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Equità e giustizia per il lavoro autonomo, non sono voglia di Stato

Non si è fatto attendere il commento di ACTA al recente articolo a firma di Giuliano Cazzola pubblicato su Il Foglio dove di parla di “una deprecabile voglia si Stato” in tempo di crisi. Questa è la replica, a firma di Anna Soru, pubblicata sul Blog del Corriere.it – Generazione Pro Pro e citata anche sull’edizione cartacea del Corriere della Sera, nell’articolo “Terziario, finisce «on line» il duello sul nuovo welfare per il popolo delle partite Iva“:

L’On. Cazzola ha perfettamente ragione nel dire che il semplice possesso di una partita Iva non può essere considerato elemento unificante di posizioni lavorative e professionali molto diverse. Per poter avanzare proposte e definire politiche è necessario distinguere, anche se ci sono alcuni aspetti che rimandano ad un’impostazione universale, non specifica delle diverse categorie.

Al primo posto tra gli “invisibili” (che sono tali perché non li si sa o non li si vuole vedere, ma esiste da anni un’ampia letteratura internazionale e nazionale, cito fra tutti “Il lavoro autonomo di seconda generazione” di Sergio Bologna del 1987) troviamo le professioni non ordinistiche, che continuano a restare oscurate: a) dalla denominazione “partite Iva”, b) dalle professioni ordinistiche, c) da coloro che di fatto svolgono un’attività subordinata, ma sono forzati all’apertura della partita iva dall’impresa committente, che in questo modo risparmia sui contributi (a carico del lavoratore) e soprattutto può uscire dai vincoli della contrattazione collettiva ed erogare retribuzioni sotto il livello di sopravvivenza.

Le non ordinistiche sono professioni che, come quelle ordinistiche, richiedono un assetto di saperi e abilità, ma sono caratterizzate, oltre che dall’assenza di ordini che ne difendano gli interessi, dalla mancanza di un’identità professionale chiara e riconoscibile anche all’esterno e, in genere, da maggiore instabilità delle conoscenze , soggette a processi di rapida obsolescenza.

Rispetto a queste categorie, fatte rientrare obbligatoriamente nella famigerata Gestione Separata dell’INPS, vige un sistema fiscale- contributivo ibrido e vistosamente iniquo, con costi scandinavi (tra previdenza e imposte versiamo allo Stato più dei dipendenti), ma con prestazioni di welfare scarse o nulle: nessun sussidio di disoccupazione (riconosciuto anche nel liberista Regno Unito), pensione misera, scarsa copertura della malattia (solo se ospedalizzata è prevista un’indennità ed è irrisoria), nessun congedo parentale, incertezza persino della copertura in gravidanza (garantita solo se c’è un pregresso contributivo). Non chiediamo “assistenzialismo”, ma assistenza da parte del legislatore per motivi di equità e di giustizia.

Quali le nostre richieste dunque? La garanzia, coperta dalla fiscalità generale, dei diritti fondamentali (maternità , indennità di disoccupazione ) per noi come per tutti i cittadini e un’armonizzazione del sistema previdenziale, seguendo quanto già previsto da Marco Biagi, che scriveva: “[…] la regolamentazione del lavoro atipico impone di riscrivere (almeno in parte) anche le tutele tradizionali del lavoro subordinato e di procedere ad un corrispondente riassetto normativo delle prestazioni previdenziali, delineando uno zoccolo previdenziale comune per i lavoratori autonomi e per i lavoratori subordinati che, nel garantire un gettito contributivo di base per tutti i rapporti di lavoro, contribuisca a sdrammatizzare il problema qualificatorio delle singole fattispecie anche per gli istituti previdenziali. [..]”

E’ in questa direzione, d’altra parte, che sembra andare proprio il disegno di Legge proposto da Giuliano Cazzola come primo firmatario. Un disegno di legge che speriamo sia il primo passo per un nuovo diritto del lavoro, che sia inclusivo degli “invisibili”, che guardi a una definizione di un nuovo Statuto dei Lavori che del Codice Civile comprenda non soltanto la parte relativa al Lavoro dipendente, ma anche all’altra, dimenticata da tutti, quella dedicata al Lavoro autonomo.

