e Milano su dati dei Centri per l’Impiego relativi a 16 codici Ateco, promossa dall’Osservatorio del Mercato del Lavoro dell’Assessorato al Lavoro della Provincia di Roma, consultabile sul sito http://www.provincia.roma.it/percorsitematici/lavoro-e-centri/aree-di-intervento/4655 e coordinata da chi scrive, fornisce alcuni elementi quantitativi al riguardo per gli anni 2009/2010/2011.

6 Rimando ancora al mio intervento a Venezia, cfr. nota n. 2.

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