Acta l'associazione dei freelance

La questione lavoro

| 26 settembre 2011 | LETTO: 1.142 VOLTE | NESSUN COMMENTO | Autore: | SHORT URL |

Negli USA Obama sta tentando il tutto per tutto presentando l’American Job Act, un vero e proprio piano per l’occupazione da 450 miliardi di dollari (negli States il tasso di disoccupazione è al 9%), con agevolazioni fiscali per le imprese che assumono creando nuovi posti di lavoro, assunzioni nei settori delle costruzioni e dell’educazione e altro. Il piano Usa per il fenomeno della disoccupazione, potrebbe servire per la crescita economica Italia? Dove la previsione è non più dello 0,7% di crescita economica per il 2012?
Se il governo italiano ricorresse a interventi mirati nell’immediato futuro sarebbe in grado di migliorare le stime sulla crescita economica Italia ed Europa 2011-2012? Domanda difficile, bisognerebbe rivolgerla a qualche premio Nobel.
La massiccia perdita di posti di lavoro nel triennio 2008-2010, quindi le misure di contrasto alla disoccupazione, continuano a impegnare i diversi governi planetari. Sarà per questo fatto che il Nobel per l’economia nel 2010 è andato a tre personalità che si sono distinte per i loro studi sul mercato del lavoro: a causa della crisi economica la disoccupazione a livello globale coinvolge 210 milioni di persone (Fonte Fmi).
La Reale accademia delle scienze svedese ha premiato gli americani Peter Diamond e Dale Mortensen e il britannico-cipriota Christopher Pissarides. Il lavoro dei tre economisti ha permesso di capire meglio perché quando l’offerta di nuovi lavori è alta la percentuale di persone disoccupate talvolta non si riduce. La domanda dalla quale l’Accademia partiva era infatti questa: perché nonostante le nuove opportunità di lavoro ci sono così tanti disoccupati? Cosa può fare la politica per ridurre il tasso di disoccupazione? E le risposte sono arrivate con le analisi dei tre, utilizzate anche per studiare nuove politiche economiche per stimolare l’occupazione e per valutare l’andamento del mercato del lavoro. Diamond, Mortensen e Pissarides hanno elaborato alcuni modelli economici per comprendere come avvengono le frizioni nei mercati, così da comprendere meglio le dinamiche che causano la disoccupazione, la disponibilità di nuovi lavori, l’andamento dei mercati e le fluttuazioni nelle paghe. Le loro analisi hanno, per esempio, dimostrato che i sussidi di disoccupazione possono aumentare le frizioni e dunque rendere più lunga e onerosa la ricerca di un nuovo lavoro. Insomma, tanto più sono generosi tanto più possono portare a disoccupazione e tempi più lunghi nella ricerca di un’occupazione.
Interessante.

Ma di quale lavoro si parla negli studi economici e nelle agende governative?

Come sappiamo, ad esempio, il tema della riforma degli ammortizzatori sociali (in Italia conosciamo bene la cassa integrazione) è al centro del dibattito politico e culturale. Ma è un tema parziale.
Anzi, in Italia, ancora più parzialmente, si parla solo di Fiat.
Il Sindacato sembra continuare ad avere in mente solo questa realtà e di articolo 18 e salvaguardia dei diritti acquisiti. E chi i diritti non li ha mai avuti? E il resto del lavoro? E il lavoro autonomo? In quale agenda è finito? Come si rilancia? E per noi free-lance? Quali misure per incrementare e incentivare la produzione e l’esportazione di servizi legati alla conoscenza?
Agli italiani viene ripetuto quotidianamente che per rispettare i parametri impostici dalla UE e ripianare il debito pubblico si dovrà rivedere il Welfare State e allora, paradossalmente forse c’è una speranza.
Scrive Dario Banfi:

…I freelance stanno portando un vento nuovo nel mondo del lavoro e di concepire le tutele. Sono esclusi ex lege dalle protezioni sociali, da malattia pagata, coperture da infortuni, sussidi di disoccupazione, casse integrazioni di ogni genere. Neppure la Protezione Civile ci tirerebbe fuori dalle macerie. Ma è forse è proprio per questo che possiamo giocare fuori ruolo nei processi di integrazione che si rendono oggi necessari per passare dal puro Welfare State, oramai al collasso, alla Welfare Society ovvero verso quei meccanismi sussidiari, mutualistici di compensazione…

Che sia in questo momento di totale collasso quello in cui potrebbero volerci ascoltare? Cose da dire e proposte concrete da portare avanti ne avremmo.

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