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Ammortizzatori sociali per i professionisti autonomi?

Dialogo sulle protezioni sociali dei lavoratori professionali autonomi tra Romano Calvo e Anna Soru

 

La nostra situazione di professionisti ci rende per natura esclusi da qualsiasi forma di ammortizzatore sociale. E non vogliamo aggiungerci al coro di chi ci vorrebbe includere. Riteniamo infatti che, chi per scelta o per necessità ha deciso di fare il professionista, non può avere accesso a forme di assicurazione pubblica contro la disoccupazione, perché è strutturalmente impossibile dimostrare una condizione di disoccupazione per un professionista, a meno di cessare la propria attività. Ed allora il discorso cambia.

Si dovrebbe infatti porre un problema, che è più generale e che riguarda il sostegno a chi precipita in condizioni di povertà. E si dovrebbe allora discutere di reddito minimo di inserimento o di cittadinanza. Ma ciò riguarda tutti i cittadini e non solo i professionisti che cessano l’attività.

Invece dalla politica, sia del governo Prodi come di Berlusconi, noi siamo stati trattati come una cassa a cui attingere per colmare i buchi creati da altre categorie, ad esempio per risolvere il problema dello scalone, come ha fatto l’ex ministro Damiano o per incrementare il fondo per l’indennità di disoccupazione come voleva fare l’On. Cazzola chiedendoci di contribuire con un 0.5% per ammortizzatori di cui non potremo mai godere.

 

Non sono d’accordo sul fatto che non debbano esserci ammortizzatori sociali per noi, alcuni nostri iscritti li chiedono, soprattutto in questo momento di crisi. Chiudere la partita Iva è un gesto estremo, ci arrivi quando non hai più alcuna possibilità di ottenere delle commesse, quando rinunci a lavorare del tutto e questa situazione dovrebbe essere evitata (come recuperi all’occupazione chi ha chiuso la Partita IVA?).

Gli ammortizzatori dovrebbero poter intervenire anche se c’è la Partita IVA, ma hai avuto un tracollo nella tua attività. Quando ti ritrovi a fatturare 5-6.000 euro all’anno è evidente che non sei in grado di mantenerti. Per questo la proposta di Cazzola secondo me non era malvagia. Tuttavia, è vero che prima occorre risolvere la questione della definizione delle situazioni in cui sia possibile chiedere un’integrazione al reddito e soprattutto della verificabilità delle situazioni di non lavoro (sia che si tratti di malattia sia di disoccupazione), per permettere l’effettivo accesso allo strumento.

 

Prima o poi dovremo fare un dibattito serio sul tema ammortizzatori sociali, perché rischiamo di proiettare su tutti gli iscritti quelle che sono isolate situazioni personali, senza tenere conto del complesso della materia degli Ammortizzatori Sociali e dell’assistenza sociale, sul quale per fortuna il dibattito in Italia sta producendo proposte più coerenti e universali. Si guardi, per esempio, ai lavori dell’ISAE (“Il sostegno al reddito dei disoccupati” di Anastasia, Mancini e Trivellato) e CNEL (“Il lavoro che cambia“) che ho citato nel mio recente incontro organizzato dal PD e soprattutto si rileggano i temi delle crisi del Welfare State, i temi del salario di riserva, i rischi di opportunismo, l’appesantimento burocratico e i costi conseguenti a forti apparati di controllo che in Italia non hanno mai funzionato (figuriamoci al Sud!) e soprattutto si tenga maggiormente presente la natura innovativa dell’aver “scelto” di essere autonomi…
Altrimenti rischiamo, come secondo me abbiamo già fatto con Pietro Ichino, di spingere su una posizione che vorrebbe assimilare sempre più il lavoro autonomo a quello dipendente. La protezione sociale di ultima istanza va conquistata in quanto “cittadini” e non in quanto lavoratori autonomi. Contemporaneamente non possiamo ostacolare il percorso di estensione della tutela assicurativa e di omogeneizzazione degli ammortizzatori sociali che faticosamente si va realizzando per il lavoro dipendente e para-subordinato, soltanto perché li vorremmo anche noi, ma non siamo in grado di pagarceli perché nemmeno in grado di dire chi e a quale titolo ne dovrebbe avere diritto.
Se la Partita IVA maschera situazioni di lavoro subordinato è necessario trasformarlo in lavoro dipendente o al limite in para-subordinato, con tutte le tutele del lavoro dipendente e i relativi oneri contributivi esattamente come ha fatto Damiano con il call center inbound, ma non costringere tutti quelli che hanno Partita IVA a pagare contributi e ricevere prestazioni come se fossero lavoratori dipendenti.
Se la Partita IVA è una “scelta” occorre assumersene la responsabilità, sapendo che in quanto cittadini, famiglie e contribuenti tutti abbiamo diritto a una protezione sociale di “ultima istanza”. Leggetevi le interpretazioni dei giuslavoristi sul nuovo contratto di “lavoro a chiamata” ripristinato da Sacconi, per avere una idea di come in futuro le prestazioni discontinue saranno sempre più regolate da quella forma che io reputo terribile perché santifica definitivamente l’asimmetria tra un datore di lavoro che decide come e quando farti lavorare (al prezzo del lavoro dipendente) senza doversi assumere alcun obbligo nei confronti del lavoratore se non quello di retribuirlo nel ristretto periodo di tempo in cui questi lavora.
Si tenga d’occhio la dichiarazione fatta ieri ai giornali da Tremonti: “C’è stata una mutazione quantitativa e anche qualitativa del posto di lavoro, da quello fisso a quello mobile, ma la mobilità di per sé non è un valore. Il posto fisso è la base su cui fare progetti e fondare famiglie. La mobilità per altri è un valore in sé, per me no. Per me l’obiettivo fondamentale è la stabilità del lavoro, che è base di stabilità sociale”.

