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Essere e non essere. Proposta di antiglossario

Cos’è che fai, tu, di preciso?
– Il redattore
L’arredatore?

Vai a spiegarti. Già definirsi è difficile, ma lo è ancora di più quando hai a che fare con una professione intellettuale. Diventa poi impossibile se oggetto del tuo lavoro è un bene in via di estinzione (i libri). Fattispecie a parte, sarebbe bello – deposta la pretesa di catalogarsi, laddove il catalogo non ti prevede – almeno provare a dire chi NON sono gli autonomi con Partita IVA. Se facciamo fatica a dire chi siamo e pure vorremmo affermarlo – ed è paradossale che più ci moltiplichiamo, e quanto più varie sono le competenze di cui via via disponiamo, tanto meno risultiamo classificabili –, proviamo almeno a ricorrere a definizioni per esclusione, che possano fornire un primo orientamento di massima. Ebbene, chi non siamo?

Non siamo evasori fiscali.Perché non lavoriamo con il privato, bensì con clienti che necessitano di una fattura esibita. In altre parole: chiunque ci considera privilegiati rispetto a chi riceve una busta paga, già decurtata delle tasse, provi a immaginare cosa significhi non avere alcun mensile garantito, e dover pagare qualcuno per farselo decurtare dalle tasse. Non ce l’ho con i commercialisti, ce l’ho proprio con il Fisco. Per il quale, tra l’altro, l’aspettativa ideale è più forte della realtà: si pensi al meccanismo degli Studi di Settore, secondo cui se lavori poco (per qualsiasi motivo), oppure tanto ma a tariffe imbarazzanti, non risulti senz’altro credibile. Come a dire: sei vergognosamente sotto la media, ma almeno quanto a gettito vedi di corrispondere alle aspettative.

Non siamo necessariamente indice di vitalità, per il solo fatto di esistere. O meglio: rischiamo di finire nelle statistiche in voce positiva ad alimentare falsi ottimismi, a prescindere dalla condizione in cui versiamo e operiamo. Mi riferisco al fatto che quando si calcola l’ammontare delle partite Iva in Italia, ad ancora pochi viene in mente che si tratta di un grande calderone indistinto e omnicomprensivo di identità fiscali e giuridiche alquanto diverse. Che hanno una sola cosa in comune, ovvero l’applicabilità del regime Iva e, per contro, tanti statuti e condizioni differenti. A prescindere, naturalmente, dalla questione imbarazzante e troppo spesso elusa, se sia applicabile il regime Iva a un neolaureato che si presta a lavorare 8/10 ore per un unico committente, in regime de facto di subordinazione.

Non siamo imprenditori, né commercianti, né artigiani. E non abbiamo un’organizzazione articolata, che disponga di consistenti beni strumentali e faccia ricorso a dipendenti. Per farla breve, e assumendo un tono un tantino incattivito: non abbiamo una struttura che giustifichi il pagamento dell’IRAP. Lavoriamo muovendoci nell’intorno di una soglia ben poco tracciabile tra privato e professione (con lo “studio” in soggiorno, per intenderci). Non a caso siamo tra i principali fautori delle occasioni di coworking, belle iniziative dove condividere spazio e servizi, arrangiarsi con piccole economie di scala, e creare opportunità e relazioni, non solo professionali. In pratica: dove esercitare concentrazione e confronto tra simili, a spese condivise.

Non siamo una classe facilmente “nominabile”, perché nessuno di noi appartiene a un ordine o albo. E questo cosa comporta, al di là del fatto elegante che siamo homines novi non corporativi? Che ci siamo dovuti iscrivere alla Gestione Separata, finanziando un welfare altrui (ben venga la solidarietà, soprattutto in tempi di calamità naturali o economiche; ma che venga almeno resa trasparente, e magari redistribuita); che non abbiamo una professionalità riconosciuta, né una visibilità sociale; e tanto meno possiamo additare un tariffario minimo di riferimento, che ci tuteli nella trattative con i nostri clienti/committenti, notoriamente più forti di noi. Siamo insomma in balia di un potere contrattuale svuotato di qualsiasi prerogativa favorevole.

Non siamo disoccupati. Anche quando, ahimè, non lavoriamo. Dunque non rientriamo nelle statistiche della disoccupazione, o nelle liste di mobilità. Né tanto meno ci spettano sussidi di integrazione quando il lavoro manca (per qualsiasi motivo, più o meno spiacevole, più o meno forzoso). Abbiamo un lavoro discontinuo, intermittente, che subisce le oscillazioni del mercato e risente della concorrenza degli juniores (nella peggiore delle ipotesi gli stagisti, nostri sfortunati fratelli minori quando non, letteralmente, figli).

