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Perché siamo contrari agli Studi di Settore

In questi ultimi tempi si torna a parlare di Studi di Settore. Vi sono state proposte di esponenti della maggioranza per depotenziare la valenza probatoria degli Studi di Settore, contro le quali si sono alzate forti proteste, tra cui quelle della CGIL, che ha dichiarato inaccettabile l’abolizione dell’accertamento automatico e l’inversione dell’onere della prova, dal contribuente all’Amministrazione finanziaria. Per ora, tuttavia, dette proposte non sono state accolte dal Governo. Purtroppo su questo argomento esiste una grande confusione, confondendosi troppo spesso gli aspetti tecnici con quelli ideologici, la normativa con la sua effettiva applicazione.

L’istituzione degli Studi di Settore mira a far pagare le imposte alle imprese di piccole o medio-piccole dimensioni e ai lavoratori autonomi che non le pagano, e in qualche modo rappresentano una dichiarazione da parte dello Stato di incapacità a far rispettare l’obbligo fiscale a tali soggetti con strumenti analitici.

In linea di massima, noi siamo contrari agli Studi di Settore perché:

  • non è accettabile che, a causa di una presunzione di colpevolezza, l’onere della prova sia a carico del contribuente, come finora è accaduto, attraverso l’applicazione degli Studi di Settore come una sorta di “minimum tax”;
  • gli Studi di Settore fanno riferimento a valori medi, ma la media, per definizione, è in gran parte determinata da valori più alti e valori più bassi: è quindi intrinsecamente inevitabile che molti contribuenti abbiano realizzato ricavi o compensi inferiori alla media;
  • penalizzano chi, per qualsiasi motivo, effettivamente realizza ricavi o compensi inferiori al valore di congruità, mentre consentono a coloro che, realizzando elevati ricavi o compensi, risultano congrui, di evadere il pagamento delle imposte senza correre grandi rischi di essere sottoposti a verifiche;
  • per chi, come noi (che lavoriamo per la P.A. e le imprese), non ha possibilità di evasione fiscale, i valori medi sono attendibili (proprio perché si tratta di ambiti in cui non c’è evasione i valori espressi dagli Studi di Settore sono particolarmente realistici, cioè relativamente elevati) e quindi una quota consistente di noi si ritrova a dover giustificare perché ha guadagnato meno di quanto previsto dal proprio Studio di Settore. Tutto ciò è paradossale e avvilente soprattutto per chi ha avuto poco lavoro, che non soltanto è escluso dall’accesso ad ammortizzatori sociali, ma deve anche dimostrare che non ha potuto lavorare per mancanza di commesse;
  • nelle attività, invece, in cui l’evasione è elevata e diffusa, l’efficacia contro tale fenomeno si è finora dimostrata assai modesta.

Al di là, tuttavia, di queste considerazioni, non possiamo ignorare il parere tecnico di alcuni addetti ai lavori (tra cui il presidente del Consiglio Nazionale dei dottori Commercialisti: si veda Il Sole 24 Ore del 10 gennaio 2009) che sostengono che se prima o poi passassero molte delle sopra menzionate proposte volte a depotenziare la valenza probatoria degli Studi in realtà si rischierebbe, di fatto, di aumentare la confusione (se non, addirittura, di danneggiare i contribuenti). Infatti, la più recente normativa dello Stato in materia e una circolare dell’inizio del 2008 dell’Agenzia delle Entrate già escludono che possano essere effettuati accertamenti automatici sulla base degli Studi di Settore, e non è quindi necessario un loro depotenziamento.

Il problema è che ancora molti uffici periferici continuano a non tenere conto di tali disposizioni e, se è vero che in giudizio il diritto del contribuente sarà (si spera) riconosciuto, fare ricorso contro le pretese dell’ufficio è impegnativo e costoso, anche a causa della diffusissima – e massimamente iniqua – prassi della compensazione delle spese da parte dei giudici (ogni parte si paga le sue, indipendentemente dall’esito del giudizio). Inoltre, il contribuente poco informato, anziché fare ricorso, potrebbe decidere di aderire alle richieste dell’ufficio basate sulla sola applicazione degli Studi.

Noi siamo interessati almeno quanto i lavoratori dipendenti alla lotta all’evasione fiscale, purché mirata a colpire i veri evasori, a qualsiasi categoria di percettori di redditi essi appartengano, non i presunti tali. Gli Studi di Settore possono contribuire utilmente al conseguimento di questo obiettivo soltanto:

  • se si usano “cum grano salis”, fondamentalmente come strumenti per la selezione delle verifiche, senza alcun automatismo accertativo, nonché integrandoli con altri strumenti di indagine quali il Redditometro (anch’esso da usare in modo ragionevole) e i controlli bancari. Un “mix”, quest’ultimo, verso il quale l’Agenzia delle Entrate ha recentemente dichiarato di volere orientarsi: vedremo se alle parole seguiranno i fatti, su tutto il territorio nazionale;
  • se viene comunque instaurato tra l’ufficio e il contribuente un serio contraddittorio, nel corso del quale le ragioni del secondo siano tenute in adeguata considerazione dal primo (non vogliamo eventuali “sconticini”, ma valutazioni eque: è questa l’unica modalità “decente” per il contenimento del contenzioso).

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