Acta l'associazione dei freelance

Ammortizzatori sociali per i professionisti autonomi?

| 20 ottobre 2009 | LETTO: 3.496 VOLTE | 7 COMMENTI | Autore: | SHORT URL |

Dialogo sulle protezioni sociali dei lavoratori professionali autonomi tra Romano Calvo e Anna Soru

 

La nostra situazione di professionisti ci rende per natura esclusi da qualsiasi forma di ammortizzatore sociale. E non vogliamo aggiungerci al coro di chi ci vorrebbe includere. Riteniamo infatti che, chi per scelta o per necessità ha deciso di fare il professionista, non può avere accesso a forme di assicurazione pubblica contro la disoccupazione, perché è strutturalmente impossibile dimostrare una condizione di disoccupazione per un professionista, a meno di cessare la propria attività. Ed allora il discorso cambia.

Si dovrebbe infatti porre un problema, che è più generale e che riguarda il sostegno a chi precipita in condizioni di povertà. E si dovrebbe allora discutere di reddito minimo di inserimento o di cittadinanza. Ma ciò riguarda tutti i cittadini e non solo i professionisti che cessano l’attività.

Invece dalla politica, sia del governo Prodi come di Berlusconi, noi siamo stati trattati come una cassa a cui attingere per colmare i buchi creati da altre categorie, ad esempio per risolvere il problema dello scalone, come ha fatto l’ex ministro Damiano o per incrementare il fondo per l’indennità di disoccupazione come voleva fare l’On. Cazzola chiedendoci di contribuire con un 0.5% per ammortizzatori di cui non potremo mai godere.

 

Non sono d'accordo sul fatto che non debbano esserci ammortizzatori sociali per noi, alcuni nostri iscritti li chiedono, soprattutto in questo momento di crisi. Chiudere la partita Iva è un gesto estremo, ci arrivi quando non hai più alcuna possibilità di ottenere delle commesse, quando rinunci a lavorare del tutto e questa situazione dovrebbe essere evitata (come recuperi all'occupazione chi ha chiuso la Partita IVA?).

Gli ammortizzatori dovrebbero poter intervenire anche se c'è la Partita IVA, ma hai avuto un tracollo nella tua attività. Quando ti ritrovi a fatturare 5-6.000 euro all'anno è evidente che non sei in grado di mantenerti. Per questo la proposta di Cazzola secondo me non era malvagia. Tuttavia, è vero che prima occorre risolvere la questione della definizione delle situazioni in cui sia possibile chiedere un'integrazione al reddito e soprattutto della verificabilità delle situazioni di non lavoro (sia che si tratti di malattia sia di disoccupazione), per permettere l'effettivo accesso allo strumento.

 

Prima o poi dovremo fare un dibattito serio sul tema ammortizzatori sociali, perché rischiamo di proiettare su tutti gli iscritti quelle che sono isolate situazioni personali, senza tenere conto del complesso della materia degli Ammortizzatori Sociali e dell'assistenza sociale, sul quale per fortuna il dibattito in Italia sta producendo proposte più coerenti e universali. Si guardi, per esempio, ai lavori dell'ISAE ("Il sostegno al reddito dei disoccupati" di Anastasia, Mancini e Trivellato) e CNEL ("Il lavoro che cambia") che ho citato nel mio recente incontro organizzato dal PD e soprattutto si rileggano i temi delle crisi del Welfare State, i temi del salario di riserva, i rischi di opportunismo, l'appesantimento burocratico e i costi conseguenti a forti apparati di controllo che in Italia non hanno mai funzionato (figuriamoci al Sud!) e soprattutto si tenga maggiormente presente la natura innovativa dell'aver "scelto" di essere autonomi...
Altrimenti rischiamo, come secondo me abbiamo già fatto con Pietro Ichino, di spingere su una posizione che vorrebbe assimilare sempre più il lavoro autonomo a quello dipendente. La protezione sociale di ultima istanza va conquistata in quanto "cittadini" e non in quanto lavoratori autonomi. Contemporaneamente non possiamo ostacolare il percorso di estensione della tutela assicurativa e di omogeneizzazione degli ammortizzatori sociali che faticosamente si va realizzando per il lavoro dipendente e para-subordinato, soltanto perché li vorremmo anche noi, ma non siamo in grado di pagarceli perché nemmeno in grado di dire chi e a quale titolo ne dovrebbe avere diritto.
Se la Partita IVA maschera situazioni di lavoro subordinato è necessario trasformarlo in lavoro dipendente o al limite in para-subordinato, con tutte le tutele del lavoro dipendente e i relativi oneri contributivi esattamente come ha fatto Damiano con il call center inbound, ma non costringere tutti quelli che hanno Partita IVA a pagare contributi e ricevere prestazioni come se fossero lavoratori dipendenti.
Se la Partita IVA è una "scelta" occorre assumersene la responsabilità, sapendo che in quanto cittadini, famiglie e contribuenti tutti abbiamo diritto a una protezione sociale di “ultima istanza”. Leggetevi le interpretazioni dei giuslavoristi sul nuovo contratto di “lavoro a chiamata” ripristinato da Sacconi, per avere una idea di come in futuro le prestazioni discontinue saranno sempre più regolate da quella forma che io reputo terribile perché santifica definitivamente l'asimmetria tra un datore di lavoro che decide come e quando farti lavorare (al prezzo del lavoro dipendente) senza doversi assumere alcun obbligo nei confronti del lavoratore se non quello di retribuirlo nel ristretto periodo di tempo in cui questi lavora.
Si tenga d’occhio la dichiarazione fatta ieri ai giornali da Tremonti: “C’è stata una mutazione quantitativa e anche qualitativa del posto di lavoro, da quello fisso a quello mobile, ma la mobilità di per sé non è un valore. Il posto fisso è la base su cui fare progetti e fondare famiglie. La mobilità per altri è un valore in sé, per me no. Per me l’obiettivo fondamentale è la stabilità del lavoro, che è base di stabilità sociale”.

