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L'ultima semplificazione giornalistica del lavoro professionale autonomo

Anche La Repubblica parla delle Partite IVA e del tradimento di una generazione di giovani professionisti. Oggi (9 novembre 2009) a pagina 13 si può leggere l’articolo, ripubblicato online, “L’ ultima beffa del lavoro precario “Apri  la partita Iva o ti licenzio“.

Adesso  siamo diventati “I primi degli ultimi“. Di noi si inizia a parlare: facciamo notizia e poco interessa che sia per moda o per reale (ci crediamo?) interesse sociale, ma preferiremmo un po’ più di chiarezza.

A leggere l’articolo sembra che il boom di nuove Partite IVA registrato negli i ultimi anni (relative ai non iscritti ad Albi) copra, in realtà, un diffuso fenomeno di coatta parasubordinazione che la crisi attuale sta amplificando ulteriormente, spingendo le imprese a ridurre all’osso i costi, in primis del lavoro. Quali sostanziali indicatori di effettiva parasubordinazione del rapporto lavorativo si citano? Due condizioni: la monocommittenza delle Partite Iva e un loro reddito medio (da non confondere con il fatturato) intorno ai 15.000 euro.

Ora, si capisce, è legittimo e, anzi, doveroso, fare riferimentoa qualche criterio oggettivo, ma vien da chiedersi: è proprio così? Perché, lo sappiamo, non sempre la monocommittenza  sottintende relazioni di dipendenza: a volte la collaborazione consulenziale su lunghi e impegnativi progetti comporta, per un periodo di durata anche significativa, la necessità di un rapporto pressocchè in esclusiva con il committente… Ma è altrettanto vero che un rapporto di questo tipo è difficilmente compatibile con un reddito annuo intorno ai soli 15.000 euro, anche se un reddito di questa entità è tutt’altro che scarsamente diffuso tra le stesse “vere” Partite IVA. Insomma, l’argomento è complesso e fin troppo facile lo scivolone in direzione di sue  letture eccessivamente semplicistiche; piuttosto, ciò che meglio si presta a considerazioni più ampiamente condivisibili e che non ci fa ben sperare sulla crescita fertile nel nostro substrato economico, è la constatazione, ben sottolineato dall’articolo citato, del progressivo svuotamento del ruolo dei knowledge worker, professionisti sempre più spinti ai margini, in posizioni di estrema vulnerabilità  e con tutele inesistenti o irrisorie. Altro che i professionisti “capitalisti” di un certo e ormai datato immaginario!

Ma, sicuramente, per la crescita delle Partite IVA (con una indubbia quota di quelle “forzate”) non potranno non  gioire le casse dell’INPS, visto che l’attuale attivo dell’Ente è in larga misura sostenuto proprio dal suo Fondo di Gestione Separata: fosse per noi, quell’aliquota del 25,72% sull’imponibile (cha salirà al 26,72% nel 2010, contro il 20% circa previsto per le Partite IVA di Artigiani e Commercianti) preferiremmo, almeno in parte, gestircela noi,  liberi di sceglierci altre formule di copertura. Con buona pace per il nostro misconosciuto compito di attori previdenziali (ogni assonanza con “provvidenziali” è puramente casuale…).

Intervento di Nicoletta Saccon

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