Gli autonomi italiani: per forza, per amore o per disobbedienza?
CondividiA proposito del lavoro autonomo, l’OCSE scrive:
“Self-employment may be seen either as a survival strategy for those who cannot find any other means of earning an income or as evidence of entrepreneurial spirit and a desire to be one’s own boss. The self-employment rates shown here reflect these various motives.”
L’Italia ha quasi il record europeo per il lavoro indipendente, se non fosse per la Grecia. Con una percentuale del 25.7 % di ‘autonomi’, rispetto al totale degli occupati, il nostro Paese mostra la media più elevata d’Europa (solo la Grecia segna il 35%). È quanto emerge dall’OECD Factbook 2010 – Economic, Environmental and Social Statistics. Secondo i dati OCSE (scarica il Capitolo del Factbook2010 in .PDF), nel 2008, la media italiana di lavoratori indipendenti è stata avvicinata solo dal Portogallo e dalla Polonia, realtà piuttosto diverse dalla nostra. Decisamente più basse le quote di altri partner europei quali la Germania (11,7%), la Francia (9%), il Regno Unito (13,4%). Come mai?
A dare una spinta al lavoro autonomo sono elementi strutturali del mercato del lavoro italiano e ragioni che si sono aggiunte negli ultimi anni. Il lavoro autonomo è vissuto come una valvola di sfogo rispetto ai costi legati ad assunzioni e licenziamenti. Queste forme di occupazione che altrove, in Europa, restano marginali e prevalentemente legate alla ricerca di migliori condizioni per persone a basso reddito, vengono rappresentate in Italia con l’ennesimo paradosso domestico: le aziende definiscono questi lavoratori “indipendenti”, i media “precari”, le istituzioni li definiscono “parasubordinati” o “atipici”, “cioè afflitti da anomia, fuori dalla regola, “disobbedienti” in un certo senso, in un Paese che da un lato legittima a pieno titolo l’indipendenza lavorativa per favorire le imprese, ma dall’altro la vive come un fenomeno atipico.

Già, strano popolo gli italiani, almeno parte di esso, che neanche le guerre e le leggi riescono totalmente a piegare all’obbedienza e alla regola, che molto spesso anticipa le leggi e che si scopre atipico per scelta, magari un atipico “alto”, stanco del posto fisso a vita in cambio della sicurezza, disposto a correre dei rischi, interprete del cambiamento, che sceglie l’atipicità come stile di vita. Poiché pensa che in un mondo in totale cambiamento, dove i problemi sono planetari più che locali, le vecchie regole non bastino più a risolverli e ci voglia maggiore creatività per vivere e lavorare; insomma un gruppo di persone che crede che questa atipicità dovrebbe essere la norma!
E’ interessante l’esperienza che sta vivendo il Giappone dalla fine degli anni ‘80, il Paese disciplinato e obbediente per antonomasia, che ha visto per gran parte delle nuove generazione, un movimento di orgogliosa ribellione alla regola. Oggi, il 13% degli occupati sono self-employer, lavoratori a tempo parziale, con contratti a termine e ogni altra forma di lavoro instabile. Il mondo giovanile ha fatto di questa insicurezza una scelta di vita, coniando il termine “freeter”, dove prevale appunto l’idea della libertà – piuttosto di quella di atipicità. Freeter è un neologismo coniato intorno alla fine degli anni ’80 e composto dalla parola inglese free, libero, e dalla quella tedesca Arbeiter, lavoratore.
E noi, lavoratori autonomi italiani dentro quel 25,7%, che non siamo proprio freeter e che non ci sentiamo marginali in cerca di sopravvivenza, chi siamo? Possiamo davvero sostenere che è il puro spirito imprenditoriale che ci anima? O siamo forse una casta di disobbedienti?
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Dal grafico sembra evidente che in tutto il mondo la percentuale di lavoratori indipendenti è inversamente proporzionale alla solidità economica del paese in cui operano. Questo mi fa riflettere….
Per forza e per amore per il proprio lavoro, taglieranno 300.000 dipendenti pubblici, e l’alternativa qual’è?? Una sola regola in Italia, Partita IVA!! Vogliono fare gli americani senza le prospettive degli americani
Per forza.
Chi assume un informatico a 40 – 50 anni, con 30 anni di esperienza alle spalle, che non sia un manager?
[...] self-employer o freeter (ovvero free Arbeiter, vedi il bell’articolo di Elsa Betella sul sito di ACTA) è stato in questi anni non soltanto una scelta individuale, ma un’adesione alle politiche [...]
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