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Lavoro autonomo non significa evasione fiscale

Sul numero 3 del Giornale delle Partite IVA si può trovare un approfondimento sull’evasione fiscale a cura di Andrea Telara.

Il giornale sarà in edicola martedì 30 novembre 2010.

Vi anticipiamo l’editoriale “Le Partite IVA non sono tutte uguali” a cura del direttore Francesco Bogliari.

Editoriale – Il Giornale delle Partite IVA # 3

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2 Commenti

  1. Mario Panzeri

    Verissimo che le partite IVA che lavorano per le imprese non possono evadere, e giustissimo che le imposte le paghino tutti (anche se del recupero delle imposte evase dovrebbero godere, sotto forma di minore pressione fiscale, tutti, non soltanto i lavoratori dipendenti come i sindacati e buona parte del mondo politico chiedono).
    Assolutamente sbagliata, invece, la ricetta del “non brigatista” Tabacci (e non soltanto sua). Sbagliata (purtroppo! Sarebbe bello fosse così facile combattere l’evasione fiscale…) non perché iniqua o politamente scorretta, ma semplicemente perché, conti alla mano, causerebbe un enorme danno all’erario. A parte il fatto che, per quanto ne so (non sono un esperto del fisco nei vari paesi europei) questo sistema è da tempo usato in Grecia e, come si è visto, risultati molto positivi non ne ha portati, basterà fare qualche semplice calcolo: se soltanto il lavoratore autonomo propone al committente privato di non emettere fattura e “regalargli l’IVA” (ciò che consente al lavoratore di lucrare in termini di IRPEF non pagata su tutto l’imponibile), lo stato, per reggere la “concorrenza” del lavoratore, dovrebbe consentire al privato di dedurre almeno il 16,7% dell’importo pagato comprensivo d’IVA (o, se si vuole, il 20% del corrispettivo al netto dell’IVA). In questo modo, per il privato pagare in nero o pagare con fattura e poi dedurre sarebbe neutro (anche se, forse, il privato preferirebbe pagare meno subito evadendo piuttosto che dopo un anno deducendo). Per lo stato, invece, le cose si mettono subito male: siccome già oggi non sempre i lavoratori autonomi che lavorano con privati non emettono la fattura, applicando il contrasto d’interessi nei termini sopra indicati lo stato andrebbe a perdere il gettito dei privati causato dalle deduzioni di coloro che, anche senza l’applicazione del contrasto d’interessi, avrebbero pagato con fattura il lavoratore. Questa è la migliore delle ipotesi. Lascio immaginare che cosa succederebbe se il lavoratore, oltre a lasciare al privato il beneficio dell’IVA non pagata, decidesse di lasciargli anche una parte, più o meno grande, del suo risparmio in termini di IRPEF non pagata. Invito ad andare a leggere, su questo argomento, l’articoletto di Guerra e Zanardi su http://www.lavoce.info, di cui tutto si può dire meno che sia un sito berlusconiano o tremontiano.

    30 Nov 2010
  2. Mario Panzeri

    Chiedo scusa, nella fretta ho sbagliato qualche calcolo. Nella sostanza, però, il ragionamento che ho svolto continua ad essere valido, a causa del beneficio fiscale che, con l’applicazione del contrasto d’interessi, si darebbe ai privati che già ora pagano con la fattura i servizi ricevuti.

    1 Dic 2010

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