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Volantinare alle happy hours

| 12 dicembre 2010 | LETTO: 1.610 VOLTE | 2 COMMENTI | Autore: | SHORT URL |

Testo dell'intervento al convegno internazionale "LAVORO IN FRANTUMI. Vita, lavoro e conflitto sociale nell’orizzonte del capitalismo biopolitico", organizzato da CIDOSPEL (Dipartimento di Sociologia dell’Università di Bologna) a Bologna il 25 novembre 2010.

Molti luoghi comuni e modi di pensare ostacolano oggi la ricostruzione di un sistema di pensiero del lavoro postfordista. Le mie osservazioni riguardano in particolare l’Italia. Cosa intendiamo per sistema di pensiero? Non una filosofia o una Weltanschauung generale, ma semplicemente un “punto di vista”, un angolo visuale.

Il primo luogo comune che, a mio avviso, produce un effetto di paralisi e di deformazione della realtà può essere riassunto nella frase: “Lo Stato italiano ha una Costituzione, essa è il punto di riferimento anche dei diritti dei lavoratori. L’avvento di Berlusconi ha alterato l’equilibrio istituzionale, si tratta di ristabilire la legalità”.
In effetti la Costituzione non è mai stata formalmente abrogata o alterata nei suoi principi fondamentali, ma alcuni di quei principi, es. il lavoro come fondamento dell’ordine repubblicano, sono stati esautorati nei fatti nel periodo 1992/1993, quando è avvenuto un vero e proprio cambio di regime. E’ cambiata la costituzione materiale del Paese con le privatizzazioni e sono cambiati i sistemi di relazione industriale. E’ cambiata la borghesia capitalista, è cambiato il ruolo del sindacato, il lavoro non è più il centro dell’ordinamento repubblicano. Non si insiste mai abbastanza su questo punto: si è trattato di un cambio di regime, che ha due precedenti storici nel Novecento: l’avvento del fascismo e la nascita della repubblica.

La peculiarità della democrazia italiana era data dall’esistenza di un tessuto di società civile organizzata a livello territoriale, che costituiva sia una forma, seppur blanda, di società parallela, sia un sistema di vigilanza sui permanenti tentativi di far retrocedere i livelli raggiunti dalla nostra democrazia. Era il grande retaggio della Resistenza e dell’antifascismo, costituita dalla “base” dei partiti comunisti e socialisti, la “base” dei sindacati, una certa “base” cattolica, senza contare i residui della rete di militanti di fabbrica, sopravvissuti alle epurazioni e alle “razionalizzazioni” degli Anni 80 e senza contare la rete di iniziative ereditate dai conflitti degli Anni 70. Il colpo di grazia a questa democrazia sostanziale – che peraltro si era andata logorando negli anni e quindi dimostrava scarsa vitalità ma almeno preservava una dimensione dell’essere cittadino molto peculiare dell’Italia – è stato dato dal XIX Congresso del PCI, artefice Napolitano (invocare la sua funzione di custode della Costituzione oggi, come sembrano fare tanti precari disperati con le loro suppliche al Quirinale, sembra un po’ stonato). Un toyotista lean party ha preso il posto di un partito di massa, un sindacato di funzionari ha preso il posto di un sindacato di militanti. Gli accordi del luglio 93 hanno spento il conflitto sui luoghi di lavoro, da allora è iniziata una lunga stagnazione dei salari del lavoro dipendente, la produttività del lavoro in Italia ha dato segni negativi, unica situazione in tutto il mondo industrializzato.

Ma questo è solo un aspetto del problema. Il vero salto di qualità avviene quando l’organizzazione del lavoro postfordista riesce a rendere tecnicamente impraticabili comportamenti che esprimono un diritto riconosciuto e mai cancellato dal dettato costituzionale, come il diritto di sciopero. Un lavoratore precario, un lavoratore autonomo hanno una certa difficoltà ad esercitare questo diritto, in primo luogo perché tecnicamente è difficile organizzare un fronte collettivo e simultaneo di identiche modalità di azione, in secondo luogo perché si è perduto il potere di interdizione proprio dell’arma dello sciopero. Pertanto, quando si sono levate molte grida di dolore e d’indignazione per l’attacco di Marchionne a Pomigliano, mi è parso opportuno ricordare con una certa rudezza che decine di migliaia di giovani lavoratori in Italia erano da anni privati della capacità tecnica di esercitare il diritto di sciopero, pur avendone il diritto formale, senza che nessuno alzasse un dito o provasse scandalo.

