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Ipotesi di manovra. La lettera di un socio Acta

In funzione dei vari articoli apparsi, vorrei esprimere alcune osservazioni:

1. Contributo di solidarietà: non voglio entrare nel merito politico di questa ulteriore tassazione, bensì soffermarmi su quanto sostenuto da Maria Rosa Gheido in “La prima casa entra nel reddito” (Il sole 24 ore del 14 agosto).
Alle sue osservazioni precise e puntuali, vorrei aggiungere che la differenza tra Reddito complessivo e Reddito imponibile non deve soffermarsi solo sulla prima casa, bensì deve contemplare anche gli aspetti contributivi che diversificano i vari contribuenti in modo molto pesante come indicato nella tabella sottostante:

  • Pensionati Contributi a proprio carico = 0%
  • Dipendenti Contributi a proprio carico = 9% circa
  • Artigiani/commercianti Contributi a proprio carico = 19% circa
  • Parasubordinati senza IVA Contributi a proprio carico = 9% circa
  • Gestione separata con IVA Contributi a proprio carico = 27% circa
  • Partite IVA minime Reddito non cumulabile con eventuale pensione e/o stipendio

Ecco quindi una vera giungla che penalizza più o meno i lavoratori in funzione della propria attività.
Pertanto, per equità, tale contributo dovrebbe essere calcolato sul Reddito imponibile e non sul Reddito complessivo.

2. Aumento dell’IVA: Non voglio indagare sull’opportunità pro o contro bensì fare una semplice osservazione tecnica sul consumatore finale. Esempio: un aumento dell’ 1% che azione avrebbe sul costo finale della tazzina del caffè o altri beni i cui prezzi dovrebbero cambiare di un solo centesimo di Euro? L’impatto sarebbe di un adeguamento molto più significativo (la nostra storia passata è d’insegnamento).

3. Riforma pensioni: si sta parlando con veemenza e con alzata di scudi sulla modifica dell’età pensionabile (anzianità) e del relativo calcolo (retributivo/contributivo); la stessa forza s’era vista alcuni anni fa per la trasformazione del gradone in gradini.
Non voglio entrare nell’attuale problematica che prevede analisi profonde e schive da pregiudizi, bensì mi sto chiedendo dov’erano tutte queste voci nel ’95 (riforma Dini) quando, repentinamente, s’è passati per la pensione di vecchiaia da 55/60 a 60/65
(Donne/Uomini) penalizzando donne e lavoratori precoci degli anni sessanta e settanta (età media inizio lavoro 15 anni) senza adottare criteri un po’ più morbidi come avvenuto in altri paesi europei.
Dov’erano tutte queste voci quando l’Onorevole Maroni (2004) ha eliminato la possibilità della pensione di vecchiaia contributiva anticipata che teneva conto in minima parte dell’anomania sopra descritta; decisione non corretta dal successivo Governo Prodi che ha pensato solo alla trasformazione “gradone” in “gradini”?
Parlo di penalizzazione nei confronti delle donne che, dopo anni di lavoro dipendente, hanno privilegiato la famiglia e per essa si sono ulteriormente sacrificate.
Parlo dei lavoratori precoci che, sacrificandosi tra lavoro dipendente e scuola serale, hanno effettuato un passo importante scegliendo un lavoro autonomo non supportato da alcuna cassa previdenziale ed ora definiti lavoratori atipici con o senza partita IVA.
Lavoratori successivamente (’96) inseriti nella neonata gestione separata INPS.
Tutti lavoratori/lavoratrici e sono tanti che, forse, potranno avere l’agognata pensione dopo 45/50 anni di lavoro e 5/10 anni di scuola serale.
Ecco, quindi, un pensiero che dovrebbe far ripensare ai diritti persi di coloro che con dignità ed abnegazione hanno fatto scelte diverse dalla quotidianità permettendo al nostro Paese di evolvere e raggiungere posizioni da altri invidiate.
Smettiamo di considerare l’età lavorativa solo come età contributiva ma rivalutiamo la vera fatica e la vera forza d’animo veri motori per il progresso di noi tutti.

Luigi Daghetti

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1 Commenti

  1. nonhocapito

    mi scusi ma non ci ho capito niente…

    24 Ago 2011

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