Se riconosciamo esistere una asimmetria di potere tra chi compra il lavoro e chi vende la propria forza lavoro, occorre colmare tale divario consentendo al più debole di non accettare le condizioni imposte dal più forte, garantendogli il reddito durante i periodi di disoccupazione.
Il problema delle politiche del lavoro è di riuscire a proteggere i più deboli, dentro e fuori dal mercato del lavoro, sapendo che la protezione qualcuno la deve pagare. Nel welfare europeo la protezione per il segmento più debole del mercato del lavoro la pagano i lavoratori stessi e le loro imprese mediante un sistema di tipo assicurativo e solidaristico faticosamente conquistato in due secoli di lotte.
Per i segmenti forti si confida nella loro autonoma capacità di provvedere a se stessi, anche mediante libere forme mutualistiche o assicurative private.
Per tutti, però, vi deve essere una garanzia di ultima istanza, quella di non precipitare nella povertà, attingendo alle risorse che in quanto cittadini ciascuno ha conferito allo Stato. Questo approfondimento sarebbe necessario al nostro interno.

 

In linea di principio sarei d’accordo su una protezione universale. E’ il modello danese, a cui molti di noi guardano appunto come a un modello di riferimento.

Tuttavia, l’Italia è il Paese del lavoro nero e, come dici tu, del fallimento dei sistemi di controllo. Si correrebbe il rischio di intervenire a favore di una marea di finti disoccupati e finti poveri e probabilmente si fornirebbero ulteriori incentivi al lavoro nero. Prima di poter arrivare a qualcosa di analogo a quanto avviene in Danimarca occorre trovare il modo di ridurre pesantemente il lavoro nero e l’evasione fiscale.

E nel frattempo? E’ vero che la cassa integrazione è uno strumento nato per chi li paga, ma la cassa in deroga copre situazioni diverse, delle imprese che non pagano (e anche lavoratori non a tempo indeterminato) e lo fa con stanziamenti pubblici, che quindi attingono alla fiscalità. In un periodo di grande difficoltà come quello attuale, in attesa di una riforma più ampia, penso che occorrerebbe tamponare con qualche misura straordinaria le situazioni più difficili, anche se i lavoratori sono autonomi (e in questa direzione poteva andare la proposta Cazzola). Come individuare le situazioni difficili? Per esempio potrebbero accedere coloro che non soltanto hanno un reddito inferiore a una certa soglia, ma che dimostrano nel passato di aver dichiarato redditi largamente superiori a tale soglia. Ma, soprattutto, è urgente uno strumento che consenta veloci micro-finanziamenti a chi si trova in difficoltà. Questa era una proposta fatta da ACTA alla Regione Lombardia, che tuttavia non ha al momento trovato riscontri.

