Acta l'associazione dei freelance

Parole che pesano, ma la storia la scriviamo noi

| 12 ottobre 2010 | LETTO: 1.463 VOLTE | 3 COMMENTI | Autore: | SHORT URL |

Uno dei modi per sentirsi una persona, un individuo compiuto, è di provare un senso di appartenenza. A partire dal linguaggio. Io sono "cittadina italiana", "donna", "madre di famiglia" e "lavoratrice". Appartengo a una serie di categorie, tutte importanti, che descrivono e rinforzano la mia dignità. Sono "lavoratrice", in primo luogo, certamente, perché questa è un’esigenza insopprimibile, non soltanto sotto il profilo economico (per guadagnarmi il pane), ma perché rappresenta un valore, un modo che ho per riconoscere me stessa e sentirmi parte di un gruppo che afferma la mia identità e fornisce certezze.

Il Lavoro, però, è cambiato negli anni e l’utilizzo di forme di lavoro flessibili, per definizione instabili e incerte, non è sempre così facile da accettare. Noi, lavoratori di nuova generazione, Popolo delle Partite IVA, ci stiamo provando, seriamente provando, a convivere con il rischio e con periodi di disoccupazione, con la necessità di una formazione e un aggiornamento continui, con una vaghezza legata al senso di appartenenza a un gruppo che ancora fatica a trovare un'identità. Eppure abbiamo accettato la sfida, la stiamo vivendo. La stiamo scrivendo in prima persona questa storia.

PARADove voglio arrivare? Alle parole che precedono i fatti. La flessibilità del mercato del lavoro, è vero, porta come prima conseguenza l’incertezza e questa può farti vacillare perché sei fuori da un percorso noto e regolato, già scritto, ma un fatto è certo: dove siamo noi, nel nostro mondo del lavoro, le cose sono ancora tutte da scrivere! Per questo occorre fare molta attenzione alle parole usate per descrivere il cambiamento, perché le parole hanno un peso.SUBORDINATO E circoscrivono fatti. Questa parola, già scritta impropriamente e carica d'interpretazioni spesso sbagliate, è umiliante oltre che brutta: parasubordinati.

Così ci definisce l’INPS.

La parola meno estetica, più demotivante e avvilente che esiste nel vocabolario del lavoro è a mio avviso proprio "parasubordinati"! Recita così lo Zanichelli, definendo il significato del lemma <para>:

“[...] in numerose parole composte indica vicinanza, somiglianza o deviazione, contrapposizione.”

... e per <subordinato> offre questa definizione:

“Disciplinato, ubbidiente, rispettoso; lavoro subordinato che si presta alle dipendenze e sotto la direzione del datore di lavoro".

Il significato che è stato assegnato a questa orrenda parola, come si può intuire, suona più o meno così: è inutile che tu ti dia delle arie, resti un semplice esecutore materiale di operazioni dettate dal progresso tecnologico, uno schiavo moderno del mercato, con l’aggravante che aspiri a essere un subordinato e a rientrare nelle regole conosciute, ma non puoi.

E’ solo una parola, è vero, ma mostra chiaramente come i rapporti di lavoro siano ancora permeati da questa cultura immobile e arcaica che non lascia spazio al «diverso» e aggiunge al peso dell’incertezza della nostra situazione lavorativa anche quello di un cambiamento culturale che stando alle parole utilizzate, stenta davvero a divenire.

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