Infine chiediamo che si intervenga per impedire gli attuali abusi, il ricorso alla partita IVA come escamotage sociale e lavorativo. Questo sminuisce e umilia la realtà del lavoro professionale autonomo, che per sua stessa ammissione trova nella libertà di esercizio e nell’indipendenza le radici del proprio modo di vivere la progettualità di vita e di lavoro. Autonomia non significa “salvataggio dal sommerso”, ma ha una valenza positiva ed esaltante, produce valore nei contesti dove è richiesta professionalità, creatività, libertà e coraggio. Valori che andrebbero incoraggiati e sostenuti perché possono dare un contributo determinante al superamento delle attuali difficoltà del Paese .

Tratto da “IL DIBATTITO: Cazzola-Soru, botta e risposta su voglia di stato e nuovo welfare“.

ACTA

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3 Commenti

  1. Massimo Lucangeli

    Da anni, almeno da 1994, andiamo avanti a dibattere i medesimi argomenti..gestione separata inps iniqua e vessatoria…mancanza di ammortizzatori sociali…mancanza di uno Statuto dei Liberi Professionisti senza albo, etc. Finchè non costituiamo un Sindacato non riusciremo a farci sentire e rispettare a livello istituzionale. Io lavoro a questo progetto, giacchè temo che si rischi di essere ancora qui, tra 20 anni, a dibattere sempre di questi argomenti. Massimo Lucangeli

    4 Gen 2010
  2. Mario

    Purtroppo sono le pubbliche amministrazioni le prime a compiere sistematicamente abusi, a imporre il ricorso alla partita IVA come escamotage lavorativo. Come sempre e come in ogni ambito lo stato italiano predica bene e razzola malissimo.
    Quanto ai rimedi, credo si debba dar atto ad ACTA di stare facendo il possibile per porre fine all’attuale situazione vessatoria e quasi kafkiana che i professionisti non ordinisti si trovano a subire. Che si chiami sindacato o associazione, credo cambi assai poco: ciò che davvero conta sono gli obiettivi e la determinazione e lucidità con le quali vengono perseguiti. Purtroppo la strada da percorrere è lunga ed in salita, ma ricordiamo che fino a pochissimi anni fa di noi e dei nostri problemi (nel frattempo purtroppo aggravatisi come conseguenza del silenzio che ci avvolgeva) non si parlava nemmeno, mentre oggi un piccolo ma significativo risultato (la marcia indietro del governo sull’ipotesi di un ulteriore aumento dell’aliquota previdenziale dell’1,2%) è stato conseguito. Il percorso intrapreso è ancora lungo e pieno di ostacoli, ma è sicuramente quello giusto.

    4 Gen 2010
  3. Massimo Lucangeli

    ACTA opera una azione meritoria ed importante, ma a mio avviso non basta. Io ad esempio ho proposto di scendere in piazza a dicembre, prima della riscrittura finale della Finanziaria, per fare “pressione” sui decisori istituzionali, per spiegare le nostre ragioni attraverso una azione nazionale, visibile (ed avevamo un paio di Onorevoli e un paio di Senatori che venivano in corteo con noi). Non si è fatto, mal ce ne incolga, nel frattempo l’hanno fatto gli autotrasportatori ed hanno portato a casa 400 milioni di aiuto, lo hanno fatto altri ed hanno tutti guadagnato qualcosa (cito. radio private 50 mln, convitti privati 8 mln, fondazioni 3 mln, etc.). Noi siamo solo una sommatoria di liberi professionisti, un gregge e non un gruppo coeso, questo da sempre è il nostro tallone d’Achille. Altro esempio? Tra 1600 iscritti al Convegno API di Parma (dove un tema era proprio la crisi della libera professione non regolamentata) ho contato dieci colleghi seduti nella sala serale presieduta dagli Onorevoli Tabacci e Calearo…dico dieci…poi cosa pretendiamo? Nel frattempo, l’art. 158 della Finanziaria ha tagliato 100 (cento) milioni di euro per le politiche della formazione professionale. Cosa volete ancora che accada prima di svegliarci?

    8 Gen 2010

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