Se, invece, ragioniamo sul lungo periodo, l’obiettivo non è spingere sempre più verso l’assimilazione del lavoro autonomo a quello dipendente (abbiamo fondato l’associazione contro questa impostazione tipicamente sindacale che adesso ha conquistato anche Tremonti). Sin dalle prime discussioni con il sindacato e successivamente con Ichino, l’obiettivo è quello di trovare elementi per separare il lavoro propriamente autonomo da quello parasubordinato. I parametri su cui abbiamo sempre ragionato sono due: il primo è il numero dei clienti, il secondo è il fatturato (la definizione della soglia non è semplice, noi avevamo proposto i 30.000 euro di imponibile). La difficoltà però è quella di riuscire a definire chiaramente tutte le diverse situazioni. Se uno ha un reddito inferiore ai 30.000 euro e un solo committente possiamo facilmente considerarlo parasubordinato, viceversa se ha un reddito elevato (sopra i 30.000 euro non è elevato, ma se la soglia è più alta si rischia di ricondurre al lavoro parasubordinato la situazione di molti che hanno scelto di lavorare in autonomia), indipendentemente dal numero di clienti, possiamo ritenere che abbia un buon potere contrattuale. Più difficile capire come considerare chi ha un reddito molto basso distribuito tra più di un cliente.

Se si arrivasse a questa distinzione, chi rientra nel lavoro parasubordinato (che dovrebbe includere la grandissima parte dei più giovani) dovrebbe essere coperto dalla cassa integrazione ordinaria, chi resta autonomo potrebbe, invece, accedere a più limitati interventi di Cassa Integrazione in deroga.

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7 Commenti

  1. Alfonso Miceli

    sono molto preoccupato per le dichiarazioni di Tremonti. Forse sbaglio, ma non vorrei che si scatenasse un’altra battaglia ideologica, come sull’articolo 18, e noi rimanessimo stritolati (c’è un lato divertente: a sinistra qualcuno si arrabbia, perché la destra vuole “scippare” il tema alla sinistra? Se questo fosse il problema dovremmo essere solo contenti che il Governo finalmente l’ha capito, ma le reazioni sono contrastanti. Ci sono elementi di follia e paradosso dovuti al fatto che è è tutta ideologia senza contatto con la realtà). Ho letto le dichiarazioni di Confindustria e della Marcegaglia: sarebbe il caso di cercare un contatto con loro? (anche se pure qua c’è qualcosa che non capisco: le grandi aziende assumono, non mi sembra un problema per loro rilevante. La Marcegaglia parla a nome delle piccole imprese sotto i 15 dipendenti?)

    Sempre più mi sembra importante affermare la nostra come scelta per i meriti, le competenze, da legare alla questione che per tutta una generazione è stata questa in realtà la scelta più dignitosa (sto lavorando in banche e centri servizi, pieni di laureati – ingegneri, scienze politiche, biologi, avvocati, psicologi dello sviluppo, sociologi, laureati in scienze della formazione – che svolgono pratiche burocratiche o poco più, contatto telefonico con i clienti, prendono 1.000 euro o poco più, e sono “contenti” perché hanno il posto sicuro (ma a quanti sogni stanno rinunciando? a volte un’ombra si affaccia nei loro occhi). Sono molto triste, mi sembra di assistere a un impecorimento generale. Quelli che vogliono fare un mestiere “bello” e coinvolgente, fanno quasi tutti i liberi professionisti o i collaboratori, spendono di tasca propria per formarsi, vanno da un progetto a un altro accumulando competenze importanti ma che dal punto di vista del posto fisso non hanno senso e valore.

    Sul tema degli ammortizzatori sociali: sono d’accordo con la necessità di distinguere fra collaboratori che dovrebbero rientrare nel ruolo di dipendenti, e liberi professionisti, e sul fatto che questi ultimi dovrebbero trovare garanzie più come cittadini che come lavoratori (fra parentesi, va rivista la costituzione, fondata
    sul lavoro, scusate il delirio, non ne possiamo parlare noi, ma la butto lì).

    Come misure di aiuto la prima idea che mi viene – non so si può proporre – è di agire sulla fiscalità. Per esempio io in questo momento sono più disperato perché devo pagare due tremila euro al mese di INPS e tasse perché ho avuto alti e bassi mostruosi di reddito e ho mancato alcuni pagamenti (anticipi). Se potessi dichiarerei fallimento, ma vado avanti. Una cosa di questo tipo potrebbe essere un aiuto diretto senza far girare troppo i soldi (con il costo burocratico che comporta), Ho sentito di una proposta di questo tipo per aiutare le famiglie con figli (farle pagare meno tasse invece di far pagare tutto e poi dare sussidi).