Se riconosciamo esistere una asimmetria di potere tra chi compra il lavoro e chi vende la propria forza lavoro, occorre colmare tale divario consentendo al più debole di non accettare le condizioni imposte dal più forte, garantendogli il reddito durante i periodi di disoccupazione.
Il problema delle politiche del lavoro è di riuscire a proteggere i più deboli, dentro e fuori dal mercato del lavoro, sapendo che la protezione qualcuno la deve pagare. Nel welfare europeo la protezione per il segmento più debole del mercato del lavoro la pagano i lavoratori stessi e le loro imprese mediante un sistema di tipo assicurativo e solidaristico faticosamente conquistato in due secoli di lotte.
Per i segmenti forti si confida nella loro autonoma capacità di provvedere a se stessi, anche mediante libere forme mutualistiche o assicurative private.
Per tutti, però, vi deve essere una garanzia di ultima istanza, quella di non precipitare nella povertà, attingendo alle risorse che in quanto cittadini ciascuno ha conferito allo Stato. Questo approfondimento sarebbe necessario al nostro interno.

 

In linea di principio sarei d’accordo su una protezione universale. E’ il modello danese, a cui molti di noi guardano appunto come a un modello di riferimento.

Tuttavia, l’Italia è il Paese del lavoro nero e, come dici tu, del fallimento dei sistemi di controllo. Si correrebbe il rischio di intervenire a favore di una marea di finti disoccupati e finti poveri e probabilmente si fornirebbero ulteriori incentivi al lavoro nero. Prima di poter arrivare a qualcosa di analogo a quanto avviene in Danimarca occorre trovare il modo di ridurre pesantemente il lavoro nero e l’evasione fiscale.

E nel frattempo? E’ vero che la cassa integrazione è uno strumento nato per chi li paga, ma la cassa in deroga copre situazioni diverse, delle imprese che non pagano (e anche lavoratori non a tempo indeterminato) e lo fa con stanziamenti pubblici, che quindi attingono alla fiscalità. In un periodo di grande difficoltà come quello attuale, in attesa di una riforma più ampia, penso che occorrerebbe tamponare con qualche misura straordinaria le situazioni più difficili, anche se i lavoratori sono autonomi (e in questa direzione poteva andare la proposta Cazzola). Come individuare le situazioni difficili? Per esempio potrebbero accedere coloro che non soltanto hanno un reddito inferiore a una certa soglia, ma che dimostrano nel passato di aver dichiarato redditi largamente superiori a tale soglia. Ma, soprattutto, è urgente uno strumento che consenta veloci micro-finanziamenti a chi si trova in difficoltà. Questa era una proposta fatta da ACTA alla Regione Lombardia, che tuttavia non ha al momento trovato riscontri.

Se, invece, ragioniamo sul lungo periodo, l’obiettivo non è spingere sempre più verso l’assimilazione del lavoro autonomo a quello dipendente (abbiamo fondato l’associazione contro questa impostazione tipicamente sindacale che adesso ha conquistato anche Tremonti). Sin dalle prime discussioni con il sindacato e successivamente con Ichino, l’obiettivo è quello di trovare elementi per separare il lavoro propriamente autonomo da quello parasubordinato. I parametri su cui abbiamo sempre ragionato sono due: il primo è il numero dei clienti, il secondo è il fatturato (la definizione della soglia non è semplice, noi avevamo proposto i 30.000 euro di imponibile). La difficoltà però è quella di riuscire a definire chiaramente tutte le diverse situazioni. Se uno ha un reddito inferiore ai 30.000 euro e un solo committente possiamo facilmente considerarlo parasubordinato, viceversa se ha un reddito elevato (sopra i 30.000 euro non è elevato, ma se la soglia è più alta si rischia di ricondurre al lavoro parasubordinato la situazione di molti che hanno scelto di lavorare in autonomia), indipendentemente dal numero di clienti, possiamo ritenere che abbia un buon potere contrattuale. Più difficile capire come considerare chi ha un reddito molto basso distribuito tra più di un cliente.

Se si arrivasse a questa distinzione, chi rientra nel lavoro parasubordinato (che dovrebbe includere la grandissima parte dei più giovani) dovrebbe essere coperto dalla cassa integrazione ordinaria, chi resta autonomo potrebbe, invece, accedere a più limitati interventi di Cassa Integrazione in deroga.

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