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Gli autonomi italiani: per forza, per amore o per disobbedienza?

| 29 ottobre 2010 | LETTO: 5.893 VOLTE | 5 COMMENTI | Autore: | SHORT URL |

A proposito del lavoro autonomo, l’OCSE scrive:

“Self-employment may be seen either as a survival strategy for those who cannot find any other means of earning an income or as evidence of entrepreneurial spirit and a desire to be one’s own boss. The self-employment rates shown here reflect these various motives.”

OECD Factbook 2010L’Italia ha quasi il record europeo per il lavoro indipendente, se non fosse per la Grecia. Con una percentuale del 25.7 % di ‘autonomi’, rispetto al totale degli occupati, il nostro Paese mostra la media più elevata d'Europa (solo la Grecia segna il 35%). È quanto emerge dall'OECD Factbook 2010 - Economic, Environmental and Social Statistics. Secondo i dati OCSE (scarica il Capitolo del Factbook2010 in .PDF), nel 2008, la media italiana di lavoratori indipendenti è stata avvicinata solo dal Portogallo e dalla Polonia, realtà piuttosto diverse dalla nostra. Decisamente più basse le quote di altri partner europei quali la Germania (11,7%), la Francia (9%), il Regno Unito (13,4%). Come mai?

A dare una spinta al lavoro autonomo sono elementi strutturali del mercato del lavoro italiano e ragioni che si sono aggiunte negli ultimi anni. Il lavoro autonomo è vissuto come una valvola di sfogo rispetto ai costi legati ad assunzioni e licenziamenti. Queste forme di occupazione che altrove, in Europa, restano marginali e prevalentemente legate alla ricerca di migliori condizioni per persone a basso reddito, vengono rappresentate in Italia con l’ennesimo paradosso domestico: le aziende definiscono questi lavoratori “indipendenti”, i media "precari", le istituzioni li definiscono “parasubordinati” o “atipici”, "cioè afflitti da anomia, fuori dalla regola, “disobbedienti” in un certo senso, in un Paese che da un lato legittima a pieno titolo l’indipendenza lavorativa per favorire le imprese, ma dall’altro la vive come un fenomeno atipico.

Self Employment OECD 2010

Già,  strano popolo gli italiani, almeno parte di esso, che neanche le guerre e le leggi riescono totalmente a piegare all’obbedienza e alla regola, che molto spesso anticipa le leggi e che si scopre atipico per scelta, magari un atipico “alto”, stanco del posto fisso a vita in cambio della sicurezza, disposto a correre dei rischi, interprete del cambiamento, che sceglie l’atipicità come stile di vita. Poiché pensa che in un mondo in totale cambiamento, dove i problemi sono planetari più che locali, le vecchie regole non bastino più a risolverli e ci voglia maggiore creatività per vivere e lavorare; insomma un gruppo di persone che crede che questa atipicità dovrebbe essere la norma!

E' interessante l’esperienza che sta vivendo il Giappone dalla fine degli anni ‘80, il Paese disciplinato e obbediente per antonomasia, che ha visto per gran parte delle nuove generazione, un movimento di orgogliosa ribellione alla regola. Oggi, il 13% degli occupati sono self-employer, lavoratori a tempo parziale, con contratti a termine e ogni altra forma di lavoro instabile. Il mondo giovanile ha fatto di questa insicurezza una scelta di vita, coniando il termine “freeter”, dove prevale appunto l’idea della libertà – piuttosto di quella di atipicità. Freeter  è un neologismo coniato intorno alla fine degli anni ’80 e composto dalla parola inglese free, libero, e dalla quella tedesca Arbeiter, lavoratore.

E noi, lavoratori autonomi italiani dentro quel 25,7%, che non siamo proprio freeter e che non ci sentiamo marginali in cerca di sopravvivenza, chi siamo? Possiamo davvero sostenere che è il puro spirito imprenditoriale che ci anima? O siamo forse una casta di disobbedienti?

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