    PS: che ne dite di organizzare una grande manifestazione a Roma? lo slogan ce l’abbiamo: quelli che non vogliono il posto fisso!
    sicuramente fa notizia, poi spiegheremo che non è il tipo di contratto il problema, ma l’approccio gregario vs. meriti, competenze, rischio, mobilità sociale (l’Italia è uno dei paesi più bloccati del mondo a livello di possibilità di ascesa sociale. Noi quarantenni viviamo come se fossimo colonizzati da un invasore straniero: i posti migliori li prendono tutti gli “invasori anziani”, vedi cosa succede nelle università, nella politica, nei media, negli enti pubblici).

    23 Ott 2009
  2. Gian Franco

    Sulle dichiarazioni del Ministro Tremonti che esprime preferenze sul posto fisso, credo sia un tentativo, ben riuscito di sicuro, di consentire ai giornali e alla televisione di avere una bella notizia attraverso cui riempire le giornate a noi cittadini di discussioni, dibattiti, approfondimenti in tv, tutti, a mio parere, alquanto inutili.
    Credo sia molto difficile, dalle stanze dei nostri governatori, siano essi di destra o di sinistra, riuscire a cambiare un sistema economico che chiede sempre più flessibilità e a maggior ragione in un periodo difficile come questo.
    Da un lato, quindi assistiamo al fenomeno dei cosiddetti precari perenni, o dei lavoratori a posto fisso licenziati dopo anni di lavoro e dall’altro riceviamo gli effetti di uno slogan mediatico utile solo a creare polemiche inutili.
    Io credo che moltissimi lavoratori con partita IVA come me non chiedano una garanzia per ciò che attiene la sicurezza del posto di lavoro, ma chiedono, da tempo e inutilmente, di essere alleggeriti di un peso insostenibile di tasse e contributi che porta via ogni anno il 50 % minimo del reddito per poi essere considerati niente più che dei fantasmi.
    E’ forse il caso di farci sentire e/o vedere di più?

    23 Ott 2009
  3. Paola

    Mi chiedo perché non riusciamo a porci all’attenzione del legislatore e qualche riflessione sorge spontanea. In primo luogo mi pare che da parte dell’opinione pubblica esista una palese difficoltà ad identificarci anche solo a livello verbale e su questa confusione il governo ha gioco facile. I quotidiani parlano di professionisti autonomi iscritti alla Gestione Separata (noi) o lavoratori autonomi senza cassa (noi), o lavoratori appartenenti ad associazioni non riconosciute (sempre noi!): nebulose lessicali in cui l’intelletto del cittadino si perde.
    In secondo luogo penso che non ci sia una vera volontà di riconoscimento e regolamentazione da parte del legislatore stesso. Sono stati fatti tanti tentativi di riconoscimento in seno all’associazione di categoria a cui appartengo e tutte le proposte legislative promosse da questo o quel ministro che sono state presentate al governo sono state puntualmente e “fatalmente” lasciate cadere allo scioglimento della legislatura di turno.

    Quello che io e tanti altri stiamo però constatando dall’apertura della nostra posizione IVA, è che non riusciamo a mantenere un livello di reddito abbastanza stabile, in osservanza del parametro di “congruità” instaurato dagli studi di settore redatti, tra l’altro, da persone non esattamente competenti nella nostra materia di lavoro. Per di più noi ci rendiamo conto che questo reddito da lavoro subisce alti e bassi “da vertigine” assolutamente incontrollabili e imprevedibili in questa come in altre fasi congiunturali. Tenendo conto che non tutti i nuclei famigliari sono sostenuti da doppio reddito da lavoro, quindi, questa situazione di instabilità è quella su cui molti di noi dovrebbero teoricamente basarsi in via esclusiva per costruire la propria vita e sostentare la propria famiglia. In teoria, perché in pratica è impossibile riuscire a realizzare degli obbiettivi se non si hanno basi reddituali solide.
    Quindi direi che si ricade ancora una volta sulla necessità di essere giustamente identificati e normati dal legislatore.

