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Partite iva "finte": un problema vero da affrontare con attenzione

| 23 febbraio 2012 | LETTO: 3.490 VOLTE | NESSUN COMMENTO | Autore: | SHORT URL |

La riforma del lavoro ha l’obiettivo di contrastare la diffusione dei contratti temporanei entro il lavoro dipendente e l’abuso dei contratti autonomi, spesso utilizzati per obiettivi di risparmio più che per esigenze di flessibilità.
Le proposte in discussione si sono concentrate soprattutto sul primo punto e si differenziano su come affrontare lo spinoso tema dell’articolo 18 , mentre per quanto riguarda il contrasto alle finte partite Iva, l’approccio è molto simile. Qui non c’erano aspetti delicati, è stato individuato un criterio e … giù con l’accetta, senza alcuna attenzione alle conseguenze che le norme proposte possono provocare.
Indubbiamente il fenomeno delle finte partite iva esiste e la sua diffusione è legata alla totale deregulation di questa forma di lavoro: i costi contributivi e i rischi sono completamente a carico del lavoratore, che non fruisce di tariffe minime, ferie, tutele. Ed è un fenomeno che va contrastato e punito.
Siamo tutti d’accordo sull’obiettivo, ma occorre fare attenzione al modo. Perché si corre il rischio di danneggiare moltissimi lavoratori senza alcuna garanzia di contrastare efficacemente gli abusi. Un rischio concreto, legato anche alla scarsa conoscenza del lavoro autonomo dei diversi relatori e delle parti sociali consultate, tutti esperti di lavoro dipendente, non di lavoro autonomo.