In questo contesto a me pare che un altro modo di pensare o, se volete, un altro riflesso condizionato con effetti paralizzanti è quello caratteristico di un certo “operaismo di ritorno”. Che cosa intendo con questo? Intendo l’opinione diffusa che le lotte operaie possano ancora generare un’inversione della tendenza al degrado dei rapporti di lavoro. Certo, se fossero lotte offensive, che anticipano su proprie piattaforme le iniziative padronali, potrebbero rimettere in moto un movimento di democrazia sostanziale, ma poiché a me pare siano piuttosto la coda di una sconfitta strutturale – scusate se questa mia opinione può offendere qualcuno – difficilmente potranno cambiare le cose. Chi è andato a interrogare molti degli operai che con la crisi del 2008/2009 avevano presidiato le loro fabbriche, si è imbattuto in aziende che non scioperavano da 16 anni, gli episodi di mancanza dei più elementare principi di solidarietà purtroppo sono molto frequenti, si è insinuata una paura sui luoghi di lavoro che, come diceva il titolo di un film di Fassbinder, “divora l’anima”. Tuttavia anche le lotte considerate “ultimi fuochi” possono accendere una prateria, ma questa, sia ben chiaro, è quella del lavoro cognitivo, della prestazione intellettuale.

Se posso dirlo con vecchio vocabolario ma che almeno ha il merito della chiarezza: l’equilibrio del sistema poggia su un’impalcatura tenuta in piedi da due sostegni, l’apparato educativo/formativo da un lato e la domanda di bassissima qualità del mercato del lavoro dall’altro. Io credo che si possa parlare di una vera e propria “bolla” dell’istruzione. A Milano ci sono sette università ed ora se n’è aggiunta un’ottava, più lo stuolo assordante di corsi privati, un eccesso di offerta formativa che produce, a fronte di una domanda di bassa qualità delle imprese, un esercito di “ultraistruiti” (overeducated) in progressiva crescita. Secondo la ricerca di Unioncamere Lombardia-CCIAA di Milano presentata a giugno, ha più possibilità di trovare un lavoro un architetto con laurea triennale che uno con laurea specialistica (almeno può andare a vendere mobili e arredi per la casa). La bassa qualità della domanda delle imprese ha la sua origine anch’essa nel “cambio di regime” che è avvenuto con le privatizzazioni del ‘92/’93. Il collocamento dell’Italia nella fascia delle basse tecnologie è stata una scelta di politica industriale, che negli anni seguenti si è andata configurando con maggior spinta. E’ stata questa la condizione per far entrare i “capitani coraggiosi” nel mondo dell’alta finanza, la divisione internazionale del lavoro è stata negoziata. Oggi Milano, parlo di questa regione metropolitana perché la conosco meglio, vive più sull’economia dell’evento che sui classici settori del terziario avanzato, vive cioè su un’economia dove la precarietà dei rapporti di lavoro, l’intermittenza, è strutturale e rappresenta una fonte di reddito importante della cosiddetta “classe creativa” e crea migliaia di occasioni di lavoro per imprese artigianal-industriali del settore dell’allestimento. Certo, la principale fonte d’accumulazione è lo sfruttamento del territorio, l’edilizia, le grandi opere. Ma anche il cemento è una componente fondamentale della bassa qualità della domanda di lavoro.

Un altro luogo comune è quello del potere salvifico o correttivo della legislazione sul lavoro. Una bella legge per l’assunzione obbligatoria dei precari nella Pubblica Amministrazione e siamo a posto, una bella abrogazione delle leggi Treu e Biagi e siamo a cavallo. A me pare che un sistema, un’organizzazione sociale, che sono stati costruiti nel corso di vent’anni, è illusorio pensare che possano essere cambiati con un colpo di bacchetta magica, e poi chi controlla la corretta applicazione di eventuali nuove norme? Alcuni giuristi del lavoro particolarmente attenti alle condizioni del lavoro precario e del lavoro autonomo ormai sono convinti (e io sono propenso a dare loro ragione) che un’ulteriore produzione legislativa non farebbe che creare maggior confusione, di leggi ce ne sono a migliaia che si accavallano, c’è la giurisprudenza… il cambiamento può avvenire solo da movimenti sociali, solo da iniziative di coalizione, solo da organizzazioni potenti e risolute d’interessi collettivi.
Dovremmo anzi combattere contro la tendenza ad affrontare i problemi del lavoro dal punto di vista meramente giuridico o medico. A costo di essere banali dobbiamo ripetere che la liberazione del lavoro può avvenire solo ad opera dei lavoratori stessi.

Vediamo in concreto come ciò può avvenire.

