Acta l'associazione dei freelance

Perché nessuno ascolta il popolo delle partite Iva?

| 25 marzo 2012 | LETTO: 2.836 VOLTE | 7 COMMENTI | Autore: | SHORT URL |

Sottoscriviamo in pieno l'invito rivolto da Dario Di Vico al Ministro Elsa Fornero affinchè dia ascolto alle associazioni che a vario titolo si occupano di lavoro professionale autonomo. L'appello è contenuto in una lettera aperta pubblicata in prima pagina sul Corriere della Sera di oggi 25 marzo 2012, in cui é riportato il nostro disagio rispetto ad una riforma che sembra non voler lasciare spazio al nuovo lavoro autonomo.

Si è costruita un’equazione tra lavoro professionale con partita iva e irregolari del mercato del lavoro e di conseguenza la terapia prevalente che è stata proposta è sembrata essere quella di far transitare queste figure verso il lavoro dipendente regolare. Quasi che l’universo del mondo del lavoro italiano potesse ancora una volta essere ricondotto a due tipologie esclusive, le imprese e i dipendenti. Da qui alla riproposizione dello schema che assegna la rappresentanza sociale tutta a Confindustria e sindacati confederali il passo è breve.
Accanto a molte finte partite Iva – è stato per primo il Corriere a parlare addirittura di una bolla del mercato del lavoro – esistono però persone che hanno scelto coscientemente il lavoro autonomo che poter usare il proprio tempo con modalità più flessibili, perché non amano le organizzazioni e le gerarchie, perché possono conciliare meglio professione e impegni di altro tipo , perché possono alternare a loro piacimento attività e formazione continua. Molti di costoro sono partite Iva monocommittenti perché magari sono impegnate su un progetto di ampio respiro e quindi totalizzante. Parecchi sono nativi digitali e stanno esplorando le nuove professioni del web. Parecchie sono donne. Se dovessimo applicare a loro gli schemi che si sentono ripetere in questi giorni si dovrebbe decidere d’imperio “tu sei una partita Iva finta, tu vera..”.
Questa tipologia di lavoro autonomo qualificato viene incontro alle esigenze di flessibilità e di specializzazione delle imprese tanto è vero che sta crescendo ovunque nei Paesi ad alta industrializzazione perché si muove in linea con le esigenze di modernizzazione delle economie avanzate e spesso costituisce il valore aggiunto della sfida competitiva che attende il made in Italy.
E proprio per questo complesso di motivi dovrebbe essere incoraggiato e sostenuto e non, come accade ora, gravato da un pesante regime fiscale e contributivo, cui non corrisponde alcuna (significativa) tutela.
Ma vengo al punto. E’ possibile che questo mondo in cui come abbiamo visto convivono sotto lo stesso regime fiscale (la partita Iva) il giovane inoccupato e il consulente cosmopolita non sia degno nemmeno di essere consultato quando si sta per varare una riforma del lavoro come quella che Lei, ministro, sta predisponendo? Le pare possibile che parlino a nome delle partite Iva i sindacalisti confederali che ovviamente leggono i mutamenti della società sempre in chiave di lavoro dipendente e quindi di allargamento del loro mercato della rappresentanza?

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