Le ipotesi sul tavolo prevedono di distinguere i lavoratori autonomi “finti” - e in quanto tali bisognosi di tutele - da quelli veri, in grado di tutelarsi da soli. Come? Si è individuato, analogamente a quanto già sperimentato in Spagna, il concetto di economicamente dipendente: si presuppone che rientrino nella categoria dei finti-autonomi-bisognosi-di-tutele coloro che rispondono a due requisiti: 1) sono monomandatari e 2) hanno un reddito inferiore ai 30.000 euro (o 40.000 euro a seconda della proposta). Per gli economicamente dipendenti si propone l’assimilazione al lavoro dipendente.
Il criterio della monocommittenza è davvero così determinante?
Posso essere monomandatario perché lavoro su un progetto impegnativo che dura più anni, perché ho perso gli altri clienti (situazione non strana in questi anni di crisi), perché il mio committente è in grado di assicurarmi una quantità di lavoro consistente e non ho quindi bisogno di cercarne altri, perché mi servo di un intermediario, che mi risolve la parte commerciale, a fronte di una quota del guadagno, perché tendo ad accettare in via prioritaria le commesse di un cliente che paga meglio...
In tutti questi casi una norma come quella in programma sarebbe dannosa, anche se il mio fatturato superasse i 30.000 euro: il mio cliente potrebbe decidere di non voler correre rischi e rivolgersi ad un fornitore più strutturato. Il risultato è che molti monocommittenti, anche se realmente autonomi, resteranno senza lavoro.
Ma il rischio non riguarda solo chi lavora in una situazione di monocommittenza.
Proviamo ad assumere il punto di vista del committente. Sono un’azienda e ricorro abitualmente a servizi esterni per molti servizi avanzati che non sarebbe giustificato produrre in house. Prima di ogni incarico dovrei verificare di non essere il cliente prioritario del consulente a cui mi rivolgo, per non correre il rischio di doverlo assumere! Una complicazione che mi porterà molto probabilmente a scegliere fornitori strutturati in imprese e non freelancer. Una scelta più che comprensibile perché la possibilità che il consulente possa ricadere nella casistica sopra individuata è tutt’altro che remoto. Sulla base di quanto riportato dal secondo Rapporto sulla coesione sociale appena pubblicato il 78% dei professionisti autonomi iscritti alla gestione separata ha un reddito inferiore ai 25.000 euro! Se anche solo una parte dei committenti decidesse di ridurre i rischi rivolgendosi a società strutturate, ne deriverebbe una vera e propria mazzata (l’ennesima) per i professionisti autonomi.
D’altra parte la norma potrebbe completamente fallire l’obiettivo di ridurre gli abusi perché esistono ampie possibilità di aggiramento. Ad esempio con l’iscrizione al registro imprese (si diventerebbe imprese e non più lavoratori, ma la sostanza non cambierebbe) o attraverso accordi tra aziende per rendere i propri consulenti bi mandatari, o ancora ricorrendo all’intermediazione di cooperative di produzione lavoro, note per abusi ancora peggiori di quelli che si vogliono colpire.
In conclusione i criteri utilizzati non sono adeguati a riconoscere le finte partite Iva. Non a caso I giudici del lavoro hanno individuato anche altri requisiti per presumere l’esistenza di un vincolo di subordinazione in un rapporto di tipo professionale: orari stabiliti, pagamento ad ore, sottoposizione disciplinare, inserimento nell’attività produttiva aziendale etc. Allo stesso tempo, l’impostazione proposta elude il problema delle tutele per chi ha più committenti ma un reddito molto basso ed è perciò fortemente esposto ai rischi di malattia e disoccupazione ( il 45% dei professionisti con partita iva iscritte alla gestione separata ha reddito inferiore ai di 10.000 euro).
Come fare dunque?
Per quanto concerne gli abusi la strada inevitabile, come già sul fronte dell’evasione fiscale, é quella dei controlli e delle sanzioni. Uno dei motivi per cui in questi anni l’abuso è dilagato è la totale assenza di ogni rischio connesso. Il criterio della monocommittenza (anche sopra il limite dei 30.000 euro) potrebbe essere utilizzato come strumento per meglio mirare l’area degli accertamenti.
Per quanto riguarda invece il grande tema delle protezioni, è necessaria una nuova politica per il lavoro professionale autonomo.
Il punto di partenza dovrebbe essere il riconoscimento dello status di lavoratore anche per il lavoratore autonomo, per assicurare alcune tutele di base, quali il diritto del rispetto dei tempi di pagamento, il diritto di rivolgersi al tribunale del lavoro in caso di controversie, il diritto di prelazione in caso di fallimento del committente.
Serve quindi un mix di interventi di incentivazione e tutela, in coerenza con la leva fiscale. Allo stato attuale abbiamo una situazione contraddittoria. Da una parte si vuole incentivare il lavoro autonomo forte e eliminare quello debole, dall’altro lato le misure agevolative esistenti sul fronte fiscale (il regime dei minimi, sia nella vecchia che nella nuova versione) incoraggiano il lavoro autonomo solo se NON supera i 30.000 euro di fatturato e se NON prevede investimenti (massimo investimento 15.000 euro in 3 anni) ovvero se non è davvero autonomo (stando ai limiti di reddito che selezionerebbero il “vero” lavoro autonomo) e non è orientato alla crescita.
ACTA ha predisposto una proposta articolata che prende atto del fatto che tra i professionisti autonomi una parte è più sensibile al tema delle garanzie (“ho scelto di essere autonomo e indipendente, non di non avere tutele”) e una parte invece rivendica il diritto, riconosciuto agli altri lavoratori autonomi, di costruirsi il proprio sistema di sicurezze con assicurazioni, investimenti etc. Per essi prevediamo due diversi regimi. Per chi aspira a maggiori tutele proponiamo un regime più garantito che rimoduli i contributi previdenziali in modo da coprire adeguatamente anche malattia e disoccupazione, riduca il costo della contabilità e preveda un regime fiscale coerente e non depressivo (con un vincolo di fatturato decisamente più elevato, tra i 70 e i 90.000 euro). Per gli altri un regime con minori costi previdenziali, ma egualmente non vessatorio.

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