Acta l'associazione dei freelance

Un’Agorà partecipata. Pulsa in Triennale il cuore di ACTA

| 14 gennaio 2011 | LETTO: 2.173 VOLTE | 2 COMMENTI | Autore: | SHORT URL |

Che i lavoratori autonomi avessero una certa inclinazione alla flessibilità, era indubbio. Ce l’hanno per costituzione, prima ancora che per necessità. Ma che fossero persino disposti a cimentarsi come attori, no, questo non era affatto scontato. Si abbuoni pure che la sceneggiatura era tra le più familiari possibili: i professionisti attori (non viceversa...) si sono esposti, in fondo, a recitare il consueto copione quotidiano. Il copione con cui ciascun “autonomo della conoscenza” è abituato, fuor di metafora, a fare regolarmente i conti; e in cui è stato davvero difficile non riconoscersi. Così ovvio per noi (mi ci identifico, evidentemente), così poco evidente alle istituzioni e ai media; vien quasi il sospetto che sia spesso un’ignoranza tutt’altro che ingenua o incolpevole. Ma un po’ di audience questa volta l’abbiamo fatta.

Complice lo spazio prestigioso della Triennale (il cui direttore, Andrea Cancellato, ci rinnova a fine serata l’ospitalità per future iniziative e incontri), complice la bravura della regista (la tenace e coraggiosa Marcela Serli, artista e drammaturga tutt’altro che nuova all’impegno civile e sociale), quella di ieri è stata una serata vibrante, intensa e partecipata. Al termine della quale tante voci hanno manifestato le proprie impressioni e osservazioni critiche, in un susseguirsi disteso e civile, che era l’espressione stessa di un insieme eterogeneo per natura – dove confluiscono professionisti diversi quanto a settore, competenze, anzianità, vissuto, consapevolezza, punto di vista. Un campionario affollato e numericamente in crescita, che auspica e merita diritto di rappresentanza.
E per rappresentarci, ACTA si mette in scena nel consueto registro ironico che aveva già caratterizzato altre analoghe iniziative pubbliche. Registro ironico e non vittimistico – perché siamo abituati a reggerci sulle nostre gambe (guai, infatti, a infortunarle).

A chi viene il dubbio che si tratti di una rivendicazione ingiustificata, a fronte della stretta drammatica che attanaglia molti “subordinati” in questi giorni (penso ovviamente al caso Mirafiori, quale che sia l’opinione di ciascuno, da protagonista o spettatore), risponde alla fine Sergio Bologna, alzando il profilo della questione: in questo scenario mondiale profondamente riorganizzato, ciò che è auspicabile – ed evidentemente manca – è un dibattito organico, che non si concentri su questa o quella categoria, viste come contrapposte, ma prenda piuttosto in considerazione il lavoro tout court, in tutte le sue forme, intese come parti di uno stesso complicato e dinamico insieme. Come sono d’accordo, penso io, e quanto sono determinata ad approfittare, in senso positivo, di questo serio lavoro di ricerca. Per cominciare, mi agevola il bell’opuscolo che ieri è stato generosamente regalato a tutti i partecipanti: la versione tascabile del Manifesto dei lavoratori autonomi di seconda generazione.

Ricapitolando, in sintesi: cuore flessibile, passione tetragona, alto profilo. Questo ieri ho visto e sentito; in questo, continuamente e ostinatamente, mi voglio riconoscere. Ero partita parlando in qualità di spettatrice (anzi, nel singolare ruolo di “spettatrice protagonista”); ora voglio finire scrivendo da socia. Con una conclusione, mi rendo conto, molto venale e concreta. Ieri me ne sono tornata a casa tutt’altro che esultante, non bastandomi il male comune a imbastire un benché minimo gaudio, nuovamente ribadita la consapevolezza che è ancora tanto il lavoro da fare, e non ammette sconti. Ma sono rientrata con una solida e schietta certezza: i 50 euro della quota (l’equivalente di due serate in pizzeria) sono francamente spesi bene. Non solo perché ACTA mi rappresenta e mi dà visibilità, lavorando faticosamente per colmare un vuoto abissale e inaccettabile; ma per come sceglie di farlo. In modo non gerarchico e non strettamente corporativo, fidandosi del surplus di energia dei propri soci. Quello stesso surplus che ritengo, orgogliosamente, la nostra cifra connotativa, abituati a destreggiarci tra mille complicazioni e nessuna contropartita.

Se è vero, come ha detto Anna Soru, che “L’Associazione va dove vanno i suoi soci”, io mi auguro – colgo e sottolineo la sua coraggiosa provocazione – che arrivi dritta dove deve arrivare.

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