Acta l'associazione dei freelance

Precari ed autonomi a Milano

| 13 aprile 2011 | LETTO: 2.863 VOLTE | 5 COMMENTI | Autore: | SHORT URL |

Per circa 10 anni la giornata milanese del primo maggio ha offerto un curioso spettacolo. Al mattino la manifestazione ufficiale dei tre sindacati confederali e delle autorità che, secondo notizie di stampa, non raccoglieva più di 5/6 mila persone. Al pomeriggio il corteo della May Day Parade con decine di migliaia di giovani, in certi anni si era parlato di 200 mila persone. San Precario lo avevano inventato loro. Era la rappresentazione fisica di due mondi incomunicabili: i sindacati disposti a difendere solo la forza lavoro che gode delle tutele tradizionali, impenetrabili alle esigenze del nuovo mondo del lavoro, i giovani che non chiedevano lavoro stabile e assicurato ma reddito di cittadinanza o qualcosa che potesse contribuire a rendere meno rischiosa la precarietà, considerata un fatto acquisito e irreversibile.

Alla manifestazione del 9 aprile di sabato scorso la grande massa di questi giovani che avevano inventato la May Day Parade non c’era. C’erano le liste che sostengono Pisapia, i giovani entusiasti che quelle liste sostengono, quasi tutti precari ovviamente, c’era un po’ di CGIL e alcune iniziative civiche. Erano lì nel quadro delle elezioni comunali, un’occasione per Milano di risvegliarsi un po’.

Perché?
Secondo la mia opinione per capirlo occorre fare mente locale a quel che è accaduto nel frattempo. Allo spirito originario di quello che è stato chiamato “il precariato giovanile”, ricco di fantasia, anarco-situazionista, ecologista radicale, vicino al movimento hacker, del tutto estraneo ai modi ed ai simboli sia della sinistra che della politica in generale, si è pian piano contrapposto il vecchio armamentario comunista, sono riapparse le vecchie tendenze e movenze degli Anni Settanta che il superamento del precariato lo vedono magari nell’assunzione generalizzata (dei dipendenti pubblici o degli enti pubblici). Vecchi fantasmi, zombies il cui unico scopo è quello di soffocare la fresca creatività di un movimento di gente senza illusioni sul proprio futuro, che era nato proprio dalla latitanza della sinistra sulla questione del lavoro. La May Day Parade (non per caso fu scelto un nome ironico) era nata da ragazzi degli istituti tecnici e professionali più che da studenti universitari, cioè da gente che in genere va a lavorare subito, come mia figlia, per esempio.

Mia figlia fa un mestiere artistico che una volta era riservato solo ai maschi, ha una vera passione per la sua professione, ha avuto delle belle soddisfazioni, ma non sa se domani o la settimana prossima lavorerà o meno, benché abbia da tempo passato la trentina. E’ ovvio quindi che il problema del precariato lo abbiamo “dentro”, nelle nostre famiglie, anche noi che del lavoro intermittente abbiamo fatto una professione. Faccio fatica quindi ad essere d’accordo con quei soci che dicono “noi autonomi siamo diversi e non ce ne frega niente dei precari”. Ma non mi convince nemmeno l’idea che ACTA debba aderire a tutte le iniziative in cui si parla di “lotta al precariato”. Non tanto perché i problemi dei lavoratori autonomi sono diversi. Quanto perché, come accade spesso in questo paese, dopo aver ignorato il problema per anni, improvvisamente se ne fa una merce mediatica e lì dentro i discorsi si confondono o servono solo ad uso di rappresentazione, il loro contenuto politico si stempera in semplificazioni sfocate e il risultato finale è zero.

Un interessante articolo di un critico letterario elencava di recente le opere di narrativa di giovani autori italiani nelle quali il protagonista o i protagonisti sono i “giovani senza futuro”, i “precari a vita”. Sono una quantità sorprendente, e lo stesso si può dire delle opere di giovani registi! Il “precario” sta diventando ormai uno stereotipo, una maschera di questa sconcertante commedia italiana, una marionetta che qualunque burattinaio può manovrare a piacere. Aver conquistato un posto nello spazio pubblico, una maggiore evidenza mediatica, assai più dei freelance, non ha finora portato a risultati concreti. Perciò sono più dell’idea che il terreno su cui ACTA debba muoversi non sia tanto quello della solidarietà ma quello del rigore e della lucidità mentale. Quando si parla di lavoro oggi è assai più complicato di 30 anni fa. Rigore significa specificare e delimitare le singole problematiche delle diverse realtà professionali, evitare la superficialità e la confusione, individuare obbiettivi specifici e la strada per arrivarci. Bene o male ACTA ha dimostrato di saperlo fare per i lavoratori indipendenti, dove non c’era da fare chiarezza nei confronti di zombies con vecchi simboli al collo ma nei confronti di signori intrappolati nella vecchia ideologia del professionalismo ottocentesco. Mettere a disposizione questo metodo per chi, giovanissimo o quarantenne, si attiva per migliorare la sua posizione nei confronti del problema del lavoro, potrebbe almeno evitare che un movimento, nato spontaneamente per reagire a scelte politiche irresponsabili, finisca sotto il controllo di quegli stessi che hanno firmato quelle scelte. Magari nel frattempo alcuni di costoro si sono pentiti e vorrebbero rimediare. Il prezzo però non sono certo loro a pagarlo ma i nostri figli.

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