Acta l'associazione dei freelance

Non solo benefici dall’allungamento dell’attività lavorativa

| 21 agosto 2011 | LETTO: 1.631 VOLTE | NESSUN COMMENTO | Autore: | SHORT URL |

Un articolo di Elsa Fornero, recentemente pubblicato su Il Sole 24Ore ("Contributivo, la vera soluzione"), relativo alle modalità di calcolo delle future pensioni, offre lo spunto per una breve – e certamente non esaustiva - riflessione sul tema. In sintesi, la Fornero sostiene la necessità, sia in considerazione dell’improcrastinabilità del risanamento dei conti pubblici sia per evitare lo scarico sulle giovani generazioni di un “debito” previdenziale contratto da - e favore di – quelle che le hanno precedute, del passaggio generalizzato, già a partire dall’inizio del 2012, al sistema contributivo del calcolo della pensione per tutti i lavoratori attualmente in attività: passaggio che, a suo dire, restituirebbe “flessibilità alle persone nella scelta del pensionamento” e le ripagherebbe, attraverso un aumento dell’importo dell’assegno pensionistico, del sacrificio compiuto. Al riguardo si può osservare quanto segue:

  •  gli iscritti alla gestione separata INPS, che sono stati immotivatamente discriminati rispetto ai dipendenti con l’esclusione da qualsiasi forma di valorizzazione previdenziale degli anni lavorati precedentemente alla riforma Dini del 1995, dovrebbero accogliere con il massimo favore tale proposta, che avrebbe l’effetto di ristabilire la parità, almeno in questo campo, tra tutti i lavoratori. Tuttavia, poiché è sempre bene evitare di ragionare con “la bava alla bocca” - come invece non di rado succede, per esempio, quando gli autonomi vengono bollati in blocco come evasori fiscali “a prescindere” - non si può evitare di guardare con un certa perplessità all’introduzione, senza nemmeno un minimo periodo di “preparazione”, di un cambiamento delle regole del gioco dalle pesantissime ripercussioni in termini economici per gli interessati. Più ragionevole – ed equo - sarebbe che la data del 31 dicembre 1995 segnasse uno spartiacque rispetto al passato non tanto, come previsto dalla norma oggi in vigore, nella situazione dei dipendenti in relazione al fatto che all’epoca avessero o meno maturato 18 anni di contribuzione, quanto invece nel passaggio per tutti i lavoratori, dipendenti e non, dal metodo retributivo a quello contributivo dei contributi versati rispettivamente prima e dopo la suindicata data;
  •  l’allungamento della vita lavorativa, e quindi il posticipo dell’età della quiescenza - sia esso volontario o reso obbligatorio per legge, magari surrettiziamente come è avvenuto con l’introduzione delle “finestre” previdenziali, che ritardano di 12 mesi per i dipendenti e, “ovviamente”, di 18 mesi per gli autonomi il momento dell’effettivo percepimento dell’assegno pensionistico - non è affatto immune da seri problemi e non irrilevanti controindicazioni come sembrerebbe invece prefigurarsi nell’articolo della Fornero. In primo luogo va naturalmente notato che la possibilità di proseguire a lavorare oltre una certa età non è affatto scontata: se già le liste di disoccupazione pullulano di cinquantenni, è facile immaginare quanto sia facile mantenere il proprio lavoro o addirittura trovarne uno nuovo tra i sessanta ed i settant’anni. E ciò vale anche per i lavoratori autonomi (soprattutto per quelli che forniscono servizi professionali alle imprese) i quali, oltre a rischiare di avere, nel migliore dei casi, opportunità lavorative soltanto marginali, possono anche essere chiamati a giustificare all’amministrazione fiscale l’esiguità delle proprie entrate dichiarate: per questo, oltre che abolire le assurde ed inique finestre, sarebbe necessario che, almeno a partire dall’età di 65 anni, venisse esclusa l’applicazione degli studi di settore (uno strumento di controllo già in sé quantomeno discutibile). In secondo luogo, se è vero che, nell’ambito del sistema contributivo, nella medesima tabella dei coefficienti di trasformazione del montante dei contributi versati, quello previsto per chi chiede la pensione per esempio a 67 anni è maggiore del coefficiente stabilito relativamente a chi lo fa 63 anni, è altrettanto vero che tale vantaggio rischia di essere annullato o fortemente ridotto dalla periodica e sempre più frequente revisione, in senso fortemente peggiorativo per l’assicurato, delle tabelle stesse dei coefficienti. Sarebbe quindi assai opportuno, oltre che la revisione delle tabelle fosse effettuata in modo più trasparente di quanto avviene oggi, che gli effetti di tale peggioramento venissero sterilizzati attraverso il riferimento alla tabella in vigore al momento del compimento dei 65 anni anche nel caso in cui la richiesta della pensione fosse presentata in anni successivi. Per inciso si può osservare che, in attesa del futuro innalzamento dell’età pensionabile, l’attuale tabella dei coefficienti della gestione separata INPS non prevede coefficienti oltre i 65 anni e che quindi, da un lato, per gli iscritti a tale gestione non c’è possibilità di decidere di rimandare il percepimento (finestre a parte) della pensione, dall’altro lato i contributi versati da chi continua a lavorare oltre i 65 anni e quindi a versare contributi all’INPS, sono valorizzati con l’utilizzo di un coefficiente inferiore a quello che dovrebbe essere in effetti applicato.

La conclusione, forse banale ma invitabile, è che quello previdenziale è un campo minato, dove qualsiasi passo compiuto senza un’adeguata valutazione di tutti gli aspetti in gioco rischia di fare esplodere nuove situazioni di disagio e ingiustizia - in aggiunta a quelle, assai gravi, già oggi esistenti.

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