Acta l'associazione dei freelance

Freelance in Australia

| 21 novembre 2011 | LETTO: 10.545 VOLTE | NESSUN COMMENTO | Autore: | SHORT URL |

Sapete cosa potremmo fare se fossimo dieci volte tanti in Acta a pagare la quota associativa e se questa fosse dieci volte superiore (come potrebbe essere) e se potessimo non versare il 28% all’INPS ma in nostro fondo? Potremmo comprarci una piccola miniera di rame (le cui quotazioni continuano a salire) in Australia e garantirci non solo la nostra pensione ma la sopravvivenza nei periodi di inattività.
Sogni a parte ho fatto qualche indagine per cercare di capire come se la cavano qui i nostri omologhi professionali. Non è stato facile trovare le categorie di lavoratori “indipendenti” e alla fine sono riuscita a sapere che ci sono:
- Casual employee (assimilabili ai nostri cococo / cocopro), perlopiù giovani con diversi lavori. È una categoria in grande espansione e le ultime stime parlano di circa il 25% della popolazione lavorativa. Lavorano soprattutto nel commercio (bar, caffè, ristoranti)
- Freelance, che lavorano nei campi dei media e dell’arte
- Self-employers (come potremmo essere noi partite iva),
- Independent contractor (assimilabili agli artigiani).
Ho messo in subbuglio il dipartimento legale della Biblioteca di Stato perché mi fornisse informazioni sui diritti/ doveri delle diverse categorie ma non capivano la mie domande. Non se le sono mai poste. Mi hanno messo a disposizione libroni e riviste giuridiche e fotocopiato la loro nuova legge. Solo recentemente, infatti, è stato messo a punto un documento da parte del governo centrale chiamato “The National Employment - The NES provides entitlements in relation to hours of work, flexible working arrangements, parental leave, annual leave, personal leave, community service leave, long service leave, public holidays, notice of termination, and redundancy”.
Anche qui, comunque, se si parla di lavoro si intende lavoro dipendente con contratti a tempo indeterminato. Le categorie di cui sopra non rientrano nel NES ma ho potuto appurare che godono di diversi benefici, come la non obbligatorietà della contribuzione pensionistica (questa è facoltativa e caso mai si deduce dall’imponibile) e un sistema di tassazione non solo con una bassa aliquota (20%) ma che consente la deducibilità di molte voci di bilancio. Per i “casual employee” il datore di lavoro è obbligato a versare i contributi alla Superannuation (la pensione) per la durata del contratto lavorativo ma, quando il lavoratore termina, lo Stato gli restituisce tutta la somma inizialmente trattenuta. La logica è: se non ci sono i presupposti temporali per costituirti un fondo pensione non è giusto che tratteniamo i tuoi soldi…Proprio come da noi!
La materia “maternity leave” è applicata a tutte le categorie di lavoratrici/ori (per coloro che si prendano cura del baby) e il Medical care (protezione sanitaria di base) è assicurata a tutti i residenti permanenti (anche se non cittadini).

Qui ancora non avvertono motivi per proteste di piazza e, infatti, non sono riuscita a trovare un solo sito o un’associazione “protestante”. Tutta l’energia degli autonomi è rivolta al lavoro, anzi ai lavori: a come attivarsi per trovarne sempre di più e sempre meglio pagati o inventarsi il proprio small business. Il fatto è che qui, nonostante il calo dei consumi e la crisi strisciante, esiste ancora questa merce sempre più rara in Europa che si chiama “lavoro”, soprattutto nel settore primario (miniere e agricoltura) e nel terziario (commercio e servizi). Il manifatturiero di massa è delegato all’Asia e in Australia si sono tenuti solo le nicchie di mercato.
L’unica timida protesta che ho visto in città è di quei venti-trenta giovani che nella city sostano davanti alle banche e che sono più una rappresentanza degli “indignati” di tutto il mondo che una vera consapevolezza locale verso le nefandezze della finanza. Mi hanno però gioiosamente assicurato che, nel fine settimana, possono arrivare fino a 200 e che sono presenti, oltre che a Sidney, anche a Melbourne, Brisbane e Perth. Caspita!
Non è facile, però, stabilirsi in questo Paese e lo sanno bene i 60.000 ragazzi italiani con il visto working holiday per un anno e che tentano disperatamente di trovare uno sponsor per potere rimanere. D’altro canto qui pensano che per questo Paese 22.8 milioni di abitanti siano anche troppi.
Allora non ci resta che rimanere in Italia e investire qui, pensando a come fare per comprarci una bella miniera di rame o, se volete, ferro, zinco, nickel…
Love
Elsa

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