Non siamo impiegati. Per una serie di scelte e motivazioni private, più o meno indotte; a motivo della fortissima terzializzazione del mercato, e del ricorso massiccio all’outsourcing; ma anche e soprattutto per la tipologia del nostro lavoro (su commessa e ad alta specializzazione), siamo consapevoli di essere “fornitori”. E trattiamo con interlocutori che non chiamiamo “datori di lavoro” (almeno non a stretto rigor di termini), bensì “clienti” o “committenti” (io per esempio preferisco questo secondo termine, più vicino al mondo della commissione artistica). Con tutte le differenze che questo comporta, ovvero che il lavoro ce lo dobbiamo procurare, e siamo contenti quando ci viene assegnato. Salvo che poi, raso ogni potere contrattuale, e rasi pure i budget, e rasa infine la liquidità, i nostri clienti ci pagano: a) poco; b) sempre meno; c) quando va bene a babbo morto. E noi assumiamo la veste non richiesta e ampiamente abusata di finanziatori gratuiti; noi, a nostra volta non liquidi e scoperti su mille fronti. Quando poi il cliente malauguratamente fallisce, allora non ci sono più, come si suol dire, neanche i santi in paradiso: finiamo in coda alla lista (non siamo tra i cosiddetti creditori privilegiati).

Non siamo precari. O meglio, lo siamo quanto tutti gli altri, nella misura in cui si riconduca il termine alla sua giusta e purtroppo gravosa dimensione: epocale, antropologica, generazionale. La dimensione di una sostanza che si fa sempre più volubile e volatile. Complici le rivoluzioni, le bolle e recessioni del mercato. Complice una societas sempre meno granitica, garantita e ferma, e viceversa sempre più flessibile e fallibile. Questo non per dirla in termini negativi, ma per smetterla di applicare definizioni che non ci connotano nello specifico. E anche per evitare che si applichi uno schema rigido a ciò che per necessità e contingenza è di fatto divenuto dinamico, talvolta anche drammaticamente.

Non siamo atipici. Non lo eravano prima, lo siamo ancor meno oggi. Anzi, ci piacerebbe persino insinuare un semplice dubbio: non sarebbe forse tempo di ridefinire i confini di questa tanto celebrata tipicità? O almeno di estenderli? Credo valga per tanti ambiti; ma se altrove, poniamo, entrano in gioco altri fattori e resistenze, nel mondo del lavoro uno schietto realismo sarebbe certo più responsabile e urgente. Ma viviamo ahimè un’epoca bifronte, in cui vige il presente, e legifera il passato.

Non siamo lavoratori. Lo so, questa voce è tremenda; e la posso concepire solo, evidentemente, in termini provocatorii. Non lo siamo finché una certa opinione pubblica ci presume favoriti (in cosa e da chi, non ci è affatto chiaro), e ci discosta da sé; finché le istituzioni e la politica fingono di ignorarci; finché non ci è riconosciuta visibilità e cittadinanza in una moderna ed estesa concezione di welfare, che finalmente ammetta e corregga – quanto meno in termini di prestazioni – la sproporzione cui siamo obbligati.

Non siamo inoperosi, indolenti o inerti, e per questo ci armiamo di pazienza e ci autorappresentiamo. Qualcuno ha ancora il coraggio di far finta che non ci siamo?

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3 Commenti

  1. Manuel N.

    Comincio a chiedermi chi ce lo fa fare…

    4 Feb 2011
  2. Dilva

    “Qualcuno ha ancora il coraggio di far finta che non ci siamo?”. Purtroppo sì.

    5 Feb 2011
  3. Manuel B.

    “Qualcuno ha ancora il coraggio di far finta che non ci siamo?”
    No no, sanno benissimo che ci siamo, lo sanno le aziende che ci strozzano sulle tariffe, lo sa l’inps che gode della gestione separata, lo sanno i “sindacati” a cui facciamo un gran comodo per sollazzare i loro iscritti con pensioni che molti non si sono meritati, neanche fossimo paperon de paperoni, lo sa il ministero delle finanze, perchè se tutti dovessimo fare uno “sciopero delle tasse” scommettiamo che si “accorgerebbero” subito che ci siamo e che dobbiamo pagare? Secondo me siamo noi che non ci rendiamo conto che ci siamo, nel senso numerico, siamo tanti ma nella nostra socetà il “divide et impera” funziona a meraviglia contro di noi, perchè in fin dei conti, fra di noi siamo concorrenti e questo viene sfruttato per tenerci divisi e farci contare meno di un tappo di sugero…

    5 Apr 2011

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