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Pensioni contributive adeguate? Solo propaganda

| 26 ottobre 2011 | LETTO: 2.353 VOLTE | 2 COMMENTI | Autore: | SHORT URL |

Il 10 ottobre é stato presentato uno studio sulle pensioni dal titolo eloquente “L’adeguatezza del sistema pensionistico contributivo” che mira a dimostrare la capacità del sistema contributivo di assicurare pensioni più che dignitose, con tassi di sostituzione (rapporto tra pensione e ultimo reddito da lavoro) del 70% se dipendenti, del 57% se parasubordinati. Una conclusione che smonta molte analisi precedenti, incluse probabilmente quelle a disposizione dell'INPS stesso, stando all'incauta dichiarazione  del suo Presidente Antonio Mastrapasqua ("se dovessimo dare la simulazione della pensione ai parasubordinati rischieremmo un sommovimento sociale").
Lo studio è di Stefano Patriarca, dell’Ufficio Ricerche e Studi dell’INPS, ma è presentato come contributo personale dell’autore, non come un elaborato INPS: infatti al margine riporta la scritta “le opinioni e le elaborazioni qui rappresentate costituiscono un contributo personale e possono non coincidere con le posizioni dell’Istituto e quindi non impegnano l’INPS”.
Un lavoro che è stato ampiamente commentato sulla stampa e citato per dimostrare che erano infondati gli allarmi lanciati da più parti. Ci siamo sentiti chiamati in causa perché da anni sosteniamo che il sistema contributivo sarà senz’altro utile a garantire la sostenibilità dell’INPS, ma non la nostra.
Ci siamo presi il tempo per analizzare con calma lo studio per capire come possa essere arrivato a tali conclusioni, ben consapevoli che fare previsioni é davvero complesso perché entrano in gioco moltissime variabili, spesso altamente incerte.

Sicuramente un primo calcolo lo si può fare sul passato, applicando il sistema contributivo alle pensioni retributive liquidate ora. Conosciamo tutti qualcuno che sta per andare in pensione o ci è appena andato, così che è possibile tentare un confronto. Un calcolo di questo tipo lo fa lo stesso autore in alcune slides con cui ha presentato i risultati della sua ricerca, anche se con differenti obiettivi. L’esempio è di un signore che va in pensione a 58,5 anni con 40 anni di contributi; la pensione retributiva che percepisce è di 2.031 euro mensili, quella che percepirebbe se fosse in regime contributivo è di 1.085 euro mensili. In sostanza il calcolo contributivo, applicato allo stesso montante, determina una pensione più bassa del 48,3%, il che significa che il tasso di sostituzione, che con il retributivo e 40 anni di versamenti pensionistici solitamente  è   pari all’80%, scenderebbe nel contributivo al 41,3%!

Ma veniamo alle analisi previsionali.

Il punto rilevante sono le ipotesi del modello. Vediamo sinteticamente le principali.

  1. L'andamento del PIL é una variabile chiave perché da essa dipende la rivalutazione dei contributi versati. Lo studio ipotizza che il PIL aumenti dell'1,5% medio annuo. Un’ipotesi (purtroppo) non realistica se si considera che dagli anni '50 in avanti il tasso di crescita del PIL è andato declinando e nell'ultimo decennio in media è cresciuto meno dello 0,3% l’anno (e le previsioni per i prossimi anni sono anche peggiori!).
  2. Le dinamiche di carriera prese in considerazione prevedono un andamento di crescita continua ad un tasso compreso tra il +3,05% e il +4,05%. Una crescita piatta (se consideriamo che l’inflazione prevista è del 2%) a partire da un reddito iniziale di 28.000 euro. L’ipotesi di reddito costante è quella più favorevole a garantire una sostituzione elevata, ma forse non la più realistica. Se consideriamo giovani che iniziano a lavorare con 800 euro al mese è ben sperabile che la loro retribuzione cresca più dell’1- 2% medio annuo al netto dell’inflazione, ma tutti gli anni di redditi bassi  (e di conseguenza di contributi bassi)  ridurranno il tasso di sostituzione assicurato dalla pensione.
  3. Nelle varie proiezioni si ipotizza che si inizi a lavorare abbastanza tardi e che si vada in pensione vicino ai 70 anni: in questo modo è possibile applicare coefficienti di trasformazione (che traducono l'insieme di contributi versati in pensione) più elevati di quelli applicati a 60 o 65 anni. In sostanza, a parità di anni di contribuzione, a 70 anni si percepirà una pensione più elevata che a 60 anni  perché la speranza di vita attesa è più bassa. E’ tautologico: se spostassimo ancora in avanti questo esercizio si potrebbe arrivare al punto che si smette di lavorare solo alla morte, rendendo inutile l’istituto stesso della pensione!
    Ma se invece uno iniziasse a lavorare a 23-24 anni, magari riscattando la laurea , i 40 anni di contributi sarebbero raggiunti prima dei 60 anni di età. Lo studio non considera questa ipotesi.
  4. Non sono chiare le ipotesi sull’andamento dei coefficienti di trasformazione, la cui revisione triennale, come dimostra quanto accaduto finora, fa crollare “ceteris paribus” gli importi delle pensioni.
  5. Solo incidentalmente si considera la discontinuità di reddito,  per sostenere che è un problema che esula dal sistema pensionistico. Ma il tema della discontinuità non può essere eluso o circoscritto a casi specifici perché sarà sempre più la norma, un curriculum tipicamente potrà contenere periodi di disoccupazione e di malattia non coperti da contribuzione, periodi dedicati alla cura dei figli… tutti elementi che incideranno pesantemente sul futuro pensionistico in un paese che non ha una assicurazione generalizzata della disoccupazione e della malattia e che non ha previsto l’introduzione di crediti pensionistici figurativi per i compiti di cura.

Conclusioni: lo studio, ben lontano dal fugare le nostre preoccupazioni, sembra abbia soprattutto lo scopo di tranquillizzare, dando un'interpretazione in "positivo" di numeri che in realtà sono drammatici. E intanto si sta facendo passare l’idea che l’innalzamento dell’età della pensione sia un modo per venire incontro alle nostre esigenze, un po’ come gli interventi a favore dei parasubordinati si concretizzavano in aumenti contributivi. In un momento davvero opportuno!

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