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L'aumento dei contributi distrugge il nuovo lavoro autonomo

| 11 novembre 2010 | LETTO: 3.570 VOLTE | 5 COMMENTI | Autore: | SHORT URL |

Tempi Grigi per le Partite IVASiamo molto preoccupati, si parla di nuovi aumenti della contribuzione INPS Gestione Separata. Non pensavamo fosse possibile, essendo già aumentati vertiginosamente in 15 anni (dal 10% al 26,72%), e perché sono i più elevati contributi previdenziali pagati dai lavoratori autonomi (commercianti e artigiani pagano intorno al 20%, professionisti con casse private il 12-14%).

Invece, in più di una dichiarazione, esponenti sindacali e politici auspicano un aumento dei contributi per due motivi:

1) per assicurare pensioni adeguate;

2) per ridurre la convenienza delle imprese a ricorrere a collaborazioni e Partite IVA in sostituzione del lavoro dipendente.

Ma davvero aumentare ancora i contributi pensionistici è la strada giusta da percorrere? Proviamo ad analizzare separatamente le due questioni.

Le pensioni

Proiezioni pubblicate dal Corriere della Sera parlano di pensioni pari al 36% dell’ultimo reddito per i collaboratori e al 45% per dipendenti, contro il 70-80% finora considerato normale e necessario al mantenimento di una vita decente.

Alzare i contributi degli iscritti alla Gestione Separata potrebbe far aumentare di qualche punto il grado di copertura pensionistica, ma saremmo comunque ben lontani da quel 70-80%. Per arrivare a tale risultato i contributi dovrebbero raddoppiare, superando il 50%! Ipotesi chiaramente insostenibile, persino per il sindacato. Le proiezioni riportate dal Corriere mettono in evidenza tutta l’iniquità e l'inadeguatezza della riforma pensionistica contributiva nella versione italiana. Per almeno due motivi:

  • l’assenza di una copertura pensionistica nelle situazioni di non lavoro;
  • la mancata remunerazione del montante accumulato, a causa di una rivalutazione ancorata all'andamento del PIL, notoriamente non brillante, che difficilmente riuscirà a garantire il mantenimento del potere d’acquisto. Questo significa che il risparmio obbligatoriamente depositato nei sistemi previdenziali non potrà assicurare alcuna rendita. Se poi si considera che molti lavoratori, a causa di redditi bassi e discontinui, potranno avere una pensione non superiore a quella sociale, è evidente che viene meno ogni incentivo alla contribuzione previdenziale, se non addirittura il principio legale di "previdenza" a cura dello Stato.

Gli abusi

Il crescente ricorso a contratti autonomi è solo parzialmente legato al minor peso dei costi indiretti (peraltro non dovuto a minori costi previdenziali, ma alla assenza di costi per le altre prestazioni dello stato sociale: malattia, infortunio, disoccupazione, formazione ecc.). Il principale motivo del loro successo è legato al fatto che è diventato un modo facile, utilizzabile senza rischi fuori dalle condizioni previste dalla legge (quando mai gli ispettori del lavoro fanno dei controlli?), per pagare molto poco lavoratori che assicurano la massima flessibilità e che di fatto sono subordinati (spesso non esiste nessun progetto, ci sono vincoli sulla presenza, sugli orari ecc.).

La flessibilità può essere garantita anche dai numerosi contratti dipendenti a termine, ma la forma autonoma viene preferita perché permette di uscire dai vincoli della contrattazione collettiva, senza dover fornire alcuna garanzia di reddito minimo. Come dire la botte piena e la moglie ubriaca.

In queste condizioni gli aumenti dei contributi continueranno a essere scaricati sui lavoratori, così come è accaduto in tutti questi anni, oppure favoriranno la fuga verso altre tipologie di lavoro o pseudolavoro, come gli stage che non a caso stanno aumentando a dismisura. Come fare allora? Gli abusi vanno contrastati facendo rispettare la legge, nella piena applicazione di quanto previsto dalla riforma pensata da Marco Biagi.

La via da perseguire non può continuare a essere quella di punire tutto il lavoro indipendente, col rischio di distruggere quello genuinamente autonomo (e senza aiutare quello “mascherato”). Al contrario occorre rilanciare il lavoro autonomo e contrastare gli abusi e l’illegalità, sempre più presenti nel nostro mercato del lavoro, non soltanto nell’area impropriamente definita della “parasubordinazione” e anche nelle Regioni più ricche del Paese.

Basti pensare al dilagare degli stage per disporre di lavoro non pagato e non certo per assicurare una formazione, o alla vergognosa situazione delle cooperative di lavoro che operano come agenzie interinali a basso costo.

In conclusione, una pensione adeguata potrà essere assicurata soltanto garantendo un’equa remunerazione del montante accumulato e approntando una riforma in senso solidaristico, analoga a quanto proposto nella Proposta di Legge Cazzola-Treu.

Per quanto riguarda gli abusi, la crisi economica e la concorrenza internazionale non possono autorizzare la deroga al rispetto delle regole, in una corsa al ribasso che non incontra limiti e che annulla tutte le conquiste del lavoro, con conseguenze negative sulla vita dei singoli attuale e futura (perché si rifletteranno sulle pensioni) oltre che sui consumi aggregati e sullo sviluppo del Paese.

Post pubblicato anche nel blog del Corriere della Sera Generazione pro pro

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