    Tuttavia io, come penso la maggior parte, non ho mai preso in considerazione alcuna forma di diffusione delle idee e delle istanze – fiscali, per un prelievo equo e legali, per il riconoscimento professionale – che non rientrasse in convegni e tavole rotonde, adesione ad associazioni, proposte legislative. Invece ora devo arrendermi all’evidenza che queste forme di espressione hanno fallito, non bastano più a porsi all’attenzione dell’opinione pubblica e del governo e mi chiedo se non sia davvero più efficace una manifestazione di piazza. Nonostante non abbia mai considerato questa forma di espressione di livello professionale, nonostante in vita mia io non abbia mai coltivato sentimenti “da pasionaria”, devo ammettere che allo stato attuale non vedo altri mezzi efficaci per veicolare il nostro messaggio con forza e determinazione e per porlo all’attenzione del grande pubblico e dei media al fine di far comprendere chi siamo esattamente e cosa chiediamo.
    Il legislatore deve essere messo alle strette per capire che non può trascurare una professione che costituisce una fetta così importante del PIL (13% circa), a cui lo stato attinge per colmare le lacune di un imperfetto sistema previdenziale (che dà origine ad onerosissimi versamenti INPS), senza dare peraltro in cambio né ammortizzatori sociali, né cassa malattia, né un’efficace politica dell’indennità di maternità, né liquidazione, né sufficienti garanzie di copertura pensionistica, ecc. La contraddizione mi sembra fin troppo palese ed abnorme per giustificare e tollerare il trattamento e la poca considerazione di cui “godiamo”. La quiescenza non mi sembra più opportuna, abbiamo aspettato un risveglio delle istituzioni già per troppo tempo e temo che nessuno metterà mano ad una normativa se non saremo noi a farci avanti con forza, al di là della nostra compostezza professionale, scavalcando le barriere concettuali ed educative della nostra consapevole elevazione professionale ed intellettuale e scongiurando un’immobilità che non fa altro che perpetuare questa situazione di incertezza ed instabilità, situazione a cui le nostre tasche, e ancor meno, le nostre famiglie vogliono, devono e possono abituarsi.

    28 Ott 2009
  4. Gian Franco

    Paola sono dello stesso parere. Dobbiamo costituire un mezzo attraverso il quale comunicare tempestivamente tra noi, creare una linea unica, farci sentire e vedere. Dobbiamo creare un forum tutto nostro e qualcuno di noi deve farsi avanti in qualche trasmissione televisiva. Accendiamo il dibattito, ora!

    28 Ott 2009
  5. Luigi Daghetti

    Purtroppo, di giorno in giorno, il lavoro autonomo con partita IVA
    assume sempre più le vesti della Cenerentola.

    Oltre a non godere dei diritti dei Lavoratori, veniamo classificati
    come soggetti da porre nell’inferno dantesco di coloro che evadono
    e si nutrono del sangue altrui, quindi, da sopprimere limitando loro
    i diritti ed opprimere con maggiori tasse (es. IRAP), maggiori doveri
    e maggiori obblighi burocratici (quante sono le pagine dei modelli
    UNICO 2009/IRAP 2009 più allegati? Contatele! e rimarrete basiti).

    Ma questa disparità reale e di pensiero fra dipendente ed autonomo
    è visibilmente anticostituzionale non solo perchè pone i Cittadini
    su piani diversi in funzione dell’attività lavorativa, ma per il
    fatto che vengono disattesi due articoli fondamentali della nostra
    Costituzione.

    Art. 1: – L’Italia è una Repubblica democratica fondata sul
    lavoro. (non lavoro dipendente!!!!)

    Art. 4: – La Repubblica riconosce a tutti i Cittadini il
    diritto al lavoro e promuove le condizioni che
    rendano effettivo questo diritto.
    Ogni Cittadino ha il dovere di svolgere, secondo
    le proprie possibilità e la propria scelta, una
    attività o una funzione che concorra al progresso
    materiale o spirituale della Società.

    Ecco due punti fondamentali su cui imperniare la nostra battaglia.

    Il possesso della partita IVA non è sinonimo di privilegio ma un obbligo
    fiscale che comporta molti oneri e pochissimi onori; unico onore è poter
    dare maggiore visibilità e concretezza alla propria professionalità.

