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| 12 settembre 2011 | LETTO: 1.613 VOLTE | 2 COMMENTI | Autore: | SHORT URL |

Il 7 settembre scorso il Corriere della Sera ha pubblicato un’interessante lettera del Professor Alberto Brambilla, già sottosegretario al Lavoro e attuale presidente del Nucleo di valutazione della spesa previdenziale (NVSP).

Come molti di noi ricorderanno, l’NVSP è costituito da un gruppo di esperti di previdenza che, per quanto riguarda noi lavoratori indipendenti iscritti alla Gestione Separata INPS, ha il compito di rivedere ogni tre anni
i coefficienti di trasformazione in rendita vitalizia del montante che abbiamo accumulato, in base ad alcune ipotesi di fondo che comprendono, fra le altre, la speranza di vita.

La lettera è   un appello alla presa di coscienza della situazione in cui versa il sistema pensionistico e delle conseguenze di scelte politiche fatte in passato che cominciano a produrre adesso i loro effetti negativi e che hanno comunque spinto  il Parlamento nel 1995, con l’approvazione della legge Dini, a dare un impulso al passaggio del sistema pensionistico dal calcolo delle pensioni con il metodo retributivo a quello con il metodo contributivo. La Gestione Separata INPS è il primo esperimento di fondo pensione dello Stato italiano che eroga pensioni calcolate con il metodo contributivo e i beneficiari ricevono  una rendita calcolata in base ai contributi effettivamente versati, opportunamente rivalutati. Diciamo che, riprendendo uno spunto di Romano Calvo in un commento a un mio precedente intervento, la Gestione Separata INPS è come un TFR, reddito differito che è accantonato nella vita lavorativa per essere erogato sotto forma di rendita vitalizia negli anni della pensione.

La drammaticità dell’appello è implicita nella scarsa sostenibilità del pagamento di pensioni calcolate con il metodo retributivo in quanto le stesse comportano, nel complesso, una spesa superiore ai contributi effettivamente versati dal lavoratore.  Questo deficit è finanziato dalla fiscalità generale, cioè dalle tasse che paghiamo ogni anno.

Vediamo cosa dice il professor Brambilla:

Sotto il profilo del bilancio previdenziale (rapporto fra contributi effettivamente incassati e prestazioni erogate) si evidenzia un crescente deficit che deve essere coperto dalla fiscalità generale: nel 2009 il sistema pensionistico pubblico, nonostante i numerosi interventi correttivi, ha presentato un deficit di circa 8,9 miliardi…

Andando avanti si legge:

Le aliquote di equilibrio teorico….cioè quanto dovremmo prelevare dai redditi dei lavoratori per pagare le prestazioni rivelano andamenti preoccupanti rispetto alle aliquote di versamento effettive: tra datore di lavoro e lavoratore, i dipendenti privati e pubblici versano il 33% della loro retribuzione annua lorda mentre per finanziare le prestazioni occorrerebbe prelevare il 46,6% e il 45,1% rispettivamente per i lavoratori dipendenti privati e pubblici. Per artigiani e commercianti l’aliquota per finanziare le prestazioni è pari rispettivamente al 30% e 20,02%, contro il 20% di aliquota di contribuzione.

 

Questi dati sono sufficienti a capire non solo l’entità ma anche la natura del problema.

Logica vuole, quindi, che per rimettere i conti a posto si intervenga sulle cause del deficit e uno degli interventi in tal senso sono le cosiddette finestre d’uscita.

Applicando le finestre d’uscita di 12 mesi alle pensioni, per esempio dei dipendenti, si ottiene l’effetto di diminuire le pensioni da erogare, allineando le stesse, almeno in parte, ai contributi versati con la riduzione dei trasferimenti dalla fiscalità generale.

Le cose cambiano radicalmente nel momento in cui l’intervento delle finestre si applica indiscriminatamente anche alle pensioni pagate con il metodo contributivo, visto che qui non c’è alcun deficit da colmare perché le pensioni sono in linea con i contributi. È evidente, quindi, che le finestre si traducono in una vera e propria patrimoniale – una tassa sui risparmi -  imposta ai lavoratori iscritti alla Gestione Separata.

Il calcolo è semplice.

Supponiamo che un lavoratore accumuli un montante di 200,000 euro e vada in pensione a 65 anni. Applicando il coefficiente di trasformazione in vigore dello 0,562%,   riceverà un importo mensile di 865 euro per 13 mensilità all’anno. Se va in pensione invece con la finestra di 18 mesi, il nostro lavoratore riceve 16.435 euro in meno (865 x 19), ricevendo a tutti gli effetti 183.582 euro anziché i 200.000 versati e pagando una vera e propria patrimoniale dell’8,2%. Per dare un’idea delle proporzioni, si pensi agli strepiti che si levano quando sui giornali si calcola, per esempio, che una finanziaria costa a una famiglia 500 euro all’anno.

A me sembra ovvio che, per parafrasare Obama in una requisitoria contro i responsabili della crisi finanziaria,  fra coloro che hanno permesso di introdurre le finestre per la Gestione Separata “Someone was asleep at the wheel”.

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