Se immaginiamo una delle tante situazioni lavorative, in una Pubblica Amministrazione, in un’impresa, dove stanno insieme lavoratori dipendenti, lavoratori precari con diversi contratti e professionisti autonomi, e dovessimo pensare come un bel giorno qualcuno di questi gruppi decidesse di negoziare diversamente le sue condizioni di lavoro, potremmo figurarci un sindacato che assiste i lavoratori dipendenti ma avremmo difficoltà a immaginarne uno che assiste i lavoratori con contratti a termine, interinali ecc..
Ora, nel pensare a forme di coalizione della componente precaria, io penso che dovremmo rinunciare a immaginarle secondo gli schemi storici che hanno riguardato i lavoratori dipendenti, nel senso che dovremmo accettare l’istituzionalizzazione di una contrattazione e di una negoziazione individuali, purché assistite, cioè affiancate da una figura sindacale che da un lato si offre come “testimone” dell’atteggiamento dell’impresa verso il lavoratore (eliminando in tal modo le possibili minacce, i possibili ricatti, le possibili proposte a scapito di altri lavoratori nell’incontro a tre), dall’altro si presenta come tramite di una comunicazione pubblica di quanto avviene nel negoziato e di messa alla gogna di comportamenti intimidatori. Se questa immagine di un assistente alla trattativa vi pare ridicola, pensate al fatto che sembra normale pensare a un esercito di psicologi o di medici impegnati nell’assistere il lavoratore che denuncia situazioni di stress. Voglio dire che l’assistenza individuale viene considerata normale se si presenta come assistenza psichiatrica o come assistenza legale, mentre sembra una stranezza se assume la figura di assistenza sindacale. L’organizzazione del lavoro infatti è attenta a non concentrare i lavoratori a termine in un unico reparto, ma li distribuisce a macchia di leopardo per impedirne la comunicazione, solo nella manifattura di grande industria ci sono intere squadre compatte di operai “esterni”, mentre in molti settori dei servizi possono esserci cooperative di lavoro o intere ditte di subappalto.

Nel lavoro di tipo cognitivo/amministrativo/creativo/comunicativo in genere il precario è sparso a pioggia lungo l’organizzazione, in rapporto da uno a uno o da due a uno con il lavoratore dipendente. Pertanto immaginare una “ricomposizione” del precariato sul luogo di lavoro a mio avviso è illusorio. L’altro fattore di frammentazione è dato dalla mobilità, è difficile che i colleghi trovino sedi d’incontro comune, l’appartenenza dei lavoratori precari a luoghi di residenza molto diversi e in parte distanti tra loro non è un fatto casuale ma un elemento che l’azienda prende in considerazione sin dall’esame dei curricula. Il terzo aspetto che determina il forte controllo esercitato dall’organizzazione (pubblica o privata) sul lavoratore precario è il rapporto gerarchico con una figura specifica, in modo da “personalizzare” al massimo questo rapporto e trasformare l’ordine gerarchico in compatibilità di carattere tra due persone. Il sistema postfordista è l’esatto opposto dell’organizzazione gerarchica anonima, della macchina impersonale. E’ invece un tessuto apparentemente anarchico di combinazioni individuali, di rapporti a due: il capo, il responsabile del reparto da un lato e il precario appena arrivato dall’altro. Questo, tra parentesi, produce una pressione non indifferente sul responsabile, che ogni tre/sei mesi si vede arrivare una nuova persona e deve farla accettare ai due impiegati fissi presenti. L’organizzazione del lavoro postfordista è fatta apposta per far star male tutti quanti, il forte disagio psichico diventa la condizione migliore per accettare la disciplina e l’ossequio alle gerarchie come terapia di contenimento.

Una possibile “ricomposizione” può avvenire invece su base territoriale, creando delle “agorà del lavoro” – secondo l’idea lanciata dalla Libreria delle Donne di Milano, ma ancora non realizzata - dove lavoratori intermittenti e autonomi e dipendenti con disponibilità alla coalizione, possano ritrovarsi e discutere insieme strategie di resistenza. Che ci sia un luogo dove far confluire le esperienze e i desideri, dove ci sia informazione sul mercato del lavoro e sulle normative, ma in particolare un luogo che dia visibilità al tema del lavoro intellettuale tra “bolla” educativa e miseria della domanda. Non mi soffermo, perché altri lo faranno, sull’attività di networking o di socialworking tramite la comunicazione via Internet, come forme oggi più in voga per creare discussione e coalizione. Volantinare alle happy hours potrebbe essere necessario per propagandare queste iniziative.

A Milano per quanto ci riguarda, con la piccola esperienza di ACTA, abbiamo cercato di fare un passo avanti nel creare un’identità di gruppo con la stesura di un “Manifesto del lavoro autonomo”, che diventa anche una carta programmatica, in contrapposizione a quella ideologia del “professionalismo”, che è stata determinante nel costituire i fondamenti della mentalità del ceto medio, della piccolo-media borghesia, dei white collar. In questo senso condividiamo interamente la definizione di no collar che Andrew Ross ha dato di un certo genere di lavoro intellettuale nell’epoca di Internet. Nelle nostre intenzioni il Manifesto è un tassello di quel “sistema di pensiero” del lavoro nel postfordismo di cui parlavo all’inizio.

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