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Invalidità e lavoro autonomo, storia di una professionista

Pubblichiamo la testimonianza di una giovane donna autonoma che evidenzia le voragini di un Welfare State costruito esclusivamente per i lavoratori dipendenti.

Nell’agosto del 2004, all’età di 34 anni, ho avuto la conferma della patologia di cui ero affetta.

Ero titolare di un’impresa artigiana che si occupava di restauri, lavorando anche sui cantieri, non avevo dipendenti, quello che guadagnavo mi rendeva indipendente, lavoravo versando regolarmente i contributi dal 1989. Ho iniziato una terapia, la patologia stessa non mi consentiva più di svolgere al 100% il mio lavoro, ho ottenuto nell’ottobre del 2004 la certificazione di “Diagnosi di malattia rara” ai fini del riconoscimento del diritto di esenzione da parte del Policlinico. Mi sono subito resa conto che non avrei potuto più svolgere al meglio il mio lavoro, così mi sono recata presso un Patronato, e loro mi hanno consigliato di inoltrare all’INPS una domanda di inabilità parziale, che mi consentiva di ricevere un minimo contributo mensile, credo fosse di 300 euro.

Contemporaneamente ho fatto richiesta nell’agosto del 2005 di accertamento dello stato di invalidità civile. La mia richiesta di inabilità è stata rigettata a Gennaio del 2006, poiché in base alla visita a cui ero stata sottoposta da parte dell’INPS, eseguita da un medico legale dello stesso ente, la mia inabilità non era superiore al 66%. Nel febbraio del 2006, invece sono stata convocata per l’accertamento dell’invalidità , ed in aprile mi hanno dichiarata invalida con una riduzione permanente della capacità lavorativa pari al 65%.

Leggendo questi dati, vi dovreste rendere conto che sono trascorsi due anni, durante i quali io ho continuato a lavorare nonostante la mia patologia, ho pagato il 100% dei contributi INPS ed INAIL, non ho potuto godere di nessun beneficio contributivo, fiscale, o di malattia. Ho dovuto anche trascurare le terapie, non ho potuto sottopormi a tutti gli esami necessari, perché questo mi portava via del tempo, ed un lavoratore autonomo viene messo nelle condizioni di non potersi neppure curare, tutto perché non gli viene riconosciuto l’indennizzo per malattia. Infatti l’INPS non riconosce la malattia che non sia professionale e l’INAIL indennizza solo l’infortunio, ma se io fossi stata un lavoratore dipendente solo allora avrei visti riconosciuti i miei diritti di persona malata.

Il lavoratore autonomo non si deve ammalare, non è previsto.

Nel 2007 ho cessato la mia ditta, me lo ha consigliato proprio un dipendente Dell’INPS, mi ha detto “si iscriva nelle liste speciali”. Così adesso mi trovo in coda, davanti a me ci sono 17194 iscritti nel privato e 12863 nel pubblico, possibilità di occupazioni nulle. Nel 2007 ho richiesto un prestito, nel contratto che ho sottoscritto, sono stata “invitata” a sottoscrivere una polizza assicurativa, nella quale ho firmato di “non essere stata dichiarata invalida civile, con una invalidità superiore al 45%”, infatti gli invalidi la compagnia non li assicura, se non firmavo non avrei avuto il prestito.

Ho richiesto informazioni in banca per un mutuo, e mi hanno sottoposto la stessa procedura assicurativa! Quindi l’INPS non riconosce l’indennizzo per malattia, ma se io volessi oggi stipulare una polizza assicurativa privata non troverei nessuna compagnia che mi assicuri, sono un soggetto “a rischio”.

Oggi penso di non avere alcuna tutela, se la mia non fosse stata dichiarata malattia rara, avrei dovuto pagare tutte le cure, terapie e visite. Non ho avuto diritto ad avere una riduzione in percentuale alla mia capacità lavorativa del versamento dei contributi, come invece avviene per i lavoratori dipendenti, l’essere un’invalida non mi ha visto riconosciuti alcun diritto.

Non percepisco la pensione, poiché viene riconosciuta solo con una percentuale del 74%, con un indennità pari a 250,00 euro mensili, una vera miseria. Vorrei sapere a cosa mi è servito vedere accertata la mia riduzione della capacità lavorativa, se tutto questo mi comporta soltanto problemi, i vantaggi dove sono, i diritti di una persona malata quali sono?

Vi ringrazio per lo spazio che mi avete dedicato, vi prego di mantenere anonima questa mia dichiarazione.

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1 Commenti

  1. donatella martellotti

    E’ UNA DISPERAZIONE VEDERE TANTA BUONA VOLONTA’ ESSER INTACCATA DA UNA MALATTIA E NON TROVARE INTORNO ALCUN AIUTO,ANZI! SONO MEDICO E LAVORO TRA I MEDICI,MA QUANTA INDIFFERENZA E QUASI DISTACCO DAL PROBLEMA DELLA INVALIDITA’ SUL LAVORO. A LORO NON SUCCEDERA’ MAI NULLA ALLA SALUTE NEI LUNGHI ANNI DI VITA LAVORATIVA?LA BUROCRAZIA RENDE TUTTO PIU’ DIFFICILE. MI CHIEDO COME ABBIA POTUTO DISCRIMINARE IL LAVORATORE AUTONOMO DAL DIPENDENTE IN UNA COMMISSIONE MEDICO-AMMINISTRATIVA.GLI SGRAVI NON SON DEL TUTTO CONCEPITI OPPURE NON APPLICATI PER TRASCURATEZZA OMISSIONE ECC. EPPURE LA COSTITUZIONE CITA CHE TUTTI I CITTADINI SONO UGUALI DI FRONTE ALLA LEGGE SENZA DIFFERENZA DI SORTA SE NON QUELLA DI UN RIGUARDOSO RISPETTO IN PIU’ PER IL PORTATORE DI HANDICAP.AL PATRONATO DORMONO DIETRO LO SPORTELLO? CI DICA QUALE ERA,PREGO.

    5 Ago 2013

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