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Il lavoro nero è meglio dello stage

| 23 giugno 2011 | LETTO: 4.124 VOLTE | 8 COMMENTI | Autore: | SHORT URL |

E’ quanto ho sostenuto ad un convegno Unipol su giovani e welfare la settimana scorsa, riferendomi allo stage extracurriculare (effettuato dopo il completamento del percorso formativo) , suscitando un certo sconcerto nel pubblico.

Penso che la mia affermazione sia stata considerata politicamente scorretta. 

Siamo abituati a dare per scontato che il lavoro nero sia il peggio del peggio, senza soffermarci sull’analisi della situazione a cui siamo giunti oggi. Proviamo a lasciare da parte gli schemi consolidati e osserviamo la realtà con disincanto.

Quale vantaggio lo stage assicura in più del lavoro nero? Il pagamento dell’assicurazione INAIL contro gli infortuni sul lavoro. Quale invece il  vantaggio del lavoro nero? Il fatto che è pagato. E allora è così insensato sostenere che è meglio essere pagati piuttosto che essere assicurati INAIL? Soprattutto se consideriamo i lavori per cui tipicamente è proposto lo stage, ovvero lavori di ufficio, in cui il rischio di infortunio è davvero limitato. Ben maggiori sono i rischi di malattia e di gravidanza,  non coperti dallo stage.

Si può obiettare che lo stage è un percorso formativo. Nei fatti non è così. Lo stage non impone alcun obbligo di formazione, mentre esistono altri  contratti appositamente predisposti a questo scopo (l’apprendistato ad esempio), che presuppongono vincoli formativi e un inquadramento contrattuale che garantisce reddito e tutele.

Certo c’è stage e stage,  non sono tutti uguali, però a ben vedere nascondono sempre un abuso, peggio un abuso legale, consentito dalla legge.

Nell’ipotesi “buona” lo stage è utilizzato per allungare il periodo di prova, considerato troppo breve. Ma che bisogno c’è, dal momento che esiste un’ampia gamma di lavori dipendenti a termine e di contratti di inserimento che ben si prestano a questo scopo? Un’altra scusa per uno stage non pagato è che un ragazzo quando esce dall’università o dalla scuola secondaria non è ancora pronto ad essere davvero operativo, quindi inizialmente costa più di quanto rende. E’ sempre stato così.  Un’impresa che vuole crescere o anche solo sopravvivere deve investire, anticipare delle spese, e gli investimenti, nella cosiddetta economia della conoscenza,  dovrebbero riguardare le persone, ancor più del capitale fisico.  E questa è l’ipotesi “buona”, tutto sommato un piccolo abuso.

Esiste però un’ipotesi “cattiva”, in cui l’abuso diventa davvero grave.  In questo caso lo stage è solo un modo per sfruttare manodopera qualificata a costo zero, senza offrire alcuna prospettiva reale di inserimento lavorativo,  facendo leva sulla disperazione  di tanti giovani (o anche non più giovani), pronti a tutto pur di uscire dalla disoccupazione.

Con una lettura d’insieme, lo stage rappresenta  l’ultimo passaggio di un percorso denominato “di flessibilizzazione”,  ma che nella realtà delinea una spirale di svalorizzazione di tutto il lavoro.

All’inizio c’è stato il boom del lavoro a tempo determinato, magari reiterato all’infinito, spesso con interruzioni in corrispondenza delle ferie estive e natalizie per consentire qualche apprezzabile risparmio. Poi sono state scoperte le collaborazioni: i costi indiretti erano più bassi, si poteva garantire un netto mensile uguale a quello di un dipendente con un onere decisamente più basso (niente ferie e tredicesime, nessun ticket restaurant, nessun  onere in caso di malattia e gravidanza… ). I costi previdenziali sono aumentati, ma si è scoperto (forse con una certa meraviglia iniziale anche da parte del datore di lavoro) che non esistevano dei minimi contributivi e  che si poteva pagare di meno, mantenendo inalterato il vantaggio. Meglio ancora la partita iva, anche quando non corrisponde ad un lavoro davvero autonomo:  si risparmia sul consulente del lavoro (nessun cedolino paga) e si possono ignorare i costi previdenziali. Ma l’optimum è lo stage,  in cui anche il rimborso spese di qualche centinaia di euro è lasciato alla magnanimità del datore di lavoro.

Insomma, la flessibilità da sola non basta (non a caso l’interinale dopo un iniziale esplosione si è ridimensionato),  neppure quando è una flessibilità senza limiti e a senso unico (verso le esigenze del committente). Il lavoro deve anche costare di meno, sempre meno, perché c’è la concorrenza internazionale, se parliamo di imprese, e perché il bilancio nazionale è in rosso, se parliamo di Pubblica Amministrazione. Una corsa al ribasso senza futuro, che non potrà permettere di uscire dalla crisi e che determina un peggioramento generalizzato della qualità della vita di tutti noi, nella doppia veste di lavoratori sempre meno pagati e di utenti di servizi sempre peggiori (la qualità ha un prezzo!).

Per contrastare tutto questo occorre riportare l’attenzione sul reddito e sul valore del lavoro, a partite dallo stage.   Per il nostro diritto un lavoro è tale solo se è pagato, la realtà ha troppo spesso smentito questo principio, che va recuperato.

Ma non, come si dice da più parti, obbligando ad un rimborso spese. Sarebbe un modo per istituzionalizzarlo. Al contrario, un primo passo per risalire la spirale negativa di cui sopra dovrebbe essere l'abolizione dello stage extracurriculare.

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