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L’era del crowdsourcing, quando il lavoro diventa una lotteria

| 17 febbraio 2010 | LETTO: 2.496 VOLTE | UN COMMENTO | Autore: | SHORT URL |

L’articolo di Giampietro Donatella apparso sul Corriere della Sera il 5 febbraio 2010, dal titolo: “Consumatori in gara per un impiego. Come funziona L'azienda affida a persone reclutate sul web il compito di trovare soluzioni per creare nuovi prodotti” - articolo la cui RIPRODUZIONE è RISERVATA - e la presentazione allo IULM con il lancio ufficiale di Rai Tre - trasmissione del programma NEAPOLIS di lunedì 9 febbraio 2010 dal titolo “Imprese aperte Anche l’impresa può essere “due punto zero”, per usare un’espressione ormai in voga, soprattutto se è di comunicazione che ci si occupa” - hanno portato a conoscenza di tutti ciò che, da circa un paio di anni, era già in atto: il crowdsourcing.

 

Le modalità del crowdsourcing variano secondo il gestore del sito web, ma possono così essere sintetizzate: un’azienda affida a motori di ricerca (siti web 2.0 = mediatori), il brief (descrizione di obiettivi, finalità e vincoli del progetto, formalizzata in un documento redatto dal committente) per la creazione/produzione - entro tempi stabiliti e dichiarando il “premio” in denaro - di materiale BTL (Below the line: creazione o restyling logo, video, grafica, banner, siti web etc.), ADV (Advertising: campagne stampa, radio e TV), DESIGN, PR…

Chiunque - anche eventuali minorenni di cui sono responsabili solo i genitori -, dopo essersi registrato, può partecipare al “Contest” (gara, concorso) creando il suo lavoro (un limite numerico alle proposte non c’è) e pubblicandolo - in forma anonima - nel sito.

Il lavoro può essere scelto dal committente, detto anche sponsor, oppure può essere votato e/o commentato e, sempre se il committente è d’accordo, il lavoro migliore VINCE IL PREMIO IN DENARO (da cui dovranno essere detratte tutte le tasse ed eventuali costi).

Non è chiaro il comportamento del crowdsourcing nei confronti del “diritto d’autore”, non lo nega, a volte però include nei regolamenti, l’impossibilità del partecipante a rivendicare l’utilizzo del proprio nome e quant’altro; altre volte, per i vincitori, include l’obbligo di trasferire il diritto d’autore al motore di ricerca. Poco chiaro ma, di fatto, il lavoro prodotto diventa proprietà (licenza esclusiva solo per i vincitori) del gestore del sito che ne può fare ciò che vuole. Chi lancia il “concorso”, acquisisce il diritto a utilizzare, rielaborare, declinare, adattare, riciclare, creare opere derivate…

ENTUSIASMANTE!

Sì, entusiasmo per questa grande innovazione in grado di dare modernità allo stantio mercato del lavoro in ambito ADV, BTL PR, DESIGN, etc., che permette: “ «creatività di pregio» a buon mercato e in tempi rapidi.”, un enorme aiuto per “ «i direttori R&S o marketing” per le aziende e… per le multinazionali della pubblicità.

Con il crowdsourcing, si afferma: “chiunque può guadagnare”, chiunque.

Grandioso!

Fino all’altro ieri, erano sempre state solo le agenzie - non tutte - a partecipare alle gare.

Si deve chiarire che la partecipazione alle “gare”, nell’ambito della comunicazione pubblicitaria, non consiste solo nel produrre un’eventuale linea strategica e preventivi - come accade in qualunque altro ambito lavorativo - ma nel produrre idee (normalmente almeno tre proposte) cioè, produrre lavoro vero gratuitamente.

La partecipazione alle “gare” è stata una delle cause della deprofessionalizzazione nell’ambito della creatività pubblicitaria, oggi, in caduta libera.

Ora, con il crowdsourcing, il lavoro gratuito è a disposizione di chiunque, freelance professionisti della comunicazione pubblicitaria e d’impresa o no. Per cento o mille o milioni che lavoreranno gratuitamente, uno vincerà.

 

A questo punto mi domando perché si debba rivolgere questo grandioso utilizzo del web 2.0 solo agli art director, ai copywriter, ai molti ruoli professioni del web, ai grafici, ai designer…, in fondo, il crowdsourcing è una “specie di outsourcing”, quindi: perché non offrire questa gigantesca e innovativa possibilità anche, per esempio, agli architetti?

Per il committente è davvero una meraviglia: poter scegliere tra migliaia - forse milioni - di progetti architettonici fatti e finiti, pronti per essere edificati, progetti che possono essere rielaborati, modificati, spezzettati, riciclati… sai la soddisfazione?

Ah già, forse, per gli architetti la soddisfazione sarà un po’ più limitata, non si garantisce alcuna certezza di reddito, nel sito non ci sarà la loro firma, sì è vero, siamo nel mondo della flessibilità e dell’insicurezza... però, vuoi mettere la modernità?

 

E perché, cari editori, non usare il crowdsourcing anche per la produzione di quotidiani, settimanali, mensili… Perché no?

Certo, anche i giornalisti, tutti - non solo i giovani -, ma anche i non giornalisti, devono poter avere l’enorme opportunità di entrare nel fantastico mondo del crowdsourcing!

Pensate che bello, milioni di giornalisti di tutto il mondo che, quotidianamente, mettono in gara tutti i loro articoli, fantastico!

Beh, certo, esiste “l’irrilevante” problemino che gli articoli, nel sito, non saranno firmati…, e chissà se potrà comparire il nome dell’autore a fianco di: “RIPRODUZIONE RISERVATA”? L’editore acquisirà il diritto di tagliare, allungare, modificare, rielaborare e… riciclare qualunque articolo ma, in fondo, scrivere un articolo è una delle tante “attività semplici e ripetitive” e, in più, l’anonimato, dà alla lettura quel certo non so che di misterioso, di affascinante…

Ecco la grandiosa idea: ogni giorno della sua vita, il giornalista scriverà articoli e articoli e articoli sperando, un giorno, di poter VINCERE! Tanto, tanto lavoro gratis ma, chissà, un domani, potrebbe vincere! Non guadagnare, VINCERE!

 

E allora, perché NON offrire il crowdsourcing, questa enorme opportunità, questa gigantesca innovazione, questa grande rivoluzione del mondo del lavoro 2.0, a tutti i professionisti, a tutte le professioni del mondo?

Forse perché è la conoscenza a creare i professionisti.

Forse perché solo nella professionalità esiste il futuro.

Forse perché il lavoro e la fatica devono mantenere valore.

Forse perché la proprietà intellettuale deve essere difesa.

Forse perché si devono avere dei diritti.

Forse perché il lavoro deve essere riconosciuto, sempre.

Forse perché si deve avere la certezza di un reddito.

Forse perché la precarietà e l’insicurezza non devono diventare valori.

Forse perché…

Evviva il crowdsourcing, evviva il LAVORO a LOTTERIA!

intervento di Dilva Giannelli

L'intervento è leggibile anche su Generazione Pro Pro, Blog del Corriere della Sera.

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