Acta l'associazione dei freelance

Chi manca allo sciopero generale della CGIL

| 12 marzo 2010 | LETTO: 631 VOLTE | NESSUN COMMENTO | Autore: | SHORT URL |

Ripubblichiamo quanto scritto l'11 marzo 2010 sul sito globalproject da un gruppo di freelance a proposito dello sciopero generale della CGIL.

Oggi lo sciopero "generale" della CGIL, senza il lavoro vivo

Perché noi non ci saremo - Freelance, Partite IVA, lavoratrici e lavoratori a progetto prendono la parola.

Non possiamo partecipare allo sciopero indetto dalla CGIL per oggi 12 marzo contro le politiche fiscali del governo. Siamo lavoratori e lavoratrici freelance, a partita iva individuale, o con uno dei cosiddetti contratti atipici, consulenti, grafici, formatori, attrici ed attori, registi, videomaker, operatori del sociale, architetti, programmatori di software, ricercatori, traduttrici, esperti di valutazione ambientale e quant’altro. Per noi che non abbiamo né orario né salario, sarebbe già difficile praticare uno sciopero pensato come astensione per quattro ore da una giornata lavorativa di otto. Ma il vero motivo per cui non saremo in piazza è perché siamo costretti, anche dal più grande sindacato italiano, all’invisibilità. La CGIL, come tutti, destra e sinistra e i loro governi, ci chiama “precari”, ma siccome la precarietà è un dato che riguarda ormai la vita intera e tutti i cittadini, che abbiano un contratto a tempo indeterminato o no, che siano manager o operai, dire “precari” è diventato spesso l’alibi per chi non vuole affrontare i problemi veri. Perché noi non abbiamo diritto a nessuna cassaintegrazione se perdiamo il lavoro? Perché non abbiamo diritto ad alcuna continuità di reddito, come invece avviene in molti altri Paesi dell'Unione europea? Perché, con la “gestione separata inps”, paghiamo contributi per non ricevere alcuna tutela? Perché non abbiamo diritto, come i lavoratori dipendenti, alla maternità, alla malattia, alle ferie? Perché, noi che siamo costretti a lavorare per pubbliche amministrazioni o privati, e quindi non abbiamo nessuna possibilità di evadere nemmeno un centesimo, dobbiamo subire gli studi di settore per “presunta colpevolezza”? Perché dobbiamo pagare iva e fisco alle scadenze prefissate, anche se aspettiamo per mesi i pagamenti per il nostro lavoro? Eppure per governi e sindacati, noi al massimo siamo “precari” in attesa di posto fisso per la sinistra ( cosa che non potrà avvenire mai e che spesso nemmeno cerchiamo), o di elemosina per la destra. Dobbiamo rimanere invisibili, perché così si tenta di occultare la fine del modello di concertazione che si è retto finora sulla Grande Triangolazione: Governo – Confindustria – Sindacato. Sulla grande industria in rapporto al welfare state dello stato centrale. Questo modello è tramontato, lo sa la CGIL che rappresenta in sostanza soprattutto i pensionati da lavoro dipendente del vecchio sistema, e lo sanno gli economisti, i giuslavoristi, i governanti. Eppure non si vuole riconoscere che ormai milioni di persone lavorano e producono, senza alcun diritto o tutela. E che sarebbe ora di ripensare il welfare, adattandolo alla nuova organizzazione del lavoro, che sarà sempre più centrata sul lavoro autonomo, in rete, a partita iva, su imprese fatte da una o poche persone. Non ci saremo, il 12 marzo nelle piazze della CGIL, perché essa per sopravvivere nel suo ruolo di rappresentanza, vorrebbe negare l’esistenza nostra e di tanti altri, vorrebbe negare la realtà. In questo modo non difende né gli interessi degli operai, condannati ad essere sempre più trattati come un peso piuttosto che una risorsa, né quelli del lavoro in generale. Che non è astratto, o immaginario, ma maledettamente reale, e concreto, e ha bisogno di risposte reali e concrete.

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