Acta l'associazione dei freelance

A tu per tu con Mastrapasqua

| 9 maggio 2011 | LETTO: 2.095 VOLTE | 7 COMMENTI | Autore: | SHORT URL |

Le pensioni contributive saranno pensioni povere, spesso molto povere. Il passaggio al contributivo ha fortemente ridotto il rapporto di sostituzione pensione/reddito ed in Italia la riduzione è stata più accentuata rispetto alla media europea. A peggiorare ulteriormente le prospettive contribuiscono la bassa crescita economica che dura ormai da un decennio, la frammentarietà dei percorsi lavorativi, l’assenza di misure universalistiche a copertura delle situazioni di non lavoro e, infine, il non decollo della previdenza complementare, soprattutto tra chi non è dipendente.
Di questo futuro di povertà c’è piena consapevolezza nei giovani, seppure spesso disinformati sul funzionamento del sistema pensionistico. Una consapevolezza accompagnata da una diffusa sfiducia nell’INPS e da uno scarso orientamento al riscatto pensionistico degli anni di laurea.
E’ quanto emerge da due ricerche realizzate da Comunità&Impresa , discusse in un incontro all’Università Statale di Milano a cui sono stata invitata in rappresentanza di Acta (presenti i docenti Alberto Martinelli, Maurizio Ferrera e Matteo Jessoula, il Presidente dell’INPS Antonio Mastrapasqua e Dario Di Vico del Corriere).

