Acta l'associazione dei freelance

Assenti al tavolo, ma foraggiatori della mensa

| 4 aprile 2012 | LETTO: 2.287 VOLTE | 3 COMMENTI | Autore: | SHORT URL |

Per noi che siamo elettori di sinistra, di destra e di centro, e cerchiamo da tempo, faticosamente e in prima persona, di costruire una rappresentanza efficace e degna di noi, che – si è già detto – non può coincidere con quella sindacale, vedersi ignorati persino dal governo dei tecnici è quasi paradossale.

Prima di tutto perché l'attuale governo tecnico è per definizione un governo transitorio, potremmo quasi dire occasionale. Ovvero risponde a una domanda temporanea e/o sussidiaria di competenze. Non ci serviamo forse, in questa particolare congiuntura, di un pool di professionisti dotati di professionalità particolari e selezionate, che ci conducano a determinati obiettivi? Possiamo forse additarlo come bizzarro parallelo della nostra stessa condizione professionale, almeno dal punto di vista della tipologia di prestazione, in rapporto a un determinato orizzonte di tempo.

Secondariamente perché da ministri non politicizzati ci si aspetterebbe, prima ancora che una mediazione di contrapposizioni ideologiche, una presenza globale, realistica, imparziale, prospettica, interprete della realtà. Una presenza che, se possibile, individui quali sono le forze del mercato del lavoro, le spinte concrete, e vi introduca delle leve positive, degli enzimi auspicabili. In pratica: ciò a cui si tende, ciò che già empiricamente funziona, andrebbe ancor più incentivato e reso plausibile, e semmai ribilanciato sul fronte dei diritti, delle manchevolezze e ipocrisie (da parte dello stato, innanzitutto, prima ancora che delle imprese).

Il nostro è un caso, sono tanti casi, in cui lavoratori e committenti sono allineati, facendo convergere le proprie esigenze in modo simmetrico: il sistema produttivo richiede flessibilità, che noi offriamo. Volenti (gli autonomi “veri”) o reluttanti (i cosiddenti “finti”), noi questa flessibilità la offriamo. Purtroppo però non c'è ancora alcuna sincera intelligenza di questa situazione, che è empiricamente virtuosa, ma resta retrograda e fallimentare sul fronte dei diritti basilari. Intendo empiricamente virtuosa in senso lato, come funzione omeostatica a dispetto del patrimonio normativo di tutele. Non ha senso che chi si metta (o si trovi) a disposizione come autonomo – assumendosi in proprio i rischi delle fluttuazioni del mercato, nonché un pesantissimo fardello contributivo – sia la parte più fragile e più penalizzata del campo. E tantomeno avrebbe senso accanirsi a gravare su questa parte, pretendendo da lei fardelli ancora più pesanti (ipotesi rispetto alla quale saremmo pronti a opporci con ogni iniziativa possibile).

Sto ponendo un tema che sta ancora prima dell'individuazione delle false partite iva (tema per cui auspico tutte le più che legittime sedi e su cui ACTA, per sbrogliare qualche equivoco, ha già espresso alcune importanti considerazioni), e che si pone ancora prima della questione sull’art. 18. Voglio dire, per assurdo: se la condizione dei nuovi autonomi non fosse così penalizzante e discriminata, forse i lavoratori stessi che sono in condizione di farlo, per i ruoli che lo consentono, la assumerebbero più volentieri di propria iniziativa, senza subirla. Si tratterebbe di riconoscere loro finalmente, senza ipocrisie, una cittadinanza piena e paritetica rispetto a tutti gli altri lavoratori, storicamente riconosciuti. Non si risolverebbero così, come ricaduta positiva, una serie di altri problemi? Magari facendo in parte evaporare anche il tema della partita iva “subìta” o quello della flessibilità “cattiva”?

E invece si torna sempre lì: per avere diritti dovremmo essere subordinati. Come dice Dario Banfi, nella sua intervista di qualche settimana fa “Manifesto”:

Un riformismo reale dovrebbe invece sganciare i diritti dai vincoli della subordinazione.

Tutte le partite iva di nuova generazione sono attori forti quanto all'offerta di lavoro (i nostri numeri parlano chiaro, e c'è un rischio di stima al ribasso) e attori certi quanto alla contribuzione perché, lo ripetiamo, in qualità di fornitori delle imprese non hanno alcuna occasione di evasione. Sono tuttavia debolissimi quanto alla capacità di negoziazione, al sostegno da parte del welfare e al riconoscimento generale. Lavorano senza possibilità di una vera rivalsa contributiva sul committente, di cui spesso fungono da finanziatori liquidi, assumendosi un notevole carico amministrativo e burocratico, con un rientro previdenziale incerto e ridicolo, e un ritorno assistenzialistico finora quasi nullo.

Ritornando alla manovra. La condizione dei lavoratori a partita iva – che la si subisca, la si scelga o la si tolleri –  non può essere risolta per così dire “in contumacia”, senza il nostro apporto e contributo. Capiamo benissimo quanto sia difficile distinguere tra autonomi veri, finti, ordinistici, non ordinistici, giovani, seniores, necessari, flessibili, precari, monocommittenti, strutturati, parasubordinati, volontari o ricattati. Per questo decidiamo di devolvere una grossa quota di tempo – tempo volontario sottratto ad altro, non delegato, oserei dire tempo “civico” – per portare alla luce la nostra condizione, consapevolizzare i media e l'opinione pubblica, aggregare individualità separate e lontane, in una prospettiva anche internazionale, elaborare proposte e soluzioni, scongiurare vessazioni ulteriori e ulteriormente inibitorie.

Assenti al tavolo, ma foraggiatori della mensa. Così ci sentiamo noi, contribuenti della ricca Gestione Separata, autonomi troppo spesso classificati come residuali (non lo fate apposta, vero?), eppure così importanti nel sostegno contributivo e nella funzione assolta nel mercato del lavoro. Ma “separata”  è piuttosto la contrattazione, la formulazione di una riforma auspicabile, finché si determini senza di noi.

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