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Riforma e partite Iva, le nostre preoccupazioni aumentano

| 24 marzo 2012 | LETTO: 5.754 VOLTE | 16 COMMENTI | Autore: | SHORT URL |

Il testo del progetto di legge per la riforma del lavoro è cambiato, con grande preoccupazione di tutti noi.
Abbiamo ricevuto numerose mail che testimoniano uno stato di fibrillazione legato soprattutto a due aspetti:
1. I criteri per individuare i professionisti autonomi (che sembrano ora includere anche i professionisti con ordine) sono diventati molto rigidi e, se resteranno inalterati, potranno impedire la sopravvivenza professionale di molti di noi.
2. E’ previsto un aumento dei contributi previdenziali delle collaborazioni a progetto sino al 33% nel 2018. Si teme che la misura possa riguardare anche i professionisti autonomi, dal momento che nel passato l’evoluzione dei contributi si è sempre mossa contestualmente nei due ambiti.

Pubblichiamo la lettera di un professionista autonomo, indirizzata al Ministro, che evidenzia efficacemente i rischi della nuova norma.

Gentilissima Ministra Prof.ssa Fornero,
sono un consulente direzionale. Ho aperto la partita IVA nel 1997 desideroso di intraprendere la libera professione per fornire supporto alle aziende nelle aree del controllo qualità, dell’ambiente , della sicurezza sul lavoro e della responsabilità sociale.
Non ho mai voluto essere un dipendente e ho cercato da subito di costruirmi una base di clienti che mi consentisse di essere il datore di lavoro di me stesso.
Ebbene sì Gentilissima, faccio parte dei famosi iscritti alla Gestione Separata, confusi con i co.co.pro. (incredibile!!).
Il sottoscritto, invece, ha più di 15 aziende come clienti distribuiti nel territorio nazionale ed esercita la professione di lavoratore davvero autonomo.
Ho la “colpa” di non essere iscritto ad un ordine (perché non esiste un ordine dei consulenti direzionali). Sosteniamo contributi pesantissimi per la Gestione Separata (nessun autonomo arriverà a pagare il 33%!!!)
Con la Sua proposta Lei, mi perdoni Professoressa, sta invitando le aziende a non sottoscrivere contratti annuali con i lavoratori autonomi. Sta invitando, insomma , i miei clienti a non firmarmi più contratti!!!
Infatti, come si evince dal par. 2.7 del documento “ La riforma del mercato del lavoro in una prospettiva di crescita”: Sono introdotte norme rivolte a far presumere, salvo prova contraria (ferma restando, cioè, la possibilità del committente di provare che si tratti di lavoro genuinamente autonomo, il carattere coordinato e continuativo (e non autonomo ed occasionale) della collaborazione tutte le volte che essa duri complessivamente più di sei mesi nell’arco di un anno, da essa il collaboratore ricavi più del 75% dei corrispettivi (anche se fatturati a più soggetti riconducibili alla medesima attività imprenditoriale), e comporti la fruizione di una postazione di lavoro presso la sede istituzionale o le sedi operative del committente. Tali indici presuntivi possono essere utilizzati disgiuntamente nel corso delle attività di verifica.
Mi pare di capire che le aziende mie clienti (ovvero il committente che mi firma il contratto), dovendo provare che si tratti di lavoro genuinamente autonomo, poiché “….tali indici presuntivi possono essere utilizzati disgiuntamente nel corso delle attività di verifica” si guarderanno bene dal firmarmi contratti di oltre sei mesi.
Nonostante la mia sia una consulenza di carattere spiccatamente autonomo, perderò senz’altro delle consulenze, soprattutto quelle richiestemi dai miei clienti più importanti.
Perché un’azienda dovrebbe rischiare un’ispezione per dimostrare che io sono davvero autonomo? Alla faccia della flessibilità!!!!
Se le aziende committenti, mie clienti, subissero una verifica, emergerebbe che il sottoscritto:
1) Fornisce una consulenza che dura complessivamente più di sei mesi nell’arco di un anno (talvolta capita di fornire un servizio della durata di un anno),
2) Da essa il consulente direzionale non ricava più del 75% dei corrispettivi (ho più di 1 cliente grazie a Dio),
3) Il consulente direzionale non fruisce di una postazione di lavoro presso la sede istituzionale o le sedi operative del committente. Il mio posto di lavoro è il mio notebook con tanto di proiettore per la formazione e l’illustrazione dei progetti di consulenza.
Quindi, il punto 1 indica una posizione non compatibile con il lavoro autonomo, mentre la 2 e la 3 il contrario.
Ma perché le aziende dovrebbero firmarmi un contratto di consulenza con il rischio di incorrere in queste verifiche, visto e considerato che “(…..) tali indici presuntivi possono essere utilizzati disgiuntamente nel corso delle attività di verifica…” ????
Ho una famiglia (moglie e due figlie) e la mia professione, attualmente, è l’unico reddito che la può sostenere. Questo governo che tanto mi aveva ben impressionato ai suoi esordi, sta fornendo prova della distanza dal mondo reale.
Le partite IVA vere (e non pretestuose) sono vessate e la libera intrapresa soffocata!
Perché non ha invitato i rappresentanti delle libere professioni al tavolo delle riforme (per esempio ACTA: Associazione Consulenti Terziario Avanzato)?
Esistono solo la CGIL,CISL, UIL?
E noi? Non abbiamo diritti?
La prego, mi risponda!
In attesa di una Sua cortese replica, Le invio i miei migliori saluti
Alessandro Monti

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