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Scoraggiare o incoraggiare? Noi siamo per una flessibilità sostenibile

| 26 novembre 2010 | LETTO: 2.486 VOLTE | UN COMMENTO | Autore: | SHORT URL |

La rappresentanza del lavoro è legata alla sua rappresentazione. La realtà viene analizzata secondo distinzioni concettuali “date”, la cui evoluzione è scarsamente percepibile, come il movimento delle lancette di un orologio o come lo scorrere di un fiume sotterraneo, che sfocia all’improvviso in superficie.

Grandi cambiamenti sono all’orizzonte, ma per il momento la rappresentazione del sistema lavoro-cittadinanza-welfare continua a essere sconfortante per chi ha detto addio, senza nostalgie, al posto fisso.

C’è stato un momento in cui i servi della gleba “sradicati” dalla terra, sono diventati proletari. A loro volta i proletari – termine negativo per indicare chi può contare solo sulla pura forza produttiva e riproduttiva, braccia e figli – sono diventati l’avanguardia e l’èlite della modernità e del progresso.

Ora, l’attuale sistema di rappresentanza è basato su una rappresentazione del lavoro ormai “vecchia”, non perché datata, ma in quanto sempre più inadeguata a dare senso all’esperienza e ai vissuti di un numero crescente di lavoratori, sia autonomi che dipendenti.

Mentre tutti i segnali annunciano che il lavoro esercitato in forma a-tipica oggi è, e sarà, sempre più il lavoro “tipico” del futuro, politici, istituzioni e sindacati insistono a ridurre la portata del fenomeno e si concentrano su un assetto regolativo pensato a partire dal lavoro in fabbrica.

Ma l’ironia della sorte è che mentre si sviluppa la possibilità di introdurre degli elementi di flessibilità nelle grandi fabbriche (vedi Pomigliano), si rischia di introdurre nuove rigidità nel settore del terziario avanzato, quello che ha prodotto la maggiore occupazione e mobilità sociale negli ultimi 15 – 20 anni.

Si discute su come scoraggiare o “stabilizzare” il lavoro non-dipendente, invece di pensare a come incoraggiare una “flessibilità sostenibile”. I sindacati, quando provano ad addentrarsi nei nuovi lavori, ricercano tutto quello che può dare la tranquillizzante conferma che il modello della fabbrica è insuperato. Il call center diventa l’esempio principale che la flessibilità era una presa per i fondelli, una fabbrica dove l’alienazione si trasferisce dal lavoro manuale a quello relazionale e intellettuale, con tutele e stipendi inferiori.

Ma il terziario avanzato richiede un altro tipo di approccio.
Le grandi aree metropolitane hanno costituito in questi anni dei grandi incubatori di impresa, dove professionalità di livello avanzato sono nate e cresciute in concorrenza ma anche in collaborazione fra loro, entrando e uscendo dalle aziende, lavorando in rete o in gruppi di lavoro, arrivando in alcuni casi ad esercitare l’attività in forma imprenditoriale, riuscendo quindi a procurare lavoro non solo per sé, ma anche per i colleghi di pari esperienza o per quelli più giovani.

Già più di 15 anni fa uno studioso delle forme culturali come James Hillmann dichiarava la necessità di ripensare la categoria di servizio, che ha a che fare, nella sua radice profonda, con il proteggere, sostenere, conservare. Il servizio si avvicina alla manutenzione e si allontana dalla produzione e dalla “vecchia concezione eroica del business come lotta, come conquista, come vittoria, cui si contrappongono la passività, l’imprigionamento, la sconfitta, la perdita”.
Il servizio ha a che fare “con Ermes, “il dio dei media e della mediazione, perché è il servizio che si occupa di scambiare e comunicare messaggi”.

Chi lavora nei servizi si muove già, e ha bisogno di continuare a farlo, in un ambiente economico in cui la contrapposizione lavoro-capitale diventa inutilizzabile e controproducente.
I sindacati chiedono, ancora una volta, di decidere da che parte stare: “sei una finta partita iva o sei un vero lavoratore autonomo?”… “hai deciso questa forma di lavoro o ti hanno costretto?”… “sei mono-committente, economicamente dipendente, dipendente mascherato, para-subordinato, precario… o sei un professionista, o addirittura – povero illuso o futuro nemico – aspiri a fare l’imprenditore?”

Ma anche gli stessi lavoratori autonomi della conoscenza sono chiamati a ripensare il loro modello d’azione. Sanno già che una logica di pura contrapposizione con i propri clienti e committenti paga meno della capacità di negoziare e promuovere buoni servizi e buone soluzioni. Ma devono anche aver chiaro che tutte le volte che si porranno in un’ottica di pura concorrenza con i colleghi di pari grado o di “sfruttamento” verso quelli più giovani, ne usciranno sconfitti come persone e come lavoratori.

I professionisti autonomi devono ripensare all’etica di fondo che li guida, a quale modello di sviluppo professionale e umano hanno in mente, a come pensano di trasmettere alle nuove generazioni il prezioso sapere che hanno accumulato attraverso i loro percorsi e le loro esperienze.

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