    Luigi DAGHETTI

    30 Ott 2009
  6. lucy

    sono pefettamente d’accordo

    23 Apr 2010
  7. Dilva

    Concordo totalmente con Romano, e aggiungo: come mai in tutta l’Europa civilizzata esiste il reddito minimo garantito? Da tempo. L’Europa, da tempo, chiede all’Italia di adeguarsi. Grandi esempi ce li danno la Francia, la Germania, senza aver bisogno di fare tanti chilometri…

    Parlo di reddito minimo garantito perché la dicitura reddito “di cittadinanza”, può aprire ampi spazi a pensieri razzisti, miranti a non riconoscere i diritti universali dell’uomo, ovunque essi si trovino, sanciti dalla Dichiarazione dei Diritti dell’Uomo del 1948 e dalla nostra Costituzione.

    Ogni uomo ha il diritto di vivere, questo è il primo diritto che nessuno, vuole “concedere”.
    Agli spermatozoi, agli ovuli, all’embrione (solo un’ipotesi di essere umano), qualcuno vuole rendere obbligatorio il riconoscimento del diritto alla vita ma, come esci dall’utero, la vita non ha più alcun valore.
    Vogliamo continuare così?
    Direi proprio che non è il caso, se non iniziamo -come, per fortuna, molti fanno- a pensare ai diritti degli esseri umani messi la mondo, anziché alle infinite categorie alle quali siamo più o meno costretti, continueremo a restare nel banalissimo, piccolissimo e provincialissimo pensierino che obbliga a guardare solo entro il limite del proprio naso.

    Dl resto, per quale altro motivo costituiremmo gli Stati?
    Quale altro scopo (a parte l’arricchimento dei pochissimi in cambio delle povertà dei molti, tipico dell’Italia) ha uno Stato se governare per difendere la vita dei suoi cittadini tutti?

    Se finalmente si esce dal pensiero piccolo piccolo, che sta sempre dalla parte dei governi piccoli piccoli, si arriva facilmente a capire che il reddito minimo garantito e l’integrazione al reddito se inferiore al minimo (a Milano è stato calcolato, poco prima dell’ultimissimo aumento dell’inflazione, a non meno di 980 eu, nette mensili, per persona, non per famiglia; ben poca cosa in confronto ai 31.000 euro al mese che costituiscono la pensione che noi regaliamo ad Amato), è per ogni Stato, un dovere.

    Verissimo che la Costituzione Italiana recita:
    Art. 1: – L’Italia è una Repubblica democratica fondata sul
    lavoro. E’ un diritto, così come: La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione.

    Ma anche:
    Art. 2.
    La Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo, sia come singolo sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità, e richiede l’adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale.

    Art. 3.
    Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali.
    È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese.

    Art. 4: – La Repubblica riconosce a tutti i Cittadini il
    diritto al lavoro e promuove le condizioni che
    rendano effettivo questo diritto.
    Ogni Cittadino ha il dovere di svolgere, secondo
    le proprie possibilità e la propria scelta, una
    attività o una funzione che concorra al progresso
    materiale o spirituale della Società.
    Di nuovo, riconosce i diritto ed anche il dovere ma, senza l’obbligo, il dovere di assoggettarsi a qualunque lavoro, a qualunque costo, anche mettendo a repentaglio la propria vita!

    “il lavoro rende liberi”, non dimentichiamolo, era il motto nazista: “Arbeit macht frei.”

    Il diritto alla vita deve quindi essere riconosciuto a prescindere dal lavoro, il reddito minimo garantito e l’integrazione del reddito, oggi, fanno sicuramente parte dei DIRITTI UNIVERSALI DELL’UOMO.

    Vorrei tanto che si smettesse di discriminare continuamente tra noi e si smettesse di permettere che ci discriminino, soprattutto, in funzione delle infinite categorie nelle quali, per scelta o per obbligo, ci troviamo impaludati.
    O si parte dal pensiero che l’essere umano, una volta nato, ha valore in in quanto tale, o non faremo mai un passo avanti e ci saremo meritati tutte le discriminazioni di cui siamo vittime, ma anche artefici.

    E se qualcuno dovesse dire: “Ma siamo in Italia, sai quanti ne approfitterebbero?”
    Risponderei: “Sono almeno 50 anni che manteniamo arricchendoli: ladri, farabutti, facinorosi, faccendieri, P2, P3, P4 …, corrotti e corruttori, assassini che amano le guerre, puttanieri e puttane, fascisti, mafiosi…. Se anche permettessimo la vita a qualche decina o centinaia di cittadini, sicuramente, non sarebbe questo a far fallire l’Italia, gli altri appena elencati, invece sì. E lo stiamo vedendo ora. “

    29 Giu 2011

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