Il confronto è stato franco e vivace ed è davvero apprezzabile la disponibilità con cui il Presidente dell’INPS ha accettato una discussione pubblica e non la classica toccata e fuga senza contraddittorio a cui troppi esponenti delle istituzioni ci hanno ormai abituato.
I diversi interventi hanno richiamato tanti punti che insieme costituiscono un vero e proprio cahier de doléances sul sistema pensionistico pubblico e che forniscono piena giustificazione alla diffidenza espressa dai giovani intervistati.
Il primo rilievo è che nell’impianto attuale non vige più alcun principio di solidarietà. Le difficoltà legate al non lavoro, per disoccupazione (il 70% dei disoccupati non hanno contribuzione pensionistica), per attività di cura familiari (in Italia non ci sono i “crediti di cura”) o anche per malattia se non si è dipendenti, si rifletteranno pesantemente sulla pensione percepita, con conseguenze particolarmente pesanti per le donne.
Come è stato osservato, vige una solidarietà al contrario: i “contributivi” sono tartassati per pagare pensioni elevate ai “retributivi”, che spesso hanno versato ben poco. Quanto avviene con la Gestione Separata ne è la prova. Il suo attivo (oltre 8 miliardi di euro l’anno attualmente, destinati secondo stime INPS a diventare 17-18 miliardi negli anni ’30) è utilizzato per coprire i disavanzi di gestioni che sono state eccessivamente generose (artigiani, commercianti, dirigenti…) e non accantonati per migliorare la situazione pensionistica dei propri iscritti, che si preannuncia disastrosa. Analogamente, gli iscritti alla Gestione Separata sono tenuti a versare lo 0,72% del reddito per la tutela della gravidanza e della malattia, ma ricevono in cambio prestazioni così irrisorie (solo lo 0,33% è restituito ai contribuenti) che anche su questo l’INPS riesce a realizzare un notevole attivo, ugualmente dirottato sui “privilegiati”.
Un’altra furbizia, sempre ai danni dei più deboli, ha contribuito al miglioramento del bilancio INPS. Se dal punto di vista complessivo le gestioni INPS sono dei vasi comunicanti (l’attivo di alcune gestioni compensa il passivo di altre), per il singolo contribuente sono dei compartimenti semi-stagni. Chi ha versato su più gestioni deve pagare per poter riunificare i diversi montanti sotto un’unica gestione e perde i contributi versati se non ha raggiunto un certo numero di anni (3 per la gestione separata).
Il secondo rilievo, forse ancora più grave perché tale da poter far esplodere un vero e proprio sommovimento sociale, è che non conviene versare soldi all’INPS.
Certamente non conviene a chi, a causa di percorsi frammentari e redditi bassi , potrà arrivare ad una pensione analoga a quella sociale. Tanto vale prendere la pensione sociale senza aver mai versato nulla.
Ma non conviene neppure a chi potrà riuscire a garantire versamenti regolari e consistenti. Come emerge da un’analisi Acta (“Penalizzati per legge. Un piano pensione pubblico molto più oneroso di uno privato”), realizzata sugli iscritti alla gestione separata ma valida per tutto il sistema contributivo, il rendimento INPS è fortemente penalizzante sia nel rendimento sia nella tassazione. Infatti:
o La rivalutazione è bassa, inadeguata a garantire il mantenimento del potere d’acquisto ed inferiore a quanto ottenibile sul mercato. Ad esempio nel periodo 1998-2003 l’INPS ha rivalutato nominalmente il capitale versato del 31,54%, mentre assicurazioni private hanno superato il 50%.
o La rivalutazione si calcola non a partire dal momento in cui si versano i contributi, ma dalla fine dell’anno (il 90% dei contributi viene versato prima: tra giugno e novembre, solo il 10% a giugno dell’anno successivo) . Ovvero prestiamo soldi all’INPS a tasso zero.
o Si deve aspettare 18 mesi (12 se dipendenti) prima di incassare una pensione, ed essa sarà tassata secondo l’aliquota marginale del percipiente (al minimo il 23%), mentre una pensione integrativa è tassata al massimo al 15%.
o I trattamenti che saranno liquidati saranno rivalutati unicamente all’inflazione, una misura accettabile per i privilegiati del retributivo, ma non per i contributivi, per i quali dovrebbe operare un meccanismo analogo a quello di mercato.
In sostanza sempre più lavoratori si chiedono se abbia senso versare all’INPS e si ingegnano a trovare il modo di evadere o eludere. Non stupisce quindi la sempre maggiore diffusione del lavoro nero, confermata anche dai dati delle ricerche presentate, che possono fornire una diversa ipotesi interpretativa al fenomeno dei giovani definiti neet: l’Istat ha stimato circa 2 milioni di giovani che non lavorano e che non studiano, siamo sicuri che non si tratti in gran parte di lavoratori in nero? Così come non stupisce che un numero sempre maggiore di lavoratori autonomi senza possibilità di evasione si ingegni a trovare il modo di pagare meno contributi o di non pagarli affatto ( attraverso la costituzione di società in accomandita, l’uso improprio del diritto d’autore, l’apertura di una partita iva all’estero etc)
Infine, contribuisce ad accrescere la sfiducia nell’INPS la non trasparenza. Solo da pochi mesi si parla apertamente di bomba pensionistica, avvalorando l’impressione che si sia cercato in tutti i modi di mantenere tutti all’oscuro del futuro che ci attende. E stiamo ancora aspettando, sull’esempio di quanto accade da tempo nei paesi scandinavi,che l’INPS provveda all’invio della famosa busta arancione con cui fornire ad ogni contribuente proiezioni aggiornate sulla pensione futura.
Quali sono state le risposte del Presidente dell’INPS?
Mastrapasqua ha ricordato che il nuovo impianto risponde a un’esigenza di sostenibilità di bilancio, ma certo sono necessari alcuni interventi di “manutenzione”.Ha sottolineato che su molte questioni le decisioni non sono amministrative, bensì politiche e sono definite in accordo con le parti sociali.
E’ entrato poi su alcune questioni specifiche:
• sulla ricongiunzione e totalizzazione c’era stata una legge nel 2007,rivelatasi insufficiente ed il Ministro Sacconi ha dichiarato che provvederà a breve.
• La copertura della disoccupazione è affidata alla casa integrazione, e il diritto alla CIG lo si acquisisce solo pagando, ma ha ammesso che la cassa in deroga, pagata dalla fiscalità generale, non è stata concessa ai lavoratori postfordisti.
• Il travaso di fondi dalla gestione separata ad altre gestioni sarebbe solo un prestito, puntualmente contabilizzato, ma non è dato di sapere se,quando e come tale prestito sarà restituito.
• Sulla busta arancione il Presidente INPS ha rivendicato l’importanza e la novità dell’operazione di trasparenza compiuta rendendo possibile a ogni contribuente la verifica del proprio montante pensionistico (verifica effettuata da oltre 7 milioni di iscritti su un totale di 22 milioni). Egli ritiene che non ci siano ancora le condizioni per fornire delle proiezioni perché entrano in gioco troppe variabili e sottolinea la pericolosità di fornire stime che poi non fossero rispettate, in quanto originerebbe una valanga di ricorsi.
Nessun commento , infine, in merito alla non convenienza dell’investimento pensionistico, ma solo la considerazione che davvero non è auspicabile che i giovani fuggano dai versamenti previdenziali ed è preoccupante che solo 26.000 laureati su 300.000 aventi diritto abbiano chiesto il riscatto pensionistico della laurea.
In definitiva c’è piena conferma della gravità del problema, così come c’è piena conferma che non si stia facendo abbastanza per affrontarlo prima che sia troppo tardi. Il presupposto base di un sistema di ripartizione, in cui i contributi versati vanno a pagare gli attuali pensionati, è che ci sia la fiducia di poter ottenere una pensione adeguata quando verrà il proprio turno. Siamo sempre di più ad aver perso completamente questa fiducia. Come è stato sottolineato nell’incontro, non si può solo cercare di invitare ad evitare allarmismi, gli allarmismi potranno essere evitati solo se ci saranno azioni che indicheranno chiaramente che si sta provvedendo ad affrontare la situazione, senza ulteriori ritardi. L’unico intervento previsto (o meglio annunciato) è sul fronte della totalizzazione, ma sarebbe solo un pannicello caldo.

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