Acta l'associazione dei freelance

Non c’è riforma se non si riconosce il lavoro autonomo

| 2 febbraio 2012 | LETTO: 1.951 VOLTE | 3 COMMENTI | Autore: | SHORT URL |

Nel dibattito e nelle proposte di riforma del mercato del lavoro c’è un grande assente: il lavoro indipendente. Acta chiede di essere consultata per dare voce ai diritti di questa realtà che rappresenta un motore di sviluppo per tutto il Paese.

La flessibilità: il nodo strutturale.
L’obiettivo della riforma del lavoro in discussione è coniugare flessibilità e tutele.
La flessibilità del lavoro è un carattere intrinseco del postfordismo, dell'evoluzione delle tecniche e dei mercati. Una flessibilità che in Italia non è stata gestita o è sfuggita di mano. Si è sviluppato un mercato del lavoro parallelo, dominato dalla legge della domanda e dell’offerta, senza paletti e difese della parte debole (i lavoratori) e senza controlli degli evidenti abusi, talmente diffusi da non apparire più neppure tali. Non è oggi considerato scandaloso chiedere di lavorare con contratti che non offrono né prospettive di continuità e crescita, né tutele, né reddito.
Una situazione drammatica e insostenibile, su cui giustamente il Governo ha dichiarato di voler intervenire e su cui ha aperto un confronto con le parti sociali.

Le proposte: solo per il lavoro dipendente.
Sono sul tavolo diverse proposte di riforma, ciascuna con elementi interessanti, ma tutte ancora prigioniere dello schema fordista: grande impresa/ lavoro dipendente.
La riforma del mercato del lavoro non può essere affidata solo allo sviluppo dell'apprendistato (proposta unitaria dei sindacati) ad una riedizione riveduta e corretta del tempo indeterminato per tutti con un allungamento a 3 anni del “periodo di prova” (proposta Boeri-Garibaldi), o a un sistema di tutele che riguardi solo i lavoratori dipendenti o pseudo dipendenti (proposta Ichino).
Oltre agli aspetti contrattuali, alcune proposte affrontano il problema di carattere economico riguardante i livelli salariali di dipendenti pubblici e privati, che ha investito i lavoratori “precari”. La difficoltà, soprattutto per le fasce più scolarizzate, non è solo quella di una instabilità del rapporto di lavoro ma di retribuzioni di fatto che sono tra le più basse d’Europa e che consentono il mantenimento di una forza lavoro con bassi livelli di produttività e che esonerano l’impresa da effettuare investimenti di processo e d’innovazione tecnologica.
Il processo di riduzione dei redditi ha interessato di riflesso anche il lavoro indipendente e crea oggi milioni di working poor. Ciò richiederebbe l’istituzione di un compenso minimo garantito con valore universale (non solo per il lavoro dipendente) per tutti coloro che prestano le proprie ore di vita a terzi, anche autonomi, per arginare un degrado che, come si è visto in questi venti anni, il sistema di relazioni sociali vigente non è riuscito (o non ha voluto) impedire.

Il lavoro indipendente: un fattore di sviluppo.
La riforma del mercato del lavoro, nelle proposte che finora sono state rese note, ignora del tutto il lavoro indipendente, la sua esistenza, la sua attuale funzione nello sviluppo economico e nella società, le sue prospettive di sviluppo. Sono molte le ricerche che prevedono come il futuro del lavoro vedrà un allargamento della domanda di prestazioni di contingent work offerte da lavoratori indipendenti. Il sistema produttivo ha bisogno anche di lavoro autonomo professionale, che può dare alle aziende la possibilità di acquisire servizi specializzati senza organizzarne la produzione, solo quando effettivamente servono e potendo di volta in volta rivolgersi a quanto di meglio esiste sul mercato (un’azienda può aver bisogno di un piano organizzativo o di marketing o di un sito web, senza che ciò giustifichi un’assunzione, ma cercando di volta in volta la competenza più adatta). E d’altra parte il lavoro autonomo risponde alle aspettative di molti lavoratori che preferiscono organizzare la propria attività secondo tempi e modi coerenti e conciliabili con altri impegni e obiettivi (non a caso è una scelta di molte donne per conciliare lavoro e impegni familiari).
Occorre creare un contesto che non ostacoli ulteriormente lo sviluppo del lavoro autonomo, soprattutto nel suo segmento professionale, riconoscendo il valore aggiunto che esso reca alle imprese e le opportunità di esistenza agli individui.

Il contesto normativo: un freno penalizzante.
Il contesto normativo italiano da un lato penalizza il lavoro autonomo (specialmente quello professionale rivolto alle imprese e alla Pubblica Amministrazione) con la più alta imposizione fiscale e contributiva, dall’altro cerca di ricondurre il lavoro autonomo a forme di lavoro dipendente.
E’ necessaria un’inversione di rotta, con l’impostazione di politiche che scoraggino l’abuso della partita iva da parte dei committenti, ma anche che aiutino i lavoratori autonomi “genuini” a rafforzarsi come tali, non a diventare dipendenti.

Riconoscere la rappresentanza del lavoro indipendente.
L'incentivazione dell'apprendistato avviata dallo scorso governo e sostenuta dai sindacati, la semplificazione e l’estensione delle protezioni al lavoro dipendente, la riforma dello stage approvata l’estate scorsa (che si spera non venga stravolta dalle norme regionali), sono tutti elementi necessari. Ma occorre lasciare spazio anche al lavoro autonomo, attraverso la creazione di un sistema di incentivi e tutele (soprattutto per gli autonomi più fragili), nel rispetto delle caratteristiche di autonomia e flessibilità, entro uno schema nuovo, che non può essere la riproposizione di quello noto del lavoro dipendente. In caso contrario si rischia di complicare ulteriormente la vita degli autonomi, senza peraltro garantire l’eliminazione degli abusi.

Le misure proposte, l’aumento della contribuzione per gli autonomi monocommittenti con un reddito inferiore ai 30.000 o 40.000 euro l’anno (come nelle proposte di Boeri e Ichino), non vanno in questa direzione. Al contrario rischiano di rendere ancora più pesanti le condizioni dei lavoratori autonomi. I “veri” autonomi ne avrebbero un appesantimento burocratico e rischierebbero di restare esclusi. L’impresa committente cercherebbe di evitare ogni rischio di dover assumere un professionista autonomo, scegliendo concorrenti più strutturati ma non necessariamente in grado di fornire servizi migliori e migliori condizioni di lavoro ai lavoratori. I “finti” autonomi si troverebbero a scegliere tra il farsi carico degli aumenti contributivi (che a causa della loro debolezza non potranno mai scaricare sui committenti) e la ricerca di vie di fuga per sopravvivere. Tra le possibili alternative la costituzione di una impresa (anche con una semplice ditta individuale si può proseguire il lavoro in monocommittenza) , la ricerca di un altro committente fittizio, l’apertura di una partita iva all’estero, il lavoro occasionale, il lavoro nero…

Si stanno prendendo decisioni che avranno un impatto significativo su tutti i lavoratori, ma la consultazione è stata aperta solo al tradizionale mondo della rappresentanza che, sia dalla parte del lavoratore o dell’impresa, ha conoscenza ed esperienza solo del lavoro dipendente.
Acta chiede di poter portare il suo punto di vista e il suo contributo ad interventi che riguardino tutto il mondo del lavoro, con attenzione anche a quello più nuovo e meno rappresentato.

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