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Analisi e (generiche) proposte CNEL sul lavoro delle donne e loro pensioni

| 27 luglio 2010 | LETTO: 1.847 VOLTE | NESSUN COMMENTO | Autore: | SHORT URL |

Nel rapporto Il lavoro delle donne in Italia (.PDF in download) del 21 luglio 2010, il CNEL fa una sintesi della situazione lavorativa e previdenziale delle donne in Italia, richiama politiche e interventi del passato e nuove proposte.

E’ un potpourri di esiti di ricerche sul lavoro femminile, di dati sulle pensioni, di politiche utilizzate e di nuove proposte in circolazione per il lavoro femminile, che in molti punti intercetta anche le questioni del lavoro autonomo e imprenditoriale.

Lavoro autonomo e imprenditoriale

Si evidenzia l’esistenza di discriminazioni di genere legate al credito e vengono citate indagini che evidenzierebbero l’esigenza di servizi di informazione orientamento e formazione per l’imprenditorialità femminile, sulla linea della legge 215/92 (contributi a fondo perduto per progetti imprenditoriali femminili) o della 125/91, utilizzata in alcune regioni per l’avvio alle professioni (esclusivamente ordinistiche).

Non emergono a riguardo proposte nuove, eppure non esistono evidenze dell’efficacia di tali iniziative, spesso richiamate anche dalla stampa in questo periodo di crisi.

In Italia manca una cultura ed un’abitudine al monitoraggio delle politiche, le iniziative realizzate sono spesso relative ad evidenziare quanti soggetti hanno utilizzato un determinato incentivo (contributo o servizio che sia), non sull’effettiva efficacia dell’intervento nel raggiungimento dell’obiettivo. E anche limitandoci a tali dati i risultati non sono entusiasmanti. Ad esempio le analisi di monitoraggio sulla 215 hanno sempre evidenziato che solo una esigua minoranza delle imprese selezionate per acceder ai finanziamenti hanno effettivamente utilizzato il contributo e solo raramente il contributo è stato determinante per la realizzazione dell’attività programmata. La conseguenza è che gran parte dell’impegno finanziario pubblico va a disperdersi nell’attività di impianto del dispositivo e ben poco arriva alle imprese (la lunghezza e la complessità dell’iter burocratico non è infatti compatibile con le esigenze di una nuova iniziativa).

Nessuna proposta invece per il lavoro professionale, che pure rappresenta l’ambito autonomo a maggiore femminilizzazione.

Pensioni

Nel rapporto si legge:

[...] la donna italiana lavora meno a lungo e fa meno carriera rispetto all’uomo, versa meno contributi, percepisce redditi pensionistici sensibilmente inferiori a quelli dell’uomo, percepisce in prevalenza pensioni ai superstiti o prestazioni a carattere assistenziale a carico della fiscalità generale, risulta maggiormente esposta al rischio di povertà, ed inoltre vivendo in media più a lungo dell’uomo, corre un maggior rischio di vivere l’ultima parte della vita in stato di disabilità.

I suggerimenti e le proposte del CNEL vanno nella direzione di garantire un maggiore accesso delle donne alla formazione negli ambiti a maggiore sviluppo, l’introduzione di quote nelle posizioni di vertice della PA, l’accesso ai congedi parentali anche alle donne autonome, azioni culturali per una maggiore partecipazione degli uomini ai lavori di cura, l’aumento dei servizi per infanzia e anziani, la parificazione dei rendimenti della previdenza complementare tra donne e uomini (attualmente sfavorevole alle donne)…

In sostanza il gap potrà essere superato aumentando la partecipazione femminile al lavoro, rimuovendo gli ostacoli alle carriere, accrescendo la partecipazione degli uomini al lavoro di cura…

D’accordo, è ciò a cui dobbiamo mirare.

Ma nel frattempo?

Si parifica l’età pensionabile di uomini e donne e basta? Si è consapevoli che il regime contributivo approfondirà drammaticamente l’attuale gap, che le donne pagheranno duramente il tempo distolto al lavoro per occuparsi di figli e genitori? Che la maggiore instabilità delle posizioni lavorative delle donne si rifletterà in pensioni più basse. Che l’impressionante aumento dei divorzi (raddoppiati dal 1995) non permetterà a molte donne di “compensare” con la pensione dei coniugi e le escluderà dalla reversibilità?

Avevamo un sistema pensionistico che, in un mondo in cui il lavoro e famiglia erano stabili, con soli 20 anni di contribuzione assicurava pensioni proporzionalmente elevate perché legate al reddito degli ultimi anni . Ne abbiamo uno che ci costringerà a lavorare molto più a lungo e restituirà meno di quanto versato in un contesto di lavoro e di famiglia instabile.

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