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Trasformare il regime dei minimi, ma non solo a favore dell'avvio dei giovani

| 3 luglio 2011 | LETTO: 8.385 VOLTE | 13 COMMENTI | Autore: | SHORT URL |

Una delle misure della manovra che colpirà maggiormente i professionisti autonomi è la restrizione del regime forfetario dei contribuenti minimi ai giovani con meno di 35 anni e senza precedenti esperienze autonome. Una misura che potrà avere un impatto decisamente positivo per il bilancio statale, se si considera che:

  • i contribuenti minimi sono molto numerosi, ben 627.322 (4-5 volte più di quanto rilevato nei precedenti regimi agevolati “di successo”)
  • circa il 70% ha più di 35 anni e quindi l'area di esclusione è molto ampia.

Come abbiamo più volte sottolineato in questo sito, è un regime che ha anche conseguenze inique o inopportune, sicuramente da migliorare o sostituire, ma non da eliminare tout court, soprattutto in un periodo già così difficile.


Provo a riassumerne i punti principali.
Il regime dei contribuenti minimi comporta:

  • l’ applicazione di un’imposta sostitutiva IRPEF e addizionali nella misura del 20%,
  • una notevole semplificazione burocratica, con la possibilità di evitare anche la spesa del commercialista,
  • l’esenzione dall’IRAP e dall’IVA,
  • l’esclusione dagli studi di settore.

I principali svantaggi del regime sono invece:

  • l’impossibilità a detrarre l’IVA sugli acquisti,
  • la non applicabilità delle detrazioni IRPEF previste per il lavoro autonomo (per la no tax area),
  • l’indetraibilità dal reddito tassato con l’imposta sostitutiva degli “oneri detraibili”, ovvero interessi sui mutui, spese mediche e altri oneri come i figli a carico, e di quelli indeducibili, come i versamenti ad un fondo pensione ed altri.

Perché è iniquo o inopportuno?

  • Perché è molto più conveniente per i chi ha altri redditi (da dipendente, pensione o rendita), che non solo fruisce di un vantaggio fiscale molto più consistente (l’applicazione di una cedolare secca del 20% al reddito autonomo aggiuntivo evita la cumulabilità di più redditi), ma anche della possibilità di mantenere sul primo reddito la deducibilità di mutuo, figli etc.
  • Perché favorisce i lavoratori autonomi con elevate possibilità di evasione. Agisce infatti come una minimum tax che evita gli studi di settore.
  • Al contrario non è conveniente per chi ha esclusivamente redditi da autonomo, non evade ed ha un imponibile molto basso (grosso modo inferiore ai 20.000 euro l’anno) oppure ha significativi oneri legati a figli, spese mediche e mutui. In questi casi se si fanno un po’ di calcoli si scopre che con il regime dei minimi l’imposta pagata è spesso superiore a quella dovuta in regime ordinario.Infine il limite dei 30.000 può rappresentare un disincentivo alla crescita dei redditi, soprattutto nelle situazioni di partita iva finta, dove fornisce un alibi per non aumentare i compensi (non ti conviene guadagnare qualche migliaia di euro in più, usciresti dal regime agevolato e dovresti pagare più tasse!).

Perché tuttavia non vogliamo che sia abolito?
Sono almeno due le ragioni.

La prima ragione è che è  un regime “tarato” per il lavoro professionale (incluse le “false partite iva”) perchè è specificamente rivolto ad attività che comportano bassi investimenti (uno dei vincoli all’accesso è non aver superato i 15.000 euro di investimenti negli ultimi 3 anni) e perchè non è limitato ai primi anni di attività, recependo quindi che non si tratta di imprese con difficoltà nella fase di start up, ma di lavori spesso marginali che faticano a sopravvivere.
Ed infatti vi ha aderito oltre il 30% dei professionisti del terziario alle imprese (attività professionali, scientifiche e tecniche e servizi di informazione e comunicazione), contro una media del 14,8% calcolata sul restante lavoro autonomo imprenditoriale (elaborazioni su dati del Ministero delle Finanze, “Analisi dei dati IRPEF_anno d'imposta 2009”).
I motivi di tanto successo non sono solo nello sconto fiscale, ma anche nella semplificazione degli adempimenti e nell’esenzione dagli studi di settore, un vero e proprio incubo per chi trovandosi in grave difficoltà non solo non ha diritto ad ammortizzatori sociali, ma deve anche difendersi dalla presunzione di evasione fiscale.

La seconda ragione è che risponde ad un'esigenza molto pressante dei professionisti autonomi, l'esigenza di una “compensazione” rispetto ad un’imposizione fiscale elevatissima, decisamente più elevata che per le altre categorie di lavoratori, ai limiti della sostenibilità per chi non evade (per onestà o per impossibilità). Rispetto ai dipendenti godono di minori detrazioni per le fasce di reddito più basse (no tax area) e nell’area previdenziale assistenziale; inoltre sono ancora obbligati, in mancanza di una legislazione chiara, al pagamento dell’Irap, senza dimenticare la spada di Damocle degli studi di settore. Rispetto ad altre categorie di autonomi sono invece penalizzati da un sistema di costi deducibili che non consente di recuperare integralmente e/o in tempi adeguati i costi fondamentali tipici per le proprie attività (formazione, telefonia, tecnologia, non certo capannoni o macchinari!).

Il Governo potrebbe comunque realizzare importantissimi risparmi introducendo alcune varianti:

  • il massimale di reddito dovrebbe considerare l’imponibile totale di un contribuente e non solo i redditi da autonomo. Uno studio del Ministero delle Finanze (I contribuenti minimi: caratteristiche fiscali e socio-economiche) segnala che ben il 68% dei contribuenti minimi ha altre fonti reddituali!
  • l’IVA potrebbe essere reintrodotta, ma con un unico pagamento annuale per mantenere una contabilità semplificata.

Infine l'agevolazione potrebbe diventare uno strumento di stimolo alla crescita (e non un blocco), attraverso la creazione di un’area intermedia sopra i 30.000 euro di imponibile, che ammorbidisca il passaggio tra il regime agevolato e quello ordinario (prevedendo ad esempio una aliquota più alta per il reddito eccedente il massimale, ma mantenendo le altre caratteristiche